Etichettare la musica la rovina?

Online ogni fenomeno sembra avere bisogno di un nome per diventare reale, più una scena è sfuggente, più sentiamo il bisogno di organizzarla, trasformarla in una categoria ed inserirla dentro una mappa più comprensibile, un’etichetta. Spesso, però, nel tentativo di rendere una cosa più definita e riconoscibile, rischiamo di ridurne la complessità. Uno degli esempi più recenti è quello della cosiddetta “Sleazepop“, termine nato online, principalmente su Reddit e X, per raggruppare una costellazione di artisti che si muovono in un area grigia tra EDM, Rap e Pop. Nomi come: Jane Remover, Underscores, 2hollis, Ninajirachi, Tiffany Day e Frost Children, si sono cementati nella cultura underground e cominciano ad approcciarsi al mainstream.

A onor del vero, ad un primo approccio, sembra avere senso raggrupparli in una “scena”: stessa fascia d’età, stessi festival, stesse playlist algoritmiche e spesso persino collaborazioni tra di loro; ma basta ascoltare due dischi qualsiasi dal catalogo di questi artisti per rendersi conto che “sleazepop” racconta tutto e niente: la distorsione digitale molto marcata di Jane Remover ha poco a vedere con le produzioni più pulite e pop di Tiffany Day, e il club sound di Ninajriachi vive in un universo diverso rispetto all’indole più cupa e misteriosa di 2hollis. 

La categorizzazione troppo netta non è sicuramente una problematica mai sentita, ma Internet l’ha resa più veloce e più visibile. Un termine può nascere in una community molto piccola, diffondersi su TikTok o Reddit nel giro di qualche settimane e diventare, in pochi mesi, l’etichetta con cui media, piattaforme di streaming e pubblico generalista inquadrano un’intera scena. Come risultato troviamo una categoria che è troppo larga e vaga per la musica che dovrebbe descrivere. “Sleazepop”, dunque, non è un genere nel senso classico del termine, bensì racconta una vibe, un’atmosfera di riferimenti condivisi (il rave anni ‘90, l’ electroclash anni 2000, l’estetica hyperpop e la club culture) che gli artisti richiamano in modi completamente diversi tra di loro.

Dunque perché continuiamo ad etichettare tutto? La risposta più semplice e banale è la comodità. Per chi parla di musica, per gli algoritmi delle piattaforme o per chi organizza i festival, avere un punto fisso per raggruppare artisti simili, anche in modo superficiale, è un modo per orientarsi in un panorama in cui viene prodotta più musica di quante se ne possa ascoltare. Il genere, in questo senso, funziona più come una scorciatoia cognitiva, che ti spiega dove posizionarti rispetto a quello che già conosci, piuttosto che definire a tutti gli effetti cosa stai per ascoltare.

Il problema, però, sussiste quando la scorciatoia è l’unico modo in cui si guardano le cose. Quando un’etichetta nasce per descrivere un fenomeno, ma finisce per definirlo, c’è il rischio che gli stessi artisti vengano interpretati solo in quella chiave di lettura, anche quando non li rappresenta a pieno. Jane Remover ha più volte dichiarato di prendere le distanze da qualsiasi tipo di categorizzazione riguardo il loro suono, proprio perchè ogni disco cambia radicalmente rispetto al precedente. Incubare un artista stabilmente all’interno di una categoria significa ignorare il movimento continuo che, a conti fatti, è il cuore del suo lavoro.

Forse la scena “sleazepop” non ha bisogno di un nome – ha bisogno di essere ascoltata disco per disco, lasciando che la distanza tra un progetto e l’altro resti quello che è, invece di limarla per farla entrare in una definizione. Questo non significa che le etichette siano inutili, né che dovremmo rinunciare al bisogno di trovare dei punti di riferimento. Significa, piuttosto, riconoscere che una categoria può essere un buon punto di partenza, ma raramente è un buon punto d’arrivo. Può aiutarci a individuare delle connessioni, a mettere in relazione artisti e linguaggi, a dare forma a una conversazione. Ma quando quella conversazione si trasforma in una risposta già confezionata, il rischio è che ciò che volevamo comprendere finisca per diventare qualcosa che abbiamo semplicemente deciso di riconoscere.

Eppure, anche questa riflessione finisce per fare ciò che critica: cercare una formula per descrivere qualcosa che sfugge alle formule. Forse non è una contraddizione da risolvere, ma una condizione da accettare. Abbiamo bisogno di nominare le cose per poterle discutere, ma dovremmo anche essere disposti a lasciare che quei nomi si rivelino insufficienti. Perché una scena musicale non è soltanto l’insieme delle caratteristiche che possiamo riconoscere al suo interno, ma anche tutto ciò che ancora non sappiamo come chiamare. E forse è proprio lì, in quella parte che resiste alla definizione, che vale la pena continuare ad ascoltare.