Non siamo più riusciti a fare un film come Santa Maradona

La verità è che non siamo più riusciti a fare un film come Santa Maradona: un film capace di parlare immediatamente a una generazione, senza né santificarla né mortificarla. La verità è che il cinema, preso proprio come sistema, come insieme di sguardi, di idee e di risorse, non ha più saputo trovare una storia simile. Ci sono stati dei tentativi, per carità. E nel corso degli anni sono stati anche tanti. Ma quello che è successo con il film di Marco Ponti rimane, a oggi, un’eccezione. Un evento più unico che raro, come si dice. La Torino di Santa Maradona è grande quanto una metropoli e, allo stesso tempo, conserva dentro di sé l’essenzialità di un paesino: ci sono le librerie, i bar, gli angoli familiari; c’è una geografia che accompagna il racconto, senza mai sovrapporsi al ritmo. E poi, ovviamente, ci sono i due protagonisti: l’Andrea di Stefano Accorsi, laureato in lettere, disoccupato, in perenne ricerca di lavoro (e di amore), e il Bart di Libero De Rienzo, un guru prima dei guru, una guida gelosa dei suoi segreti, uno snocciolatore di frasi urticanti e, proprio per questo motivo, verissime. 

Non sono, banalmente, le due facce della medaglia. Sono qualcosa di più: sono la medaglia stessa. Si vogliono bene, condividono lo stesso appartamento, giocano appena possono. Sanno di poter sempre contare l’uno sull’altro. E quindi Santa Maradona è innanzitutto questo: un film sull’amicizia. E di film simili, film cioè sull’amicizia, non ne sono stati fatti molti, ultimamente, in Italia. Inutile controllare: è così. Ci sono i film sull’amore, sull’affermazione personale, sulla voglia di riscatto e di vendetta. Ma i film sull’amicizia, sull’amicizia vera, quella che ti accompagna dalla mattina alla sera, che ti fa prudere le mani e che comunque riesce a calmarti, si contano sulle dita di una mano. Forse, due. Pensiamo a Non essere cattivo di Claudio Caligari, uscito più di dieci anni fa, e a Le otto montagne. In comune questi due film hanno due cose. Anzi, due persone: Luca Marinelli e Alessandro Borghi. 

Santa Maradona, però, è uscito in un altro periodo, in un’altra Italia, quando Internet c’era, ma non era così importante, quando parlarsi e darsi un appuntamento avevano un altro significato e un’altra valenza, quando ci si innamorava per un sorriso e per uno sguardo, quando dirsi vaffanculo era tutto: un saluto, la chiusa per un discorso, il modo per ribadire, fiaccamente, il proprio affetto. L’Italia di Santa Maradona era l’Italia del G8, di una generazione non insicura di per sé, ma insicura perché caricata di aspettative e belle promesse e alla fine costretta a fare i conti con un mondo incapace di accogliere, votato al capitalismo e al consumismo e sempre pronto a giudicare e a puntare il dito contro. 

Insieme ad Andrea e a Bart, ci sono anche Dolores, interpretata da Anita Caprioli, e Lucia, interpretata da Mandala Tayde. E non sono semplicemente due comprimarie: sono una parte importante – per lo spunto iniziale del racconto, anzi, sostanziale – della storia. Si sviluppano delle dinamiche precise, dei fraseggi che Ponti è bravo a manovrare e, occasionalmente, a ricreare. La sua regia è spinta dalla fame di chi sa, di chi è in stato di grazia ed è convinto, e contento, di quello che sta facendo. Bart e Lucia ci regalano alcuni dei momenti più belli e divertenti di Santa Maradona: si punzecchiano e si riprendono in continuazione; e tra di loro resiste una tensione genuina, più che sessuale: amicale. 

Essere racconto generazionale significa riuscire a scivolare sottopelle, a infilarsi tra i pensieri più confusi e a fotografare con cura tutto quello che un gruppo di persone prova o sta vivendo. Santa Maradona è un ritratto della precarietà. E lo è stato in tempi non sospetti, venticinque anni fa: è uscito al cinema per la prima volta il 26 ottobre 2001. Ha messo insieme la tragedia di una generazione con la sua voglia di riscatto; ha ribadito solidamente, senza cliché o mezzi termini, un certo modo di essere e, soprattutto, di scherzare. Ci ha regalato alcuni dei monologhi e dei dialoghi più belli di questi anni, con un Libero De Rienzo bravissimo, affabulatore, carismatico, liquido. E con uno Stefano Accorsi sempre pronto a ribattere, a stare al gioco, a essere presente nella scena e – aspetto, forse, ancora più importante – a divertirsi. 

Ecco, se c’è una cosa che rimane dopo aver rivisto per l’ennesima volta Santa Maradona, è la spensieratezza del cast. Che non vuol dire – attenzione – disinteresse. Vuol dire, al contrario, essere talmente calati nell’attimo da non sentire nient’altro. Santa Maradona è una preghiera laica: ha lo stesso spirito di certe discussioni tra amici, il lunedì mattina, mentre si fanno i conti per il Fantacalcio. Non c’è niente di urgente, eppure tutto, allo stesso tempo, è incredibilmente serio. Per raccontare una generazione non basta ripercorrerne i successi o i fallimenti. C’è bisogno di uno sguardo più ampio, onnicomprensivo, capace di cogliere tutto: la musica che ascolta, il cibo che mangia; le abitudini che non riesce ad abbandonare, quelle che proprio non vuole accettare, e poi i videogiochi, i passatempi, lo sport, i libri. E, chiaramente, anche la cosa più importante di tutte: quanto bene sa nascondere la sua immaturità. 

I protagonisti di Santa Maradona hanno quasi – sottolineiamo: quasi – trent’anni. Ma è evidente il loro desiderio “peterpanesco” di non voler crescere, di rimanere sempre gli stessi, di non chiudersi in un ufficio, a ripetere gli stessi gesti solo perché è questo quello che ci si aspetta da loro. Meglio una serata tra amici a casa, sul divano, a guardare la televisione e a mangiare una pizza vecchia di due giorni. Oppure a sfogliare giornali di gossip, terribili ma interessantissimi, mentre sullo sfondo c’è qualcun altro che gioca ai videogiochi e che ci dice che fare il cattivo, tutto sommato, è un mestiere di merda.