C’è una curiosa costante nella cinematografia. Quando bisogna rappresentare un boss mafioso, un gangster o un qualsiasi potente legato in qualche maniera all’illegalità nove volte su dieci il costumista sceglierà una camicia Versace o qualcosa che la ricorda. I motivi barocchi, soprattutto quelli neri e oro, che hanno fatto grande lo stilista calabrese, al cinema sono il simbolo dell’illiceità.
Lo vediamo nell’ultimo film uscito su Prime Video con Stanley Tucci, Masterplan, in cui viene inscenato il furto della Gioconda. Il ricco collezionista di opere trafugate a cui la banda vuole vendere il dipinto, infatti, indossa sempre camicie o altri capi che richiamano Versace in maniera evidente. Ma non solo. Pensate al personaggio di Furio Giunta, il camorrista interpretato da Federico Castelluccio nella serie I Soprano, oppure a Tebaldo e alla gang dei Capuleti di Romeo+Giulietta di William Shakespeare, il famoso adattamento cinematografico dell’opera inglese a cura di Baz Luhrman del 1996. Tutti indossano camicie Versace, stesso brand indossato spessissimo dai personaggi di serie televisive come Gomorra o Mare Fuori anche se non sempre in forma di camicia.
In quei disegni barocchi, opulenti, spesso abbinati al leopardato e a cascate di catene oro si nasconde il simbolo di una ricchezza ostentata. Quando al cinema c’è da rappresentare il potere, anche spietato, ma istituzionale si utilizzano elegantissimi completi grigi, neri o blu, quando invece c’è da rappresentare il potere della criminalità la scelta ricade sulla camicie di Versace.
La camicia Versace è legata storicamente all’immaginario statunitense degli anni ’80 e ’90 quando, tra Los Angeles e Miami era diventata il simbolo dei boss della mafia italo-americana. Contemporaneamente la cultura hip hop l’ha trasformata nella divisa del self-made man, pensate a personaggi come Tupac, il primo rapper a sfilare su una passerella che, guarda caso, era proprio quella di Versace a Milano. Con la sua ricchezza e opulenza il brand diventa il trofeo di chi si è arricchito facilmente, magari anche in maniera non del tutto legale. Calato in questo scenario lo stile dello stilista calabrese è l’emblema di una ricchezza urlata, quella dei nuova riche che vogliono esibire il proprio status sottolineando il loro percorso.
Nel mondo criminale, e così anche nel cinema, l’immagine della camicia barocca rappresenta una sorta di spavalderia del delinquente che, invece di nascondersi, decide di mettersi in mostra. Lo si vede benissimo nel film Il Traditore del 2019 che racconta le vicende di Tommaso Buscetta interpretato da Pierfrancesco Favino, il primo grande collaboratore di giustizia nella storia della mafia siciliana. Nella scena dell’interrogatorio Totuccio Contorno, spalla destra di Buscetta, si presenta in tribunale con indosso una camicia in seta in pieno stile Versace. In un aula piena di uomini incravattati la camicia barocca diventa un tratto distintivo del suo personaggio che gli perette di distinguersi.
Nelle scene spesso cupe in cui vengono ritratti i criminali la camicia Versace, con disegni barocchi oro, diventa una sorta di codice colore che permette al personaggio di spiccare. Non è un caso che il logo di Versace sia proprio la Medusa. Mitologicamente, infatti, quello di medusa è un personaggio estremamente affascinante capace però di pietrificare chiunque la guardi negli occhi. Una sorta di metafora dei personaggi criminali raccontati al cinema. Tanto affascinanti nelle loro camicie barocche quanto controversi nella loro personalità.



