Come si decide chi sono i veri fan?

Quando un concerto evento, nell’era dei biglietti introvabili, arriva nel nostro paese, i primi commenti sono sempre gli stessi. “E ora i veri fan come faranno?”, “Ecco, adesso tutti i poser ci ruberanno i biglietti”, “Non connettetevi alla vendita se non sapete… [fatto o brano astruso qualunque]”. È così da sempre, o almeno dagli anni delle subculture, in cui i poser sono diventati i nemici numero uno di tutti i “veri amanti della musica”. Eppure oggi questa caccia alle streghe diventa sempre più pesante.

Un po’ perché i concerti evento, per definizione, scarseggiano, ed essendo abituati ad avere tutto a portata di clic fare pace con la scarsità è un esercizio scomodo. Un po’ perché i social permettono a sempre più persone di avvicinarsi alla musica, scoprire nuovi artisti, e di conseguenza sbiadiscono i confini tra real e fake fans.

Dal canto loro, consapevoli dell’aumento del prezzo dei biglietti (soprattutto in questi casi) e della domanda straordinaria, gli artisti cominciano ad adottare strategie volte a tutelare i “veri fan”. Per ottenere il famigerato codice che permetteva di accedere alla vendita generale degli Oasis, serviva sapere il titolo dell’album uscito nel 1995. Ai tempi del Reputation Stadium Tour, Taylor Swift aveva introdotto il Taylor Swift Tix, un sistema che cercava di selezionare i “veri swifties” in base a stream, visualizzazioni dei video su YouTube e acquisti sul sito del merch. Persino Spotify ha da poco introdotto Reserved, un’iniziativa al momento esclusiva di Canada e Stati Uniti che permette ai fan di un artista, se abbonati Premium, di avere due biglietti riservati.

Dentro il disco di Reputation era possibile trovare il Taylor Swift Tix


Ma se per dimostrare di essere fan bisogna conoscere un disco uscito trent’anni fa, aver acquistato un album prima della prevendita o accumulare ascolti su una piattaforma, il rischio è che la passione diventi performance. E che, soprattutto, finisca per coincidere con i potere d’acquisto. A peggiorare la situazione, poi, c’è la pressione che ne consegue. Stare sui social, nel periodo che separa l’annuncio di un evento dalla vendita effettiva, è come passare dal corridoio del Liceo con una maglia dei Ramones. Quando si dovevano sviare gli sguardi torvi dei metalhead, prepararsi a dover elencare quattro brani, poi nomi di bassisti, tastieristi, tamburellisti. “Altrimenti, fai solo finta”.


Ma nell’era dei social, chi sono i veri fan? Quelli arrivati davvero per primi o i più bravi a memorizzare tutto? Quelli che si abbinano con la loro estetica personale e i loro valori alla musica che hanno su Spotify, o quelli che sanno separare artista e opera e godere di tutto? Distinguerli non è mai stato così difficile, e forse è proprio questo a renderlo di fatto inutile.

Nel caso di una band come gli Oasis, che con almeno tre o quattro canzoni ha accompagnato le vite di chiunque, che senso ha decidere chi merita di essere allo Stadio e chi no? Certo, c’è chi li ha aspettati per più di dieci anni. Chi li ha già visti e vorrebbe rivivere quell’esperienza, magari dopo averci costruito intorno un pezzo della propria vita. E chi, all’epoca, era troppo piccolo per esserci. È giusto che un artista pensi a tutelare queste esperienze, ma se il prezzo è quello di rendere “serie B” tutti gli altri, il gioco non vale la candela.

Per il tour 2027, gli Oasis hanno provato tramite un questionario a tenere lontano i “fake fans” in questo modo


Se la musica diventa un club per chi acquista di più, chi conosce di più, chi dimostra di più, e non per chi semplicemente vuole viverla al massimo, c’è un problema. E se ci importa più di perdere un biglietto perché qualcun altro l’ha preso che di tutto quello che succederà in quelle due ore senza di noi, forse abbiamo perso di vista il senso dei live.


Perché una volta dentro, una volta iniziate certe canzoni, non importa chi le abbia ascoltate per primo, chi sappia cantarle meglio o chi abbia dovuto aspettare più a lungo per sentirle dal vivo. Non importa nemmeno se quella musica ci accompagna da vent’anni o se l’abbiamo scoperta la settimana prima. Per due ore, almeno, non c’è nessun esame da superare e
nessuna fanbase a cui dimostrare qualcosa. C’è soltanto la musica. E la possibilità, finalmente, di viverla appieno.