Robert Pattinson sta monopolizzando il cinema

Dopo un periodo passato a essere riconosciuto come Edward Cullen, il vampiro di Twilight che ha reso il suo volto uno dei più riconoscibili della cultura pop degli anni Duemila, Robert Pattinson ha deciso di cambiare completamente strada e di dirigere la propria carriera artistica verso qualcosa di diverso.

Puntando su film che vivono parallelamente al mondo hollywoodiano mainstream, l’attore ha iniziato a inseguire e interpretare, all’interno del panorama cinematografico, ruoli sempre più complicati, film a budget ridotto e personaggi di serie B, coltivando però, al tempo stesso, un enorme bagaglio di esperienze.

Mettendo alla prova e sviscerando le proprie qualità di attore, Robert Pattinson è quindi finito all’interno del misterioso cinema di David Cronenberg, ha lavorato con i fratelli Safdie in Good Time e ha collaborato con Robert Eggers in The Lighthouse, dove interpreta un guardiano ossessionato e sempre più vicino alla follia.

Il passaggio decisivo nella sua ascesa a livello artistico è arrivato poi con The Batman (2022), dove Matt Reeves gli affida uno dei personaggi più famosi della storia del cinema americano. Nonostante la saga rientri tra quelle produzioni concepite come blockbuster, Robert Pattinson è riuscito anche qui a utilizzare quella sua aura malinconica e alienante per decostruire il personaggio e interpretare Bruce Wayne in un modo diverso dal solito.

Reeves ha raccontato di essere rimasto colpito dalla “desperation” che Pattinson aveva mostrato in Good Time: una qualità che gli permetteva di rendere Bruce Wayne fragile e tormentato anche sotto la maschera.

L’attore torna così al centro dell’immaginario mainstream, senza però rinunciare a questa “nuova” versione di sé, maturata nel corso degli anni.

Da questo momento arriva anche a livello internazionale il riconoscimento della sua bravura. Cercando di allontanarsi da quell’idea di celebrity che gli era stata associata, Pattinson è diventato una figura sempre più interessante artisticamente: un attore in grado di modellarsi perfettamente a seconda del ruolo da interpretare, forte di un’esperienza maturata nel corso del tempo.

Negli ultimi anni Pattinson è stato scelto per lavorare con alcuni dei registi più importanti e riconoscibili del cinema contemporaneo. Bong Joon-ho lo ha scelto per Mickey 17, Christopher Nolan lo ha inserito nel cast di The Odyssey e, oltre a questi, altri progetti lo hanno visto coinvolto in un continuo alternarsi di produzioni indipendenti e grandi franchise.

Pattinson è uno dei pochi attori della sua generazione ad aver attraversato due forme completamente diverse di celebrità. Prima è stato una celebrity globale, inseguito dai paparazzi e trasformato in sex symbol; dopo di ciò, ha cercato di “sparire” all’interno delle storie dei film.

Mickey 17 è forse uno degli esempi più evidenti di questo suo approccio attoriale. Il regista Bong Joon-ho gli ha infatti permesso di interpretare diverse versioni dello stesso personaggio, trasformandolo continuamente. Pattinson sembra aver reagito prontamente davanti alla macchina da presa, divertendosi proprio nel rendere instabile l’immagine che abbiamo di lui.

Con The Odyssey, Pattinson è entrato poi a far parte anche dell’universo narrativo di Christopher Nolan, uno dei pochi registi contemporanei capaci di trasformare un film in un vero e proprio evento culturale.

Anche al Festival del Cinema di Venezia di quest’anno il pubblico della Sala Grande si è alzato in piedi per Primetime, il nuovo titolo di Lance Oppenheim, in uscita il 15 ottobre, nel quale Pattinson è stato chiamato a interpretare Chris Hansen, un giornalista televisivo diventato famoso negli anni Duemila con To Catch a Predator. La sua performance è stata descritta come magnetica e volutamente inquietante, accompagnata da un’ovazione durata circa otto minuti, mentre la sala continuava ad applaudire. La cosa curiosa è che Pattinson era inizialmente entrato nel progetto come produttore e solo successivamente ha deciso di interpretarne il protagonista.

Nel giro di pochissimo tempo, l’attore è quindi entrato a far parte del cast di Mickey 17, nel quale interpreta letteralmente più versioni dello stesso personaggio, di The Drama, The Odyssey e Primetime, mentre Dune: Part Three è atteso per dicembre 2026.

Ad oggi possiamo quindi affermare che Robert Pattinson è contemporaneamente una star di Hollywood e uno degli attori che più facilmente associamo al cinema d’autore.

È qui che nasce quella che negli ultimi mesi è stata ribattezzata, con un termine inevitabilmente internet, la “Robissance”: il termine sta infatti circolando da quest’anno e indica una sorta di rinascimento di Robert Pattinson.

In una recente intervista, Robert Pattinson ha infatti spiegato di aver cambiato mentalità: non gli interessa più necessariamente fare “grandi film” o essere il protagonista, ma semplicemente scegliere ciò che trova interessante. Possiamo descrivere questo suo modo di approcciarsi al cinema come una sorta di effetto domino attraverso cui, un progetto dopo l’altro, Pattinson è arrivato a girare diversi film praticamente senza pause.

L’attore, per l’appunto, non ha mai smesso di lavorare, ma ha semplicemente dedicato più di dieci anni a costruire una carriera diversa, lontana dai circoli del cinema classico americano e adolescenziale.

La sua storia racconta quindi qualcosa di piuttosto raro nel panorama contemporaneo, un attore che, dopo essere diventato una delle più grandi celebrity della sua generazione, ha scelto di ridimensionare la propria immagine pubblica per costruirsi una nuova identità cinematografica.

La “Robissance”, forse, non è quindi un vero ritorno. Robert Pattinson non è mai sparito dal mondo del cinema; ha semplicemente deciso di costruire una carriera che gli permettesse di essere riconosciuto non più soltanto per essere stato Edward Cullen, ma per tutto quello che è riuscito a diventare artisticamente dopo.