
Pulire un’auto è un’operazione necessaria e può essere fatta in diversi modi, in maniera più o meno curata o approfondita. È possibile andare all’autolavaggio e colpire la carrozzeria del proprio mezzo con setole rotanti e getti d’acqua ad alta intensità, o si può procedere con l’arte del detailing, ovvero la pulizia approfondita e dettagliata della macchina, una procedura che riporta letteralmente in vita la componente visiva dell’automobile, senza alterarne la parte meccanica. Parliamo di un’attività che fino ad oggi non ha riconoscimento né a livello legislativo, né sociale. Spesso chi fa questo lavoro si trova costretto a spiegarlo con associazioni di idee o analogie. Un esempio? Sono un medico estetico di automobili. O ancora, sono un make-up artist delle auto, un restauratore estetico di macchine. E così via.
Io vorrei che questo un giorno non si debba più fare, mi infastidisce da morire, ragion per cui mi spendo attivamente per la promozione della detailing culture.

L’haute detailing è lo step successivo di questa pratica. Ha lo spirito pionieristico dei primi atelier di moda presenti negli anni ’20 a Parigi. Si lavora con le mani, creando detailing consapevoli e rispettosi, talvolta incredibili, ma è anche un posto dove passano persone curiose che fanno parte di mondi diversi, dal cardiochirurgo newyorkese all’artista di musica offbeat. Quando sono in studio mi sento come Paul Poiret che inventa la nuova moda. Nel mio piccolo, mi sento di aver cominciato anche io nel car detailing un percorso nuovo, un modo diverso di curare l’auto, fatto di meno chimica, molta meccanica e tantissime culture, provenienti da ogni settore.
Ma forse la cosa che più differenzia questa tipologia, ciò che la rende “haute”, è il totale rifiuto del metodo standard che impera nel car detailing mainstream.

Ogni guizzo, ogni intuizione in questo lavoro sfugge da logiche organizzate, conoscenze scientifiche e chimiche, sono frutto di autodidatti un po’ ambiziosi che credono nel recupero delle superfici dell’auto e studiano da soli. Nel mio caso, forse mosso da una grande curiosità, mi spendo tantissimo in ricerca e sviluppo di capacità. In questi anni ho fatto il garzone in carrozzeria, studiato chimica legata alla pulitura di dipinti, letto saggi di filosofia legata all’occupazione degli spazi abitati, in un processo lento ma continuo di ricerca da poter usare nel mio lavoro, quindi niente di propriamente accademico.
Forse questi guizzi di cui sopra sono dovuti al mio background nel mondo della moda e al mio strano percorso umano/lavorativo. Da ragazzo ho provato a studiare ma ho capito che o mi concentravo su quello, o sulle feste, quindi mi sono dedicato a queste ultime. Mi sono ritrovato a lavorare ma non ero particolarmente competente. Mi presero in uno showroom a fare i caffè ma, visto che parlavo molto bene francese e inglese, dopo poco mi misero a vendere. Mi piaceva e pensavo di essere bravo, perciò mi trasferii a Parigi per lavorare da Saint Laurent e incredibilmente mi presero nell’ufficio vendita. Rimango qualche anno, poi passo a Dior, Prada, Jimmy Choo e Sergio Rossi. Qui non seguivo solo le vendite, talvolta dovevo passare in fabbrica. Lì mi sono innamorato dell’artigianato e dei materiali. Volevo lavorare con le macchine, da sempre una mia passione. Per un attimo ho pensato anche ai concessionari, ma sono finito per ricadere nel fashion, andando da Louboutin, anche se sapevo che la moda non era (più) casa mia. Avevo già familiarità col car detailing, che era una mia passione. Da bambino mi facevo regalare i prodotti per pulire le macchine!

Poi scopro che un’azienda svizzera faceva dei corsi, così mi iscrivo e inizio a lavorare come garzone per alcuni professionisti del detailing.
La moda ha influito in maniera totale sul mio modo di fare detailing; da lì ho preso il gusto per la contaminazione dei generi, l’ossessione per il dettaglio, ma soprattutto la velocità di pensiero, specie nei momenti di crisi, così come lo spirito di rinnovamento e un po’ di stronzaggine.
Se mi si vede lavorare, ad esempio su questa Lancia Delta Integrale che Didier Auriol guidò a svariate vittorie internazionali, sembro comunicare una calma olimpica, un senso di tranquillità universale fatto di movimenti studiati e lenti, tanto tecnici e specifici quanto semplici alla vista. Le foglie, gli aloni, le macchie legate all’umidità svaniscono lentamente dalla carrozzeria sotto le mie mani. Nel frattempo, il cielo diventa più azzurro e i colori della Lancia si mischiano perfettamente a quelli dell’ambiente di Crespi Bonsai. La cura di cui i bonsai ultracentenari di Crespi hanno bisogno e quella che le auto sulle quali metto mano necessitano, hanno molto in comune. Nella cultura bonsai si forgia e si costringe la natura per poterla contemplare, io forgio la bellezza per renderla disponibile alla contemplazione. La calma poi è necessaria perché evita lo stress del lavoro. Così come il bonsai ha diverse parti quali il tronco, la fronda, le radici e il terreno, anche l’auto classica è composta da diversi materiali: vernice, pelle, bachelite, legni. Ognuno di essi è bisognoso di attenzioni specifiche.

All’inizio della mia carriera lavoravo su qualsiasi tipologia di automobile, di qualsiasi valore o epoca. Poi è arrivata la prima Ferrari, poi una Porsche, poi un’altra e un’altra ancora. Ma d’altronde una vernice è una vernice. Una pelle di una Rolls-Royce non è molto diversa da una pelle posizionata su un’utilitaria tedesca di qualità. È pur sempre pelle con trattamento superficiale, cioè verniciata e glassata con un polimero trasparente per essere resistente all’usura. Questo a me cambia poco, perché il mio lavoro non è una questione di segmento più o meno ricco. La vera discriminante è l’età dell’auto: più sono vecchie, più il mio lavoro diventa prudente e attento. Molti mi dicono che ciò che faccio è bello da vedere, che ha qualcosa di zen perché da fuori magari do questa impressione. Dentro però sono un cratere vulcanico in piena eruzione. Questo perché devo gestire mille variabili. Nell’approccio ad auto di particolare pregio, tutto deve avere un protocollo, non posso nemmeno mettere una macchina di valore in studio senza fare un’estensione di assicurazione, non posso lavare una vernice molto vecchia senza fare delle prove di superficie. Anche solo spostarla è un problema, magari necessita di particolari procedure solo per essere accesa. Insomma, è un casino. Però mi piace da morire. Ho sempre amato i rebus, sin da bambino, e ora faccio un lavoro che è un gigantesco e continuo rebus.

Il detailing è un bimbo in fasce, un lavoro che è ancora poco diffuso, che può crescere tantissimo e differenziarsi altrettanto. Sono aspetti del detailing le tante facce del car care, la preparazione delle auto sui set del cinema o delle pubblicità, la lucidatura per i concorsi di eleganza, la cura di grosse collezioni. Sono aspetti diversi che stanno tutti sotto il grande cappello del detailing. Sin dai primi momenti, ho portato avanti un lavoro di distruzione e ricostruzione di tecniche e procedure, senza mai essere dogmatico. Mi ispiro piuttosto alle discipline orientali. Ecco, diciamolo, non sono certamente cattolico romano nel car detailing. Sono piuttosto un buddista, perché non seguo dogmi, ma piuttosto mi faccio ispirare dal cosmo.

Storicamente nel detailing si usavano sempre gli stessi prodotti, le stesse spazzole, e non capivo il motivo. Io provavo tutti i prodotti del mondo, leggevo le etichette. Questo perché la moda mi ha dato il concetto della contaminazione e la voglia di giocare secondo limiti e schemi diversi. Oggi sembra esista solo la chimica. Aggressiva, profumatissima, coloratissima. Su Instagram si vedono auto coperte da schiume colorate per essere lavate, ma devi sapere che io provo pena e orrore, pena per il pianeta che deve subire uno scarto chimico così prepotente, e pena per l’auto che magari era solo impolverata e si ritrova questo intruglio aggressivo sopra, quando talvolta per pulire una macchina basterebbe un litro d’acqua, un po’ di detergente e due morbide microfibre. Spesso nel car detailing, come più in generale nel car care, less is more, come diceva Giorgio Armani, colui che negli anni ’80, nel periodo della piena esplosione di colori, stili e contaminazioni, ha vestito le donne con abiti grigi e senza genere. Così vorrei fare io: dare una prospettiva diversa alla cura dell’auto, fatta solo di gesti necessari, niente di caotico e superfluo.

Il cambiamento è necessario anche facendo lo stesso lavoro, nel senso che talvolta si abbandonano le motivazioni che ci hanno spinto a comportarci in un certo modo, oppure si cambia prospettiva rispetto alle cose. Il mio lavoro è molto diverso da quando, sette anni fa, ho iniziato questo percorso e probabilmente sarà diverso fra sette anni. Quindi cambiare non mi spaventa affatto. Ora, ad esempio, la mia nuova ossessione è il restauro di opere pittoriche in acrilico, chi lo sa cosa può succedere. In futuro mi piacerebbe molto avere anche un piccolo chiosco sulla spiaggia dove si servono spaghetti alle vongole e vini biologici, mentre per i bambini farei gelati buonissimi.