Anfisa Letyago, portare l’Italia al Coachella

L’apparenza inganna, con Anfisa Letyago. A vederla così, in foto, negli spezzoni che girano per il web, sembra una giovanissima nuova stella in ascesa della techno 2.0, quella molto attenta all’immagine e al fascino femminile, una techno molto – come dire? – TikTok e Instagram friendly (quella che oggi attira tanto successo, tanta attenzione e tanti numeri, ma anche tanta polemica e abbastanza ostilità tra chi si sente un “vero” cultore della club culture più autentica); e a vedere i tratti somatici e a leggere il nome, sembra tutto tranne che italiana. Le origini sono siberiane, ma c’è prima di tutto molta Italia in lei, anzi, nello specifico molto Sud Italia: la Calabria prima, e poi tanta, tantissima Napoli, la città in cui ancora oggi vive e da cui, ci ha confermato, non ha la minima intenzione di separarsi. E per quanto riguarda l’essere giovanissima stella, in realtà sono ormai anni che Anfisa Letyago macina date in giro per il mondo dopo essersi costruita una fanbase solidissima, anno dopo anno, dagli esordi – che ormai risalgono ad oltre quindici anni fa, altro che “nuova stella” – ad oggi, e proprio il 2026 segna un ennesimo traguardo importante e per nulla banale nella sua carriera, l’essere stata voluta in line up dal Coachella, forse oggi il festival che più certifica la rilevanza trasversale&globale di un artista. Infine, per quanto riguarda TikTok e Instagram e la velocità attraverso cui corrono oggi sia la musica che la fama che l’informazione, Anfisa ha un’opinione ben precisa: sorprendentemente critica, pensando a come lei invece apparentemente sembri la prima beneficiaria di un certo modo “social” e bidimensionale di approcciarsi alla techno, oggi fortissimo. Ci siamo fatti una lunga chiacchierata – e la cosa divertente è che proprio chi vi scrive aveva scatenato quattro anni fa una shitstorm contro di lei che era diventata virale. Nessun rancore, però. Abbiamo parlato di questo e di molto altro ancora, e una cosa è certa: Anfisa Letyago, nel mondo della club culture, è una delle persone più sinceramente gentili ed educate possiate incontrare. E, soprattutto, dà proprio l’idea di voler andare oltre l’apparenza e l’instant gratification. Di questi tempi, non è per nulla poco.

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Jacket: Acne Studios / Pants and Belt: Natasha Zinko / Shirt: Avavav / Shoes: Ferragamo / Sunglasses: Balenciaga
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Total look: Miu Miu

Allora, vorrei partire dalla musica, dal “Bubbledance EP” che hai fatto uscire l’anno scorso. La traccia che lo apre, “Who I Am”, penso sia significativa: per come ti conosco e per come ho seguito la tua evoluzione, effettivamente penso ti “riassuma” abbastanza bene. Perché l’ossatura è techno ma su di lei si innestano a un certo punto delle parti più melodiche, sognanti, e si cerca di trovare una sintesi in questi due lati apparentemente contrastanti. Ti ci riconosco, insomma. Dovessi scegliere una tua traccia per riassumerti, sceglierei quella.

Io ti posso dire che cerco sempre di mettere molto della mia personalità nelle cose che faccio. Sempre. E questo non per un discorso di egocentrismo, ma per la voglia di esprimere se stessi. “Bubbledance” peraltro è un EP che ha diversi aspetti, perché è stato fatto durante un momento di vulnerabilità. “Who I Am” è una traccia a cui ho lavorato un sacco, facendo e disfacendo, perché non riuscivo a trovare una quadra: poi alla fine mi sono detta “No, devo fermarmi, non posso andare all’infinito a crogiolarmi nei miei dubbi”. Il titolo per certi versi è in realtà quasi più una domanda che un’affermazione: chi sono? Chi sono veramente? Quando sei in una fase di vulnerabilità, è più facile che ti assalgano domande del genere… 

Interessante. In tal senso, la musica da dancefloor può essere un gioco pericoloso: perché da un lato è appunto arte, musica, l’artista deve esprimere se stesso, dall’altro però per definizione la musica dance deve “funzionare”, nasce e cresce in un contesto dove soddisfare il pubblico, renderlo felice ed euforico, è fondamentale: il lavoro del dj infatti è, non nascondiamolo, anche saper intercettare il suono-del-momento, quello che più cattura l’entusiasmo della folla. Quanto è alto però il rischio di finire schiavi di questa necessità di sapere cogliere lo stile più efficace del momento, per la voglia di compiacere il pubblico nel modo più diretto possibile? E soprattutto – quanto alto è stato ed è questo rischio per te?

Mi difendo come posso. Cerco di stare al passo coi tempi, quello sì: è importante per un dj stare sul pezzo, oltre che saper proporre la propria visione. Cerco di combinare entrambe le cose, ecco. Essere attuali, restare se stessi. Però ci tengo a dire una cosa: stare solo dietro a quello che chiede il mercato è sbagliato. 

Sì?

Se alla fine la prima cosa che ti guida e ciò che ti dà la direzione è quello che ti piace davvero, forse non raccoglierai tutti i frutti del tuo lavoro subito e in abbondanza ma, alla lunga, avrai dato alle persone qualcosa per cui ti può riconoscere. E gli darai modo e tempo di affezionarsi a te. Ecco, ci vuole tempo. Non è un processo immediato. Però devi chiederti: dove sta il focus di tutto? Sta su di te, su te come persona, su quello che davvero vuoi esprimere, o sta sulla tua capacità di proporre il suono più forte del momento? E decidi di dedicarti soprattutto al suono del momento, quando questo suono del momento cambierà tu cosa farai? Quanto sarai imbarazzata a risentirti cinque o sei anni dopo? Le mode cambiano sempre più velocemente. Se tu fai capire al pubblico che a te per prima interessa più seguire le mode piuttosto che esprimere te stessa, a un certo punto è più probabile che sia questo stesso pubblico ad abbandonarti. 

È interessante questa cosa del tempo. In effetti, anche se a vederti non si direbbe, tu ormai sei quasi una veterana. Hai iniziato a suonare attorno al 2010, no? Ecco: sono più di quindici anni.

Guarda, credo di aver raggiunto la piena maturità e consapevolezza solo un paio d’anni fa. Il 2024 è stato un anno molto importante per me. A lungo io sono stata nella condizione di essere una che deve imparare: d’altro canto ho iniziato così, crescendo a Napoli, andando da giovanissima a sentire i dj set di Jeff Mills, Dave Clarke, Kerri Chandler… Quella scuola per me è stata fondamentale. 

Total look: Balenciaga
Shoes: Le Silla

Però sono proprio i fan più accaniti di quella scuola, che è diciamo un po’ la “true school” della club culture, a guardarti oggi con più sospetto e a darti meno credito: lo sai. 

Vero. 

Attorno a te, da parte di quelli che si considerano un po’ i veri “cultori” della faccenda, c’è ancora molto scetticismo, se non pregiudizio e molta ostilità. 

Sì. Tantissimo. 

Come si risponde a questo? Come si resiste?

Con la professionalità. Ti dirò: all’inizio è anche normale che ti guardino con un po’ di sospetto. Chi è questa? Da dove viene? Cosa vuole? Ci sta, posso comprenderlo… Alla fine il vero salto per me è stato quando Carl Cox ha iniziato a suonare la mia musica: e a questo sono arrivata da sola, senza nessun aiuto, nessuna scorciatoia, nessuna agenzia “forte” a introdurmi…

…sì, la famosa storia in cui sei stata tu stessa a dare una chiavetta con la tua musica a Carl, a Catania, e con tua grande sorpresa lui l’ha suonata la sera stessa e poi in altre date successive…

In quel momento avevo già alle spalle una decina d’anni di lavoro nei club italiani. Ma al cospetto di uno come Carl Cox, non potevo che sentirmi ancora una ragazzina tutta emozionata che vuole allungare la sua musica ad un grande artista! Non è stato insomma assolutamente un problema aspettarlo fuori dall’albergo per sei ore sotto ore il sole, a Catania, e c’erano tipo quaranta gradi quel giorno… Sono sacrifici che alla fine ripagano, anzi a pensarci bene non sono nemmeno sacrifici, sai? È qualcosa che non puoi non fare, quando sei realmente innamorato di quello che fai. Però ecco: quell’attesa sotto il sole come fossi una ragazzina, una semplice fan, mi ha portato ad essere suonata da Carl Cox, e poi da lì è arrivata la Rekids di Radio Slave, l’uscita sulla Kompakt…

…addirittura sulla sua serie più prestigiosa, la Speicher. Quattro quarti di nobiltà della tech-house.

Già. Tutto quello che spero si possa capire guardando il mio percorso è che, con tanta perseveranza da un lato ma anche con la giusta professionalità dall’altro, si può arrivare ovunque. I pregiudizi che ci sono attorno a me ci saranno pure, ma contano fino ad un certo punto: la gente spesso ti giudica senza sapere quale percorso hai fatto davvero. Ti giudicano da altro: ti giudicano da un reel su Instagram, tipo. Da un minuto di video, capisci! Da quel minuto, pensano di aver capito tutto della tua serietà, della tua bravura, della tua tecnica, della tua vita… Da un minuto! Quando invece il punto vero è che, come per tutto, ci vuole tempo: ci vuole tempo per affermarsi, ci vuole tempo se si vuole costruire un’identità che sia più forte delle mode, ci vuole tempo per avere la possibilità di arrivare a fare proprio quello che si vuole, ci vuole tempo per capire davvero l’identità di un artista e il suo percorso.

Shirt: Issey Miyake
Body and Pants: Coperni
Shoes: Balenciaga

Ma hai mai avuto la sindrome dell’impostore?

No, quello no. Credo in quello che faccio, e nella fatica che ho messo nel mio percorso. Quello che succede, invece, è che non sono mai soddisfatta di me: quello sì. Se ascolto le mie produzioni, ad esempio, ci sento soprattutto i difetti. Non sono mai soddisfatta di quello che faccio, è una costante. Però in generale so quanti anni ho speso dietro a una console, so quanti anni ho speso a cercare dischi. So anche quanto ho investito nei rapporti coi promoter, nel rispettare sempre il mio pubblico, chi paga il biglietto per venire a sentirmi: credo molto nel rapporto diretto con le persone. È un investimento molto importante, questo. 

Ecco, in effetti tu riesci sempre a comunicare questa gentilezza e questo entusiasmo sincero. Come fai? È probabilmente la prima cosa che mi ha colpito, quando ci siamo conosciuti anni fa a Positano, per una cosa fatta in streaming per Nameless Festival, durante l’estate del Covid: incontrarti e parlare con te è stato piacevolissimo. Ma è una cosa che penso possano dire più o meno quasi tutti quelli che ti hanno incontrato. 

A me fa piacere essere così. Poi chiaro: ci sono i momenti di malumore, e non possono non esserci, quando ad esempio non hai dormito per due o tre giorni perché hai perso dei voli… 

Lì come sei? 

Non divento scontrosa, quello no; ma un po’ più chiusa sì, ecco. Più concentrata, diciamo, e meno estroversa. Di sicuro però negli ultimi anni ho lavorato molto sulla gestione delle emozioni. Le emozioni non possono non esserci, e fra queste ci sono anche quelle negative. Quando viaggi, quando suoni, quando incontri delle persone, nascono ogni volta delle emozioni – alcune sono facili da gestire, ma non tutte. Nei primi anni era sicuramente molto più espressiva: ero un libro aperto, non riuscivo a nascondere nulla. È anche bello esserlo, ci mancherebbe, ma dopo un po’ diventa logorante. Oggi ho imparato quanto sia importante saper tenere un equilibrio. E se non dormo da due giorni però so che devo incontrare dei colleghi, o comunque delle persone a cui tengo, non voglio che pensino che io sia una persona scontrosa: quindi mi faccio forza. È bello sorridere. È bello far vedere di essere felici quando si incontrano delle persone. Io credo che un vero segno della maturità sia appunto imparare ad avere equilibrio: avere insomma controllo delle proprie emozioni, indirizzandole dove vuoi tu, e soprattutto dove è giusto che vadano.

Lo sai vero che io sono una di quelle persone che ti ha fatto arrabbiare, in passato?

Ah sì? Ma come mai?

Per la storia di “Rosso profondo”: ero stato io il primo a scrivere che quel brano assomigliava troppo a “Parola” di Donato Dozzy ed Anna Caragnano, che era troppo ma troppo un omaggio non dichiarato – e che appunto aveva la colpa di non essere per nulla dichiarato. 

Stimo tantissimo Donato. Lui, e tutte le cose che fa con altri. Ad esempio il progetto Voices From The Lake è stupendo!

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Total look: The Attico / Shoes: Le Silla / Sunglasses: Gucci
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Dress: Dilara Findikoglu / Shoes: Coperni

Guarda, se scrissi quella cosa, che poi venne ripresa veramente da mezzo mondo, a partire da Resident Advisor, e anche tu ci facesti delle Stories su Instagram per difenderti, non era perché volessi chiedere la gogna contro di te – appunto, ogni nostro incontro era stato piacevolissimo, non avevo nessun problema personale nei tuoi confronti – ma perché secondo me c’era una eccessiva somiglianza fra le due tracce e, per mille motivi, sarebbe stato un bene che questa somiglianza venisse fuori, venisse discussa, venisse dichiarata. E toccava a te farlo, visto che “Rosso profondo” era arrivata dopo “Parola”. La critica che ti facevo è che tu non avessi colto l’importanza di questo passaggio: perché fare un confronto sulla questione sarebbe stato un guadagno per tutti, e un atto di correttezza verso di tutti, a partire da Donato. Non sono però stato contento quando il mio articolo è stato usato per far partire una lapidazione virtuale verso di te, come persona e come artista. È stato un po’ processo di strumentalizzazione, la gente aspettava una scusa per poterti dare contro su tutto, e quella mia uscita gliela diede. 

Vero, vero, penso sia giusto dire sia stata strumentalizzazione. Io posso solo dire che stimo tantissimo Donato Dozzy!

Ma vi siete poi parlati, chiariti?

Io non lo conosco personalmente. Non ci siamo mai incontrati, non ce n’è mai stata l’opportunità. Io capisco che tra “Profondo rosso” e “Parola” col senno di poi si possano vedere delle assonanze, sì… Ma di sicuro “Profondo rosso” l’ho registrato a casa, d’istinto, ed è una perfetta fotografia di come mi sentivo in quel momento. Non c’era nessuna intenzione di mancare di rispetto a Dozzy, di “rubargli” qualcosa, di offenderlo. Non è nel mio modo d’essere. 

A proposito di tuoi modi d’essere, torniamo più alla musica e alle scena del clubbing: tu sei nata, artisticamente parlando, quando il caposaldo di tutto erano ancora i club. Oggi invece a farla da padrone sono i festival, mentre i club fanno veramente fatica, ne stanno chiudendo davvero tanti anno dopo anno. Come hai vissuto e come stai vivendo questa transizione?

I festival sono belli, molti sono grandi, grandissimi, le line up sono immense. Ho avuto la fortuna di suonare in alcuni dei festival più importanti del mondo, a partire dal Tomorrowland, e ho visto palchi e luoghi che mi hanno lasciato letteralmente a bocca aperta. In qualche caso mi hanno proprio emozionata da morire – al momento di salire sul Main Stage del Tomorrowland mi tremavano letteralmente le mani, credimi! In generale, penso che alcuni festival siano effettivamente delle esperienze che è necessario vivere, almeno una volta nella vita. 

Total look: Prada

Però appunto, a furia di magnificare così tanto l’esperienza-festival, i club non se li fila più nessuno. E muoiono. 

Eppure io continuo a pensare che ci sarà sempre gente che cercherà ad un certo punto l’intimità, che vorrà concentrarsi sulla musica e non sulla voglia di fotografare tutto di continuo. Sì, molti club hanno chiuso, vero; ma quelli che resistono in molti casi si stanno rinnovando, stanno ritrovando energia. Onestamente? Io vedo un ottimo futuro per le esperienze più underground, per i club. Sono stata di recente al Tresor, a Berlino, ho respirato una atmosfera molto intensa, molto partecipata. E se i grandi festival possono essere una cosa meravigliosa, la vera intimità però la puoi trovare solo nei club più puri, più autentici. Sono convinto che questi anni segneranno un ritorno a sonorità più minimali e ad una maggiore connessione emotiva fra pubblico e dj. E quella, penso, funziona nei club molto più che in qualsiasi altro posto.

Che si tratti di club o festival, hai qualche traccia che è un po’ il tuo “porto sicuro”, quella che sai che quando la suoni puoi rovesciare in positivo anche le serate più difficili, i momenti in cui la pista è un po’ distratta o un po’ apatica?

Qualcosa di Gaetano Parisio. Gaetano è un autentico maestro della old school techno napoletana, oltre ad essere una persona fantastica. Quella techno lì, tra seconda metà anni ’90 e primi anni 2000, una techno scura ma al tempo stesso profondamente groovy, riesce sempre a rovesciare in positivo l’umore delle persone.

Ancora oggi?

Oh sì, ancora oggi.