Backrooms parla dell’ansia della nostra generazione

Intrappolato in una routine che non lo soddisfa, Clark (protagonista interpretato da Chiwetel Ejiofor) continua a presentarsi dalla sua psicologa Mary (messa in scena dall’attrice Renate Reinsve) per affrontare i mostri di una separazione che lo hanno logorato nel tempo. Non avendo più un posto dove dormire, Clark trascorre le sue notti nel negozio di mobili in cui lavora, fino a scoprire che nel piano inferiore si nasconde un passaggio che lo conduce a un mondo isolato. Una porta d’ingresso che lo collega direttamente alla realtà immaginata da Kane Parsons, il quale ha iniziato il progetto delle Backrooms alla sola età di 16 anni, pubblicando il suo primo corto su YouTube nel 2022.

Proprio dietro questa porta, Kane nasconde la paura che la Generazione Z ha di rimanere in silenzio, riempiendo il grande schermo con il terrore più grande che la caratterizza: la propria mente. Come per Backrooms, la nostra si tratta di un’ansia contemporanea che vede l’individualità del soggetto come un’accezione troppo complicata da raggiungere, ed è per questo che si preferisce evitarla. Rimanere soli implica la presenza dei propri pensieri, l’ascolto di ciò che ci circonda e di ciò che ci abita, così il protagonista, Clark, impazzisce nel momento in cui rimane all’interno di quel luogo per troppo tempo.

Si tratta di una sensazione di smarrimento che viene provata nel momento esatto in cui gli stimoli spariscono. Diveniamo esseri senza direzione, senza la presenza di un supervisore che ci dica dove andare – ed è per questo che, come nel film, abbiamo bisogno di trovare qualcuno a cui affidarci. Nel caso di Clark si tratta di un sentimento di affiliazione, legandosi all’unica entità in grado di spaventarlo all’interno di quelle stanze (il pirata), ed è per questo che si sottomette a lui e ne rimane succube; nel caso di Mary si tratta, invece, di un ricordo della sua infanzia che la tiene legata al mondo. Abbiamo tutti bisogno di qualcosa a cui aggrapparci, per non rischiare di rimanere nel vuoto; abbiamo tutti bisogno di pensare che possa esserci qualcosa nella prossima stanza, per non rischiare di rimanere soli per sempre. È esattamente da questa sensazione che nasce Backrooms: la speranza di riuscire ad abbattere quest’ansia, cercando di non impazzire rimanendo a contatto con la propria mente.

Backrooms, infatti, conquista il pubblico ancor prima di prendere vita grazie al suo storico: un piccolo diamante che non ha bisogno di dimostrare la propria qualità sul grande schermo, in quanto ha già un pubblico fidelizzato pronto ad accoglierlo. Kane Parsons diventa una star mondiale di YouTube, realizzando short film ispirati a dei creepypasta che circolavano all’interno della cultura di internet contemporanea. L’obiettivo era quello di cavalcare l’onda dei liminal spaces che andavano di moda all’epoca, mentre lui ne ha creato un impero horror postmoderno. Non si parla di mostri o di esorcismi, ma di un sentimento collettivo, un’ansia collettiva, che si trasforma in spazio fisico capace di rappresentare un’intera generazione.

Il film inizia e prende vita all’interno di stanze infinite, ossia infinite possibilità di continuare a rimanere soli o di scoprire che, nella prossima, riuscirai a trovare qualcuno. Kane non specifica quale delle due opzioni sia la migliore, lasciando agli spettatori la libera interpretazione di immedesimarsi nel protagonista e di vivere per la prima volta la scoperta del dubbio. Cosa ci spaventa di più, la presenza di qualcuno o la sua possibilità?

Non c’è nessuna direzione specifica da seguire, ed è per questo che il destino rimane nelle nostre mani. Dietro ogni entrata si nasconde la paura di un futuro causata dall’iperstimolazione digitale alla quale siamo sottoposti, una solitudine online che si trastulla osservando le vite degli altri senza entrarne a far parte: un Panopticon moderno che ci permette di vivere la stessa ansia dei protagonisti, nello scoprire se continueranno a essere salvi o meno. 

Tutto appare identico, un girotondo senza fine al quale non esiste uscita né orientamento, ma si continua a girare finché non si precipita tutti a terra. In un mondo in cui siamo abituati ad avere accesso a tutto, qui le nostre possibilità si riducono all’infinito per permettere agli spettatori di percepire la sensazione di essere completamente persi. Per questo motivo, Backrooms si trasforma nella geolocalizzazione esatta di internet, portando al cinema una visione distorta e sociologica di questo: uno spazio teoricamente infinito, nel quale le possibilità di incontrare chiunque si comparano a quelle di rimanere per sempre soli. Si continua ad andare avanti come se si stesse cercando davvero qualcosa, ma ci si ritrova a perdere perfino ciò che si aveva già, lasciando sé stessi alla porta. Riprendendo le parole di Kane durante la nostra intervista:

«Penso che il vuoto, nelle Backrooms, nasca dal disagio quasi naturale che noi esseri umani proviamo nei confronti della noia, della deprivazione sensoriale o, più in generale, di tutto ciò che interrompe quel flusso costante di stimoli ed esperienze nuove a cui siamo abituati.

Quando questo viene a mancare, le persone – in qualsiasi cultura o contesto – iniziano inevitabilmente a sentirsi agitate e profondamente a disagio. Nel corso degli anni sono stati condotti molti esperimenti di deprivazione sensoriale, spesso molto estremi, che hanno mostrato quanto possa diventare fragile la mente umana quando viene spinta troppo a lungo in quella condizione. Il cervello diventa così disperato nel tentativo di ricevere nuovi input da iniziare quasi ad allucinare, creando immagini e significati dal nulla, trasformando ogni rumore o dettaglio in qualcosa di concreto e tangibile. A quel punto smette di affidarsi allo spazio fisico che lo circonda e comincia a rivolgersi verso sé stesso. E non è un posto sano in cui stare».

Per questo motivo, Backrooms non racconta solo una storia nella sua superficie, ma una sensazione di paura che non nasce solo dal terrore di qualcosa, ma anche dall’assenza di esso. La paura del vuoto, la mancanza di stimoli o di nuove esperienze, ci avvicina sempre di più alla nostra mente e, proprio come per Clark, ci porta alla degradazione di questa e alla rivelazione di un sé che non conoscevamo nemmeno.

Kane Parsons evita l’horror tradizionale, facendo diventare gli antagonisti del film quasi delle comparse, ma dando sempre più spazio alla sensazione di ansia che ci porta a dire: e dopo? L’ansia diventa fisica e si trasmette sullo schermo.

Un altro elemento interessante del film sono i personaggi che Clark e Mary incontrano all’interno delle Backrooms, ossia i volti deformi che appartengono ai ricordi delle persone che ne sono all’esterno. Gli abitanti delle Backrooms, infatti, vengono strumentalizzati come mostri che tendono a deformarsi con il tempo, man mano che il loro ricordo negli altri inizia a deteriorarsi. Si tratta di un dettaglio che si ricollega perfettamente alla teoria di internet e all’inquinamento visivo a cui siamo sottoposti all’interno del mondo social: esistiamo attraverso ciò che gli altri ricordano di noi, per questo tendiamo a non voler essere dimenticati. Pubblicando online infinite versioni frammentate della nostra identità, Kane porta questa deformazione all’estremo e la rappresenta in maniera visiva sul grande schermo. Non siamo, quindi, ciò che vedono gli altri? Backrooms risponde di sì, ma in base ai loro ricordi.

Per questo motivo il film viene visto come spaventoso, perché non parla di un mondo così distopico come si potrebbe pensare, ma del nostro. Non di un futuro lontano o di realtà immaginarie, ma del presente che viviamo quotidianamente. Backrooms parla dell’ansia della nostra generazione perché ne è figlio e padre, creato per destabilizzare e scuotere le menti della Gen Z, cresciuti online e circondati da connessioni. Ciò che cambia è il formato: non più un IG Post o un TikTok, ma qualcosa messo in bella vista all’interno del grande schermo, pronto per essere osservato e vissuto dall’inizio alla fine.