Gesù Cristo è morto a 33 anni e, in questo lasso di tempo, è stato in grado di fondare una religione. Noi, invece, in 33 anni costruiamo il nostro gusto musicale, la nostra playlist del cuore, che poi difficilmente cambia. Questo fenomeno ha un nome ed è Taste Freezing. L’idea secondo cui il gusto musicale si “congeli” al raggiungimento dei 33 anni, quando smettiamo di cercare nuovi stimoli musicali e nessun disco sembra più in grado di stupirci.
Secondo le vecchie generazioni la musica che ascoltano le nuove è sempre scadente. Peggiore rispetto a quella che ascoltavano loro alla stessa età. Accade spesso e, per altro, non solo con la musica. Stiamo davvero progressivamente perdendo la capacità di fare musica? La risposta è no, con il passare degli anni semplicemente pare che la nostra mente non percepisca più la musica allo stesso modo.


A dimostrarlo è stato il data analyst Ajay Kalia che, nel 2015, ha pubblicato sul blog Skynet & Ebert un articolo frutto di un’analisi dei dati di ascolto di Spotify da cui è emerso un quadro interessante. Kalia osserva come gli ascoltatori sotto i 25 anni tendano a cercare costantemente nuovi brani, playlist di artisti emergenti e canzoni in trend. Al contrario tra i 25 e i 33 anni l’esplorazione si riduce gradualmente in favore di canzoni già note, spesso legate a ricordi emotivi. Se fino ai 33 anni la musica è scoperta, da quell’età in avanti si trasforma in accompagnamento della quotidianità. Secondo la ricerca, durante l’adolescenza uomini e donne ascoltano musica nello stesso modo, mentre crescendo l’ascolto di musica mainstream negli uomini diminuisce più velocemente rispetto che nelle donne.
Questa ricerca di novità da parte degli adolescenti è stata interpretata, già qualche anno prima, dallo psicologo Jason Rentfrow come un moto di ribellione dei giovani nei confronti degli adulti che, infatti, in linea di massima non condividono gli stessi gusti musicali.
«La ricerca dell’indipendenza degli adolescenti spesso prende la forma di una posizione giustapposta allo ‘status quo’ percepito, quello dei genitori. La musica intensa, vista come aggressiva, tesa e caratterizzata da suoni forti e distorti ha le connotazioni ribelli che consentono agli adolescenti di rivendicare l’autonomia che è una delle principali sfide della vita di questo periodo».
Jason Rentfrow, Journal of Personality and Social Psychology (2013)
Quella dei 33 anni è chiaramente una cifra simbolica, lo studio di Kalia è frutto di una media statistica che, come tale, consente eccezioni. Molti individui continuano nella ricerca musicale per tutta la loro vita, ma in linea di massima il gusto tende a stabilizzarsi attorno a quell’età. Non si tratta di una perdita di curiosità, ma di un cambiamento di necessità. In una vita che diventa sempre più complessa, con il passare dell’età la musica non deve più assecondare quella necessità di rivendicare l’indipendenza di cui parlava Rentfrow. Ascoltare la musica diventa un rifugio, spesso legato a ricordi passati. Alcuni studi psicologici, infatti, evidenziano come tra i 12 e i 22 anni il cervello crei legami molto stretti tra musica, emozioni e memoria. È proprio in questo periodo, infatti, che creiamo la nostra playlist del cuore scoprendo canzoni che, nel futuro, saranno in grado di evocare ricordi e momenti. Ed ecco perché saremo più inclini a riascoltare quelle piuttosto che a cercarne di nuove.
È quindi inevitabile che con l’aumentare dell’età aumenti anche la distanza tra i gusti personali e quelli mainstream. La nuova musica non è più in grado di suscitare emozioni forti o ricordi, ma ciò non significa che non possa essere realmente bella. Ecco spiegata la legge non scritta per cui le vecchie generazioni non sono mai, o quasi mai, in grado di apprezzare le nuove tendenze musicali. Non è una questione di note, accordi e testi, ma una realtà emotiva legata a quello che un brano è in grado di suscitare in chi lo ascolta.