Rosalía è, ormai senza troppi giri di parole, l’artista mainstream più interessante in circolazione. Ogni suo progetto sembra nato per ridefinire l’idea stessa di pop. E con Lux, il nuovo album, la visionaria cantante porta la sfida su un piano completamente diverso, quello del sacro, dimostrando che si può fare pop in infiniti modi diversi, anche e soprattutto parlando a Dio, qualunque cosa voglia significare per ciascuno di noi.
Un’aureola bionda sui capelli nelle apparizioni live, ostie targate Lux sui social, velo bianco e labbra d’oro nella copertina scattata da Noah Dillon: un’iconografia che cita le madonne di Piero della Francesca più di qualsiasi popstar contemporanea, divinizzando la parola e trasformando la voce in preghiera.
Definito da lei stessa un album “massimalista”, Lux è una monumentale esplorazione della spiritualità femminile divisa in quattro movimenti, presi in prestito dalle sinfonie, in cui analogico e digitale si rincorrono fino a fondersi, sviscerando il conflitto tra terreno e divino.
Per la prima volta Rosalía sceglie di mettere al centro archi, ottoni, pianoforti, cori e riverberi naturali creando un suono solenne in cui i synth fungono solo da rifinitura e in cui le voci maschili, rarissime, sono apparizioni inaspettate, come voci di profeti nel deserto, simbolo di paura e tentazione.
Eppure, nonostante la struttura quasi classica, Lux resta pienamente suo: un album di una visionaria cantante di flamenco travestita da suora, dove l’avanguardia pop continua a pulsare sotto la veste candida.
La produzione è interamente nelle sue mani (ricordiamolo: una delle pochissime donne produttrici nel pop mondiale) e il risultato è un equilibrio vertiginoso tra tradizione e contemporaneità, capace di far convivere orchestra e glitch elettronici senza che nulla sembri fuori posto. La voce, mai così limpida e pulita, si muove tra estasi e tremore: fragile in un verso, lirica nel successivo. La sua timbrica plasmata da anni e anni di studio e il suo sguardo intuitivo e contemporaneo sono ancora una volta una conferma.
Titoli come Reliquia, Dio es un Stalker, Divinize o Mio Cristo Piange Diamanti (tentativo di emulare un’aria) incarnano i contrasti che attraversano tutto l’album: cielo e terra, dolore e redenzione, corpo e spirito.
Il primo lampo era arrivato il 27 ottobre con Berghain, singolo con Björk e Yves Tumor. Più che un club, Berghain è un luogo mentale. “Berg” come montagna, “Hain” come foresta: è la metafora perfetta per il disco, un labirinto di pensieri dove le energie si mescolano. E sì, anche se Rosalía non è mai entrata nel Berghain vero, lo ha ricreato nella sua testa.
Nel video, la cantante spagnola cammina per stanze invase dai violinisti della London Symphony Orchestra, come se ogni angolo della sua mente avesse un accompagnamento sinfonico.
Tra le collaborazioni artistiche spiccano anche Carminho, che porta il fado portoghese in Memória, e le spagnole Estrella Morente e Sílvia Pérez Cruz, che potenziano l’intreccio tra flamenco e musica sacra con La Rumba del Perdón. C’è pure il coro dei ragazzi della Scuola di Montserrat y Cor Cambra ad aggiungere purezza e solennità.
Le contaminazioni non si limitano alla musica. Diventano anche religiose (“Layugular” nasce dallo studio dell’Islam) e, oltremodo, linguistiche. Come si afferma nell’intervista pre-lancio in “The New York Times Popcast”, l’intero progetto attraversa tredici lingue, dal latino al siciliano, passando per l’ucraino, che si intrecciano in un mosaico spirituale. Non un mero esercizio di stile, ma una profonda ricerca di connessione: capire l’altro per capirsi meglio. L’artista, madrelingua spagnola e catalana, con un lavoro maniacale sui testi, a cui si è dedicata per un anno intero, ha tradotto ogni parola, cesellando e riscrivendo attraverso numerosi tentativi per poi trovare la chiave perfetta.
Se Motomami sembrava già un capolavoro di coerenza estetica, a confronto oggi appare quasi minimalista. Lux è la sua controparte espansa: un disco globale che intreccia culture e immaginari lontani, aspirando a raccogliere tutta l’umanità in un’unica liturgia sonora.
In Porcelana il battito del flamenco incontra l’estasi mistica: la luce entra nel corpo, come in una visione di Santa Teresa 2.0. Dopotutto lo studio delle testimonianze agiografiche non è stato vano. In La Perla archi e ottoni esplodono e poi si dissolvono in una risata che smonta qualsiasi pretesa di classicità. Tutto parla di dualità, di un equilibrio fragile tra sacro e profano che solo lei riesce a mantenere con naturalezza.
Durante il listening party a Barcellona, tenutosi meno di 24 ore prima del lancio, si respirava pura arte vivente. Rosalía era sdraiata al centro del palco del Museu Nacional d’Art de Catalunya, avvolta in un gran letto di veli bianchi. Immobile, come parte dell’installazione, ha lasciato che l’album parlasse per lei. Corpo e suono che si confondevano, luce che diventava materia, rendendo la sua presenza un’estensione del suo lavoro.
Ecco perché Lux non è solo da ascoltare, ma da attraversare. È un disco che chiede ai suoi ascoltatori concentrazione e fede, una liturgia sonora che pretende tempo e dedizione.
The Guardian gli ha assegnato 100/100, e difficilmente si potrebbe fare diversamente: è un progetto che spinge il pop ai confini dell’arte, dove le riflessioni sono cerchi che si chiudono, dove il corpo si fa inevitabilmente polvere, come in Magnolias, perfetto finale di questo viaggio.
La forza di Lux sta nel ricordarci che il pop può essere tutto: sinfonia, preghiera, esperimento, confessione. Rosalía lo trasforma in linguaggio universale, mescolando idiomi, culture e simboli come fossero strumenti. Dopo aver vinto un Grammy con una tesi universitaria (l’album El Mal Querer), consacra ora la sua carriera con un disco che suona come un atto di devozione. Non verso un dio preciso, ma verso la musica stessa.
Dai suoi studi classici al flamenco, fino al pop più avanguardistico, Rosalía continua a reinventarsi e con Lux, mette un punto fermo nella sua carriera. Se Björk e Kate Bush hanno mostrato che si può fare pop in modi diversi, Rosalía oggi ne riscrive la grammatica, in tredici lingue, con un’aura celestiale e la benedizione del divino.
«No soy una santa pero estoy blessed».
E questo, francamente, basta.