Hustlin’ di Rick Ross è uno di quei banger che hanno definito l’hip hop degli anni 2000. Un ritratto nudo e crudo della Miami vissuta da Rozay e forse il pezzo più rappresentativo della sua poetica. A differenza di quanto uno spettatore dell’epoca potesse aspettarsi, però, il videoclip di Hustlin’ si apre con delle sonorità tipicamente caraibiche, e uno scorcio di Miami da cartolina: auto sportive, ragazze ammiccanti in costume e un cartello che indica la strada per Ocean Drive. Poi, però, il beat dei The Runners squarcia questo quadretto idilliaco, la luce diventa giallastra e il panorama cambia, accompagnato dalla voce del nostro: «Miami, il paradiso dei playboy, belle ragazze, auto di lusso. Ma questa è solo la facciata. Il ponte separa South Beach dalla mia Miami, la vera Miami».
Difficile pensare che Rick Ross fosse appassionato di antropologia e rappresentazioni, ma quello che ha fatto con quell’introduzione al brano è stato semplicemente riprendersi la narrazione della propria città. Esattamente ciò di cui avrebbe bisogno l’Italia, come ha scritto Naomi Accardi su queste pagine, e in particolare il Meridione.
È tornata l’estate, è tornato il caldo, più spietato del solito, e con essi sono tornati a infestare i nostri feed immagini di nonne sedute fuori porta mentre talìano il vicinato – la nostra risposta alle sedie di plastica di Bad Bunny? – giovani vestiti di lino bianco che ballano le tarantelle e luculliani pranzi in terrazze vista mare.
È sempre la solita storia: nella fotografia, nella musica, nel racconto in generale, sembra esistere una sola possibile rappresentazione del sud Italia. Un meridione “rosa confetto, costantemente in posa”, per dirla con le parole dello storico Alessandro Triulzi.
Per noi che viviamo nell’epoca dei social network e della romanticizzazione della vita lenta, la questione risulta più urgente che mai. Il Sud Italia è una periferia sempre più lontana dal cuore dell’Impero. E il punto di vista con cui se ne parla, spesso, non è quello di chi lo abita o di chi, pur lontano, magari da generazioni, lo considera casa sua: il racconto del Mezzogiorno sembra creato per compiacere chi viene da fuori, imbevuto alternativamente di ammirazione per uno stile di vita che in realtà non esiste o di un paternalismo che nasconde del disprezzo.
Non è facile trovare il modo di dar voce al punto di vista interno di certi luoghi. La rappresentazione di un sud Italia da Airbnb, fatto di borghi fuori dal tempo, è funzionale a un determinato tipo di economia, ma a chi interessa di sentire di come si vive davvero giù e di qual è lo struggle di tutti i giorni?
In realtà, per fortuna, dal basso un filo di voce arriva sempre. L’hip hop in Italia – a ragione – è spesso accusato di essere Milano-centrico.
Da sempre, però, esistono dei punti di vista alternativi. Il rap è il genere più vicino che ci sia alla cronaca, e in Italia, fortunatamente, c’è chi ha saputo coltivare questa vocazione per poi applicarla ad una realtà piena di contraddizioni come quella del Mezzogiorno. Un racconto schietto e fedele, che non idealizza i luoghi e non scade nel pietismo nei confronti di chi li vive. Non è facile muoversi in questo racconto senza toccare uno di questi estremi, eppure c’è chi ci riesce.
Ovviamente, sarebbe riduttivo parlare del Sud come di un’unica massa informe. Esistono tante prospettive da cui raccontare una realtà del genere, non solo da un punto di vista geografico, ma anche da un punto di vista tematico.
Il filone narrativo in cui è più facile – e forse più divertente – imbattersi, ad esempio, è quello più gangsta. Kid Yugi, in questo senso, mettendo in rima la Puglia è riuscito a sdoganare anche a livello mainstream questo tipo di racconto. C’è sempre una certa ironia nel modo in cui i rapper del sud raccontano vicende criminose o simil-tali. Un modo per parlare di storture e storie di sopravvivenza, senza perdere la crudezza ma senza nemmeno appesantire il racconto. Qualche anno fa, ad esempio, era uscito un pezzo in collaborazione tra l’Elfo (Catania) e ‘Nto (Napoli) che è un po’ un manifesto di questa attitudine. Il video girato con le tute di due squadre gemellate (Napoli e Catania, appunto), i palazzoni della città etnea e le loro rime come uno statement: «Ncopp”a strada p”e sorde, fra’, tu lievete ‘a ‘nnanze/ N’amma fa assaje pe’ chi se sta facenno ‘a vacanza/ Lenzola comme amante, ‘o cielo dint’a na stanza/ ‘A vita ce sta testanno, ce dicimmo: “Ccà stammo”».
‘Nto, ancora oggi, è uno dei pilastri del rap del Sud Italia. Il suo racconto, con gli anni, si è fatto via via più introspettivo, ma già dai tempi dei Co’ Sang esistevano momenti di riflessione, in cui lui e Luchè ragionavano sul loro senso d’appartenenza. Quando si parla del Meridione, dei legami con la terra e con la famiglia, è facile scadere nella retorica. Raccontare in maniera genuina determinati sentimenti non è facile, ecco perché ancora oggi rimane inestimabile il valore di un brano come Casa Mia, che oscilla tra la frustrazione di chi resta giù e non riesce a svoltare il quotidiano («Chi rest o presta sold co interess o s’avvilisce tra slot, finanziarij pa vacanz e gratt e vince/ Com all’ebrei simmo l’emblema d’a sopravvivenza») e la nostalgia di chi è dovuto partire ma con la testa rimane a casa («Ma mo voglio turnà addò ‘e mamme allucn “è pront”, addò e fa sulo nu scalino pe stà ‘int’â cucina»).
L’introspezione, legata come in questo caso a una più ampia analisi del contesto, rimane uno dei capisaldi nel racconto del sud Italia.
A fare da traino in questo filone, già dai tempi di Stokka & Madbuddy, è la scuola siciliana. Nessuno più dei rapper siciliani riesce a trasmettere lo stesso senso di simbiosi con la propria terra misto ad amarezza. L’ultimo esemplare della stirpe è Toni Zeno, a parere di chi scrive la miglior penna in Italia in questo momento. Il suo Weltanschauung Sambusoda, EP uscito ormai un anno fa e prodotto da Fid Mella, è un disco che trasuda sofferenza, ma senza nessuna richiesta di aiuto. Qualche settimana dopo, Zeno se n’è venuto fuori con Estate Torrida, singolo che smonta ogni idealizzazione dell’estate in Sicilia, con una capacità unica di mescolare critica sociale, ironia e citazionismo quando afferma di conoscere «mille Pusha T che fanno file all’INPS».
Insomma, quelle descritte da tanti rapper del sud sono realtà distanti da ciò che conviene raccontare, e che forse per questo rimangono marginali. Ma allora, se una narrazione del genere è quella più vera e autentica, dovremmo forse escludere dal nostro orizzonte tutti gli aspetti più tradizionali della vita nel Meridione, quasi come se dovessimo rinnegare il nostro passato, il nostro folklore il nostro patrimonio culturale? Niente affatto. Ancora una volta dipende tutto da come se ne parla e da dove arriva il punto di vista.
E ancora una volta, in questo senso, sono i siciliani a fare scuola. 90134 di Louis Dee segue l’incedere lento e sonnacchioso a cui la gente suole associare la vita nel Mezzogiorno, ma parla di Palermo, delle Madonne sui muri, di pasta e sarde con delicatezza e genuinità: come identità da preservare, certo, ma da custodire nel proprio intimo, non da dare in pasto a chiunque per farsi pubblicità.
La stessa intimità in cui Johnny Marsiglia in Retrogame (Zisa 3:00) ricordava i suoi pomeriggi dal barbiere, coi calendari sexy appesi alle pareti, le battute sconce e le perle di saggezza popolare degli avventori. Nessuna experience, ma puro vissuto. Retrogame (Zisa 3:00) fa parte di Memory, album del 2018 che tocca uno dei suoi picchi di introspezione nella penultima traccia, Slot1. JM riflette sulla Palermo in cui è cresciuto, sul modo in cui la città ha plasmato il suo modo di pensare. Parte dai ricordi insieme a suo fratello, dalle notizie di cronaca che proiettavano la città sulle prime pagine dei giornali e arriva alle conseguenza sulla vita sua e di chiunque ci abbia abitato: scegliere da che parte stare, farsi la propria vita senza cedere a determinate dinamiche, capire se accontentarsi per rimanere oppure cercare qualcosa di meglio altrove. Il tutto su un delicato giro di piano di Peter Bass, che aveva invitato Marsiglia e Big Joe a casa sua a Trapani, sul mare, per mettere insieme delle idee.
Lo ha raccontato JM stesso, sul suo canale di YouTube: «Andavo in spiaggia per godermi il tramonto e l’alba e le due mattine seguenti iniziai con molta tranquillità a scrivere il testo proprio davanti al mare. Credo che ci siano posti in grado di ispirarti, posti che riescono a rievocare determinate immagini e a tirare fuori il meglio di una persona che scrive».