Un paio di settimane fa a Bologna è andato in scena Credo 2026, il primo forum italiano sulla musica cristiana.
L’evento è stato organizzato da La Gloria, etichetta discografica indipendente che vanta numeri inusuali per una piccola label: nel 2025 ha prodotto oltre 230 singoli e organizzato più di 180 live. Motivo per cui ADA Music Italy – la divisione di Warner che si occupa di distribuzione – ha scelto di investire nel progetto di La Gloria, siglando un accordo di distribuzione. L’obiettivo di Andrea Marco Ricci, il fondatore della label, è chiaro: cambiare la percezione mainstream della musica cristiana contemporanea, sulla falsariga di quello che sta succedendo in America, dove il genere attrae pubblico giovane e finanziamenti.
Secondo l’ultimo report annuale di Luminate – partner di riferimento nel settore dell’intrattenimento che si occupa di analisi dei dati – il mercato della musica nel 2025, seppur in crescita, è entrato in una fase di stabilizzazione. Guardando il report di Luminate sul mercato americano, però, c’è un dato interessante che salta all’occhio: gli streaming della musica Christian/Gospel sono in aumento, precisamente del 18,5% rispetto all’anno precedente. Si tratta del genere musicale maggiormente in crescita negli States. Al suo fianco c’è il Rock, che ha guadagnato una maggiore quota di mercato ma con un minore aumento percentuale di streaming.
L’altro aspetto interessante, sempre guardando ai dati, è che il pubblico della musica Christian sta cambiando. Secondo Spotify la fanbase del genere, storicamente di nicchia e lontana dal mondo streaming, sta diventando progressivamente più giovane. Il numero di ascoltatori millennials è in crescita, come lo è quello dei più giovani appartenenti alla Gen Z. In questo caso il paragone con il Country, altro genere che negli ultimi anni ha conosciuto un exploit commerciale, è calzante. Entrambi i generi, infatti, possono contare su nicchie molto fedeli, ma anche estremamente resistenti al cambiamento. Non è un caso che quando gli ascoltatori del Country hanno avuto un ricambio generazionale, sdoganando di fatto le piattaforme di streaming, il genere è esploso a livello mainstream. Qualcosa di simile sta cominciando a succedere anche con la musica cristiana contemporanea.
Superstar come Forrest Frank e Brandon Lake ne sono la dimostrazione evidente. Artisti di questo tipo riescono a raggiungere la Billboard Hot 100 con brani Christian, mentre il pubblico dal vivo continua a crescere toccando numeri davvero importanti. Tutto questo è facilitato dall’innovazione e l’ibridazione dei generi. Artisti come Lecrae, ascrivibile al cosiddetto Christian hip hop, sono un esempio molto indicativo in questo senso. In Italia, invece, come ha sottolineato Ricci al forum di Bologna, la situazione attuale è ancora lontana da quella americana. Permangono diffidenza e pregiudizio ma, anche qui da noi, la scena Christian è una nicchia sottostimata in termini di pubblico e di capacità di muovere economie.
La crescita del genere e la nascita di realtà come La Gloria s’inseriscono in un contesto in costante mutamento che sembra già indirizzato in tal senso. In questi anni la simbologia e l’estetica religiosa sono tornate ad avere un ruolo nella musica mainstream. Anche in questo caso non mancano gli esempi. LUX, l’ultimo album di ROSALÍA, pesca a piene mani dall’universo del cristianesimo. Lo stesso SWAG II di Justin Bieber, seppur in maniera non così diretta, ricorre spesso a riferimenti religiosi e all’incontro con Dio. E come non citare JESUS IS KING di Kanye West, come sempre innovatore, anche quando inconsapevole.
Non solo in America, anche in Italia il tema religioso sta entrando nella musica mainstream. È successo recentemente con Vangelo di Shiva, seppur da una prospettiva più estetica. Ed è successo un paio di anni fa, in modo più evidente, con Casa Gospel di Tha Supreme e Mara Sattei. Nel disco i due fratelli, cresciuti in una famiglia credente di tradizione protestante evangelica, hanno rivendicato la propria fede e la propria eredità familiare. Ma gli esempi sono diversi, anche quando il collegamento non appare in maniera così cristallina: artisti big come i Pinguini Tattici Nucleari – seppur non rientrando sotto il cappello della musica Christian – rivendicano la propria formazione all’interno del circuito degli oratori.
Questo fenomeno non riguarda solamente la musica ma, più in generale, i nuovi linguaggi della comunicazione con cui la religione non ha più paura di confrontarsi. Sui social, sia in Italia che negli States, esistono una schiera di influencer cristiani che raccontano la fede da un punto di vista accattivante e performativo. A volte si tratta di ex preti, come nel caso di Alberto Ravagnani. Altre volte di influencer che mescolano fitness e fede senza soluzione di continuità, come nel caso di Nick Gaglione. Negli Stati Uniti esiste un vero e proprio filone di “gym bro” religiosi che, attraverso i proprio contenuti, rispondono più ad una necessità identitaria che spirituale. In Italia, invece, non mancano i content creator più giovani che, specialmente su TikTok, raccontano e promuovono la propria fede in maniera verticale. Tra questi ci sono anche account molto seguiti, come quello di Benedetta Palella e Cleide Bellia. Molti di loro sono stati ricevuti da Papa Leone XIV durante il Giubileo dei giovani lo scorso anno dando prova, di fatto, di un nuovo modo di comunicare la fede.
Insomma, se è vero che le nuove generazioni hanno sete di spiritualità e di apparati identitari in grado di dare senso alla solitudine imperante degli ultimi anni, allora anche il mondo della musica (forse il maggiore aggregatore di senso per i giovani) non può che fare i conti con la crescente ondata di musica cristiana contemporanea. Con il mescolamento dei generi e una maggiore apertura all’innovazione, anche in Italia la musica a stampo religioso può riuscire a svincolarsi dai pregiudizi. Non essendoci una tradizione legata al Gospel, unico vero genere ascrivibile alla Christian music, diventa necessario aprirsi al confronto musicale.
Al di là delle prevedibili perplessità, rimane il fatto che la musica cristiana ha quello che l’industria vuole. E, soprattutto, quello che gli artisti emergenti cercano disperatamente: una rete sociale tangibile ed estesa per tutta la penisola, e un senso di comunità con valori condivisi degno dei fandom più agguerriti.