Non è mai “soltanto” una felpa nera

La felpa nera col cappuccio è oggi un capo d’abbigliamento che diamo per scontato. Quasi tutti ne abbiamo una nell’armadio e la indossiamo nella vita di tutti i giorni, per stare comodi o per fare attività sportiva. Eppure, nonostante la sua diffusione, la felpa col cappuccio, soprattutto se nera, continua a essere associata, nell’immaginario collettivo, a un’idea di oscurità, minaccia e pericolo.

«Sarà colpa della felpa», ha pensato, ad esempio, Carolina Di Giacomo, diciott’anni appena compiuti, quando sabato 24 ottobre la polizia l’ha fermata all’uscita della metropolitana per un controllo dei documenti. La ragazza aveva indossato la sua felpa nera per partecipare alla prima manifestazione della sua vita. Inizialmente Di Giacomo ha creduto si trattasse di una procedura ordinaria, ma la situazione ha preso presto una piega diversa: gli agenti le hanno sequestrato il telefono e l’hanno fatta salire su un’auto della polizia che, a sirene spiegate, ha attraversato via del Corso fino al commissariato Trevi, dove la ragazza è stata trattenuta per tutto il pomeriggio.

A partire dalla storia di Carolina, sui giornali si è discusso molto delle misure restrittive della libertà personale messe in campo dalla polizia nelle ultime settimane di proteste. Ma non è certo la prima volta che una felpa nera diventa motivo di sospetto e di un fermo di polizia. Le felpe con cappuccio, infatti, continuano a far discutere. Tanto da poter essere considerate, come raccontato da i-D, «il nostro ultimo capo d’abbigliamento veramente politico».

Gli indumenti con cappuccio non sono affatto una novità. Anzi, hanno una storia molto antica. L’Orkney Hood, scoperto in una torbiera delle isole Orcadi, in Scozia, copriva la testa e le spalle di un bambino nella tarda Età del Ferro, tra il III e il VII secolo d.C. Nel Medioevo, i monaci indossavano cappucci che favorivano la contemplazione interiore richiesta dalla vita monastica, mentre i cavalieri utilizzavano quelli in maglia metallica come parte della loro armatura protettiva. Intorno al 1500 si diffondono anche i cappucci femminili, sostenuti da una struttura rigida che forma una punta sulla sommità della testa. Sempre in quel periodo si afferma l’iconografia della morte incappucciata e armata di falce.

Nei secoli successivi compaiono numerose altre varianti, ma soltanto nel XX secolo nasce la felpa con cappuccio così come la conosciamo oggi. La sua invenzione viene generalmente attribuita alla Knickerbocker Knitting Mills, azienda fondata a Rochester nel 1919 e successivamente diventata Champion. L’idea di applicare un cappuccio alla felpa nasce da un’esigenza pratica: proteggere dal freddo chi deve allenarsi o lavorare all’aperto durante i rigidi inverni dello Stato di New York. Negli anni Trenta, i giocatori di football, già abituati a utilizzare le felpe durante gli allenamenti, sono tra i primi a indossare la nuova versione con cappuccio, che si diffonde rapidamente anche tra i lavoratori dei magazzini e quelli impiegati all’aperto. Champion inizia inoltre a produrre felpe per i soldati americani, che le utilizzano durante l’addestramento. Negli anni Quaranta, l’azienda introduce anche la tasca frontale, conosciuta come «tasca canguro», dall’inglese kangaroo pocket. Fino a quel momento, infatti, le felpe erano generalmente prive di tasche.

Con il passare dei decenni, anche le grandi aziende di moda iniziano a interessarsi alla felpa con cappuccio. Nel 1967, la rivista Vogue pubblica un servizio che ne mostra una versione elegante, realizzata in cashmere e dotata di zip. Ma è soprattutto a partire dagli anni Settanta che questo indumento comincia ad assumere significati culturali diversi da quelli per cui era stato originariamente concepito.

La felpa con cappuccio inizia infatti a diffondersi tra gli adolescenti e all’interno delle sottoculture giovanili, anche per la possibilità di coprire il volto e rendersi meno riconoscibili. La indossano gli skater californiani quando utilizzano le piscine vuote per andare sullo skateboard, così come i ragazzi del Bronx che dipingono graffiti sui muri di New York. Diventa inoltre un capo ricorrente tra i rapper e i ballerini di breakdance della nascente cultura hip hop, oltre che tra i giovani delle periferie delle grandi città americane. In breve tempo, la felpa con cappuccio si trasforma in uno dei simboli di un’intera cultura.

Parallelamente, però, inizia a conquistare anche un pubblico molto diverso: quello degli studenti universitari. Sempre negli anni Settanta, numerosi college e università statunitensi cominciano a produrre felpe con cappuccio sulle quali stampano loghi e mascotte dei propri istituti, trasformandole in simboli di appartenenza. Questa nuova diffusione contribuisce a rendere il capo sempre più accettato anche al di fuori delle sottoculture giovanili, mentre cresce il suo riconoscimento nel mondo della moda.

Un ruolo importante nella sua affermazione nell’immaginario popolare lo ha anche il cinema. Sylvester Stallone, nei panni del pugile Rocky Balboa, contribuisce a trasformare la felpa con cappuccio da semplice indumento sportivo a simbolo culturale. L’iconica sequenza di allenamento del primo film di Rocky, in cui il protagonista corre per le strade di Philadelphia e sale la scalinata del Philadelphia Museum of Art, consacra questo capo come simbolo di tenacia e determinazione.

Negli anni Ottanta e Novanta, le culture giovanili contribuiscono ulteriormente a trasformare la felpa con cappuccio in un elemento fondamentale del nascente settore dello streetwear. La sua diffusione nella cultura hip hop, anche grazie ad artisti come Ice-T e gli N.W.A., contribuisce ad attribuirle un carattere sempre più provocatorio. Così, mentre diventa il simbolo di una nuova generazione, la felpa comincia anche a essere al centro di un vero e proprio panico morale. Le felpe larghe e oversize iniziano a essere associate, nell’immaginario collettivo, alla criminalità giovanile, al vandalismo, alla violenza e ai furti nei negozi.

Allo stesso tempo, verso la fine del Novecento, la felpa nera con cappuccio diventa anche un simbolo delle manifestazioni politiche della sinistra radicale, soprattutto attraverso la tattica del black bloc. Questa pratica emerge in Germania tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, all’interno dei movimenti autonomi tedeschi. Der schwarze Block diventa quindi una espressione utilizzata dalla polizia tedesca per identificare i gruppi di manifestanti vestiti di nero che agiscono in modo coordinato durante i cortei. L’abbigliamento scuro e il volto coperto servono a rendere più difficile l’identificazione dei singoli partecipanti, mentre le azioni si concentrano spesso su obiettivi considerati simboli del capitalismo e del potere, come banche, sedi istituzionali e negozi di multinazionali.

La tattica acquista visibilità internazionale negli anni Novanta, soprattutto durante le proteste contro il vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) a Seattle nel 1999. In Italia, invece, il termine black bloc entra prepotentemente nel dibattito pubblico durante il G8 di Genova del luglio 2001, quando le immagini dei manifestanti vestiti di nero e degli scontri con la polizia contribuiscono a rafforzare ulteriormente l’associazione tra questo tipo di abbigliamento, protesta politica e violenza.

La reputazione negativa che si è costruita intorno alla felpa con cappuccio arriva, negli anni Duemila, a tradursi in veri e propri divieti. Nel 2005, ad esempio, il centro commerciale Bluewater, nel Kent, nel Regno Unito, vieta l’ingresso a chi indossa una felpa con cappuccio, pur continuando a venderla nei propri negozi.

Un anno dopo, David Cameron, allora esponente di spicco dell’opposizione conservatrice britannica, tiene un discorso diventato famoso proprio per il tentativo di cambiare la percezione negativa di chi indossa gli hoodie. Cameron invita gli adulti a mostrare maggiore comprensione nei confronti degli adolescenti, sostenendo che coprirsi il volto con un cappuccio non sia necessariamente un gesto aggressivo, ma possa rappresentare anche una forma di difesa.

Ma è soprattutto nel 2012 che la felpa con cappuccio diventa il simbolo di una questione politica ben più profonda. Il 26 febbraio di quell’anno, Trayvon Martin, un ragazzo afroamericano di diciassette anni, viene ucciso a colpi d’arma da fuoco in Florida da George Zimmerman, un volontario della sorveglianza di quartiere.

«I cappucci sono più uno strumento di difesa che di offesa. Se per alcuni la felpa con il cappuccio rappresenta tutto ciò che non va nella cultura giovanile britannica di oggi, io credo, invece, che la reazione della società adulta nei confronti di chi indossa il cappuccio dimostra quanto siamo ancora lontani dal trovare soluzioni durature per affrontare il vero problema».

David Cameron
Ex Primo ministro del Regno Unito

Martin è uscito da un negozio e sta tornando a casa. Ha con sé una bibita e un pacchetto di confetti al cioccolato e indossa una felpa con cappuccio. Zimmerman lo considera sospetto e inizia a seguirlo. Dopo un confronto tra i due, gli spara, uccidendolo. Il ragazzo è disarmato.

La sua morte provoca un’ondata di indignazione negli Stati Uniti e nel resto del mondo, aprendo un dibattito sul ruolo che il colore della pelle e l’abbigliamento di Martin hanno avuto nella percezione di pericolosità attribuitagli. La felpa con cappuccio diventa così uno dei simboli della protesta contro la profilazione razziale, dando origine anche alla Million Hoodie March, una manifestazione in cui migliaia di persone indossano questo capo per denunciare la criminalizzazione dei giovani afroamericani.

Partendo dalla storia di Carolina Di Giacomo e della sua felpa nera, la deputata Marianna Madia ha depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in base a quali criteri siano stati effettuati i fermi di polizia durante le manifestazioni. Infatti negli ultimi anni, la diffusione di alcuni stereotipi ha mostrato come abbigliamento, provenienza sociale e origine razziale possano sovrapporsi nella costruzione di un’immagine di pericolosità. Tute, felpe con cappuccio e altri elementi dello streetwear vengono così associati alla criminalità giovanile, soprattutto quando a indossarli sono ragazzi delle periferie o con un background migratorio. Il rischio è che questi pregiudizi non rimangano confinati all’immaginario collettivo, ma finiscano per influenzare anche le pratiche di controllo e identificazione delle forze dell’ordine.