Il concetto di Panopticon, teorizzato da Jeremy Bentham verso la fine del Settecento, rappresenta un modello di carcere ideale: circolare, con un’unica guardiola al centro e le celle dei detenuti disposte a raggiera. Ciascuna delle celle è pensata come una stanza singola in modo da amplificare il senso di isolamento. Il principio alla base del Panopticon è questo: i detenuti non sanno quando (e se) saranno effettivamente controllati, ma sono ben coscienti del fatto che il controllo potrebbe avvenire in qualsiasi momento. Questo finisce, irrimediabilmente, per modificare il loro comportamento.
Il modello inventato da Bentham è una metafora perfetta per descrivere lo stato di iper-sorveglianza in cui viviamo. Anzi, la realtà è ben più spaventosa di così. Oltre alle migliaia di telecamere di videosorveglianza disseminate nelle nostre città (negli Stati Uniti ultimamente si parla molto di Flock, un lettore di targhe automatico dotato di AI) siamo noi stessi, smartphone alla mano, a svolgere il ruolo di guardiani di una presunta morale e di un presunto buon costume. Perché lo facciamo? Per il content chiaramente. O meglio, da una parte, per suscitare una reazione in un’audience che, ormai, nella società dello spettacolo ognuno di noi ha. Dall’altra parte, in qualità di spettatori, per lo stesso motivo per cui si ride di qualcuno che scivola su una buccia di banana, o per lo stesso motivo per cui ci si sente sollevati guardando Temptation Island.

Un caso che rende bene l’idea di che cosa significa vivere dentro il Panopticon è avvenuto quest’estate a New York. Si tratta dell’episodio che ha riguardato il noto TikToker Jay Guapo che, spostando l’arma (leggi smartphone) verso una coppia di giovani avvocati intenta a scambiarsi effusioni a Central Park, è riuscito a trasformarli, sfruttando il loro imbarazzo, in un contenuto da consumare. A quel punto Internet ha fatto quello che sa fare meglio prendendo le fattezze di un tribunale di giustizia sommaria. All’ilarità suscitata dal contenuto in un primo momento, è seguita l’indignazione quando si è scoperto che i due giovani avvocati, entrambi sposati, stavano portando avanti una relazione extraconiugale. Il risultato? Entrambi sono stati messi alla gogna pubblica attraverso il tribunale della “morale” della rete e lui è stato messo in congedo dal suo studio legale.
Niente di nuovo, direte voi. Sono anni che viviamo all’interno di un episodio di Black Mirror che, ormai, è diventato anche banale citare, almeno da quando la fantascienza ha cominciato ad aderire con tanta facilità alla realtà. Spesso casi come questi si risolvono in un meme o in una battuta. Tendiamo a minimizzare perché si tratta della privacy altrui, e quindi di qualcosa che non ci riguarda direttamente. Del resto, tutti quanti ricordiamo il caso del concerto dei Coldplay a Foxborough, vicino a Boston. In quell’occasione non fu uno smartphone ma la kiss cam dello stadio ad inquadrare un’altra coppia rea di un presunto tradimento. Per noi che assistiamo niente di cui stupirsi, ridiamo e passiamo al prossimo meme. Per loro, anche in quel caso, Internet fece il resto del lavoro, indagando sui due e costringendo entrambi alle dimissioni dall’azienda per cui lavoravano.
Non ci stupiamo perché siamo perfettamente abituati alla pervasività delle telecamere negli ambienti pubblici. Del resto, con l’avvento degli smartphone, abbiamo deciso di abdicare progressivamente al nostro diritto alla privacy. E lo abbiamo fatto con estrema facilità. Soprattutto se è la privacy degli altri, e soprattutto se ci intrattiene. È così da anni, e non ce ne siamo mai preoccupati più di tanto. Almeno fino ad oggi, da quando questa distorsione del reale ha cominciato a diventare sempre più comoda da indossare.
Negli ultimi mesi Meta ha spinto ulteriormente sugli Smart Glasses, trasformandoli da semplice gadget con fotocamera ad una nuova interfaccia ben più sofisticata in grado di interagire con l’intelligenza artificiale. L’ambizione di Mark Zuckerberg è quella di rendere i Meta Glasses – il primo modello slegato dalle collaborazioni con Ray-Ban e Oakley, seppur realizzato sempre in partnership con EssilorLuxottica – in un prodotto di massa a tutti gli effetti.

La novità però, è che, oltre alle solite reazioni entusiastiche dei fanatici del progresso, soffia anche un vento sfavorevole per l’ultimo giocattolo di Zuckerberg. Ad esempio, molti locali in giro per il mondo ne stanno vietando l’utilizzo. Da club ed eventi che hanno fatto della policy “no foto/no video” una bandiera da sventolare, come il BASEMENT di New York o il Body Movements a Londra, fino a diversi pub, cinema e teatri sparsi per il Regno Unito. Ma non solo, anche i tribunali di New York, o quelli di Inghilterra e Galles, hanno vietato l’utilizzo degli Smart Glasses al loro interno, e persino DEF CON, una delle più importanti conferenze hacker al mondo, ha chiesto ai partecipanti di lasciarli a casa. Stesso discorso per molte palestre e piscine australiane e per vari luoghi di aggregazione in giro per il mondo.
A parte il fioccare di divieti, vale la pena citare anche un recente caso di resistenza attiva organizzato “dal basso”. Il fatto è avvenuto a Londra, qualche giorno fa, dove il gruppo di attivisti Everyone Hates Elon ha organizzato una campagna di guerrilla marketing tappezzando la metropolitana e le fermate dei bus della capitale inglese con adesivi e poster provocatori. Particolare attenzione è stata data alla mancanza di consenso e alle possibili derive pedo-pornografiche che la tecnologia di Meta potrebbe facilitare. Tra i poster più d’impatto della campagna spiccano la finta ADV di Kylie Jenner ispirata al film Essi Vivono (1988) e quella di Jeffrey Epstein sormontata dalla scritta “Glasses for people who don’t do consent”.
La resistenza attiva alla diffusione degli Smart Glasses non passa solo per esercizi pubblici, istituzioni e associazioni. Anche i privati iniziano a cavalcare la forte ondata di reazione che si oppone alla mania di controllo e di violazione della privacy a cui sembravamo ormai destinati. Lo dimostra il crescente successo di un’app lanciata da un programmatore polacco circa un mese fa. Lui ha trent’anni, si chiama Pawel Szydlowski e la sua applicazione ha un nome piuttosto emblematico: ZuckOff. In buona sostanza funziona così: se qualcuno indossa un paio di Smart Glasses nelle vicinanze l’applicazione lo rileva attraverso un sistema Bluetooth e lo segnala all’utente.
Insomma, dopo tanti anni di minimizzazione del problema, sembra che il tema della privacy stia finalmente tornando ad essere un tema anche per le persone. E infatti, si vocifera che Meta stia lavorando ad un nuovo modello di Smart Glasses senza fotocamera integrata. Si dovrebbero chiamare Luna e sono pensati proprio in risposta alle crescenti (ed inedite) preoccupazioni sulla privacy. Segno inequivocabile che, per quanto isolati, possiamo ancora avere una voce in capitolo sulle scelte che ci riguardano. Almeno in qualità di consumatori.

E allora, forse, il progresso non si può fermare ma si può comunque aggiustare e direzionare. Forse la stessa capacità di reazione potrebbe essere impiegata in altre tematiche importanti, come la pretesa di una corretta gestione dell’AI. O forse, più probabilmente, il prossimo video virale ad una coppia inconsapevole sarà realizzato con degli Smart Glasses. E allora rideremo. E poi andremo avanti perché, tanto, non abbiamo niente da nascondere.