Se Capalbio fosse un film, sarebbe diretto da Buñuel, sceneggiato da Sorrentino e musicato da Paolo Conte: surreale, decadente, irresistibilmente elegante. Una pellicola in cui la trama si perde tra discorsi sull’egemonia culturale, costumi interi dallo scollo impeccabile e caffè mai troppo zuccherati serviti con un sottotesto sociopolitico.
Questo piccolo angolo di Maremma, in bilico tra la cartolina e la caricatura, è stato per decenni il buen retiro dell’élite progressista italiana. Un tempo bastava fare un salto all’Ultima Spiaggia – che non è una metafora, ma uno stabilimento balneare con il carisma di una cattedrale laica – per incontrare Scalfari, Eco, Rutelli, Napolitano e compagnia pensante. Sotto ombrelloni blu, tra un tuffo e un piatto di lasagne, si parlava di Marx come se fosse il vicino di casa.
Capalbio oggi esiste ancora, ma vive soprattutto nei racconti, nei ricordi, nei meme. Perché sì, Capalbio oggi è anche un meme.
Non un meme qualsiasi, ma un concentrato di cliché perfettamente calibrati: accenti romani mai troppo burini, friulane ai piedi, stampe etniche ma mai troppo sgargianti, un tocco di post-colonialismo sartoriale e pochissimi tatuaggi, che “fanno troppo Ostiense”. Un luogo dove si può incontrare l’erede di una dinastia editoriale o l’ex ambasciatore in pensione, ma rigorosamente vestiti come se si fossero svegliati per caso dentro una copertina di Internazionale.
L’Ultima Spiaggia, al suo trentottesimo compleanno, è ancora lì, con il suo fascino datato e la sua aura da “intellettuali maledetti” ma chi la frequenta ora non è più lo stesso che una volta discuteva di “strategia elettorale” sotto il sole di mezzogiorno. Il passaggio da tempio dell’intellighenzia, avviato quasi 40 anni fa da Achille Occhetto, a rifugio di un’élite un po’ nostalgica e un po’ caricaturale è stato graduale, ma inesorabile. Oggi Capalbio non è più il centro nevralgico della sinistra italiana, bensì un’icona di uno stile di vita che ha imparato a ridere di se stesso.
Anche grazie (o per colpa) della sua fauna romana, ironicamente auto-esclusiva, tra ex allievi dello Chateaubriand e neo-radical in cerca di uno stile di vita tanto autentico quanto una foto di Instagram filtrata con troppo “Rio De Janeiro”.
Capalbio è diventata, quindi, un campo di battaglia tra chi la ama per il suo fascino disincantato e chi, invece, non può fare a meno di deridere un immaginario dotato di una contraddittoria nonchalance di cui tutti, senza ammetterlo, vorrebbero far parte.
Ma riderne è anche un modo per amarla. Perché sotto gli strati di ironia resiste ancora qualcosa di vero: il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle, costruito a partire dal 1979, che scelse Capalbio come suo luogo dei sogni, e che resta unadelle esperienze più visionarie d’Italia; oppure il Capalbio Film Festival, nato quattro anni fa sulla scia del “Capalbio Cinema International short film festival” fondato da Antonioni nel 1994; o ancora la passione silenziosa di scrittori, pittori e intellettuali che, tra vigneti e casali, trovano rifugio dal rumore del presente.
Passeggiando tra le dune è facile immedesimarsi in Franca Leosini nel ruolo di se stessa in “Come un Gatto in Tangenziale”. Vestita di bianco, a metà tra Pina Bausch e una menade danzante, surreale, ed elegante, un po’ fuori dal tempo, quasi quanto Capalbio.
In questo immaginario idilliaco, il bar della “Penultima” (sì, esiste davvero, come a ricordarti che forse non sei ancora arrivato all’ultimo gradino della piramide sociale) è lo scenario perfetto per riflessioni post-ironiche sul senso della cultura oggi. Magari mentre una signora ti racconta con un sorriso nostalgico, come se fosse una rivelazione, che un tempo fumarsi una canna era un atto politico ma che ora tutto ciò sembra fuori tempo massimo. Sì, un po’ come dire che “l’intelletto” una volta era davvero un mestiere.
E sebbene la politica vera, come ha detto il titolare dell’Ultima Spiaggia Adalberto Sabatini, sia “in via di estinzione”, Capalbio rimane una sorta di piccolo teatro italiano dove si recita, con una certa grazia, il dramma dolce di un’identità culturale in cerca di sé stessa. Non è più il luogo dove si decidono le sorti del paese, ma resta uno specchio gentile e un po’ impietoso dei nostri tic sociali.
Oggi frequentare “l’Ultima” non è più un atto militante, ma una prova di appartenenza. Un piccolo rito d’iniziazione. Non a caso, la domanda di Francesca Fagnani “Mai stata all’Ultima Spiaggia?” è diventata un format televisivo: chi risponde “sì”, ha il passaporto per il club degli eletti. Nessuno sa bene cosa significhi, ma è chiaro che, se Capalbio non esistesse, bisognerebbe inventarla.
In fondo, non è nemmeno un luogo. È un’idea: quella di un’Italia che ha voglia di riflettere ma senza prendersi troppo sul serio. Un posto dove il tempo si è fermato, o forse corre avanti e indietro, come un pendolo, tra nostalgia e autoironia.
Capalbio, insomma, è ancora molto più di una località balneare: è un riflesso dei tempi che cambiano, una testimonianza di come il nostro immaginario collettivo consumi e celebri icone culturali.
La sua forza risiede proprio nel fatto che ha saputo trasformarsi, diventando il simbolo di un’epoca che ama ridere di se stessa. Anche se non salvi più il mondo tra un bagno e un’insalata di farro, almeno ci provi a farlo sembrare possibile. E questa trasformazione, forse, non è poi così tragica.