Come abbiamo imparato a vestirci contro la pioggia 

Oggi vestirsi per una giornata piovosa non è poi così complicato. Abbiamo giacche impermeabili che pesano pochissimo, membrane tecniche, cuciture termosaldate e capi pensati per la montagna che indossiamo tranquillamente per uscire in città.  

Per molto tempo, però, proteggersi dalla pioggia significava scegliere tra due opzioni: bagnarsi o indossare qualcosa di pesante, rigido e poco traspirante. La storia di come siamo usciti da questo dilemma passa per chimici scozzesi, pastori  inglesi, esploratori polari e trincee. E soprattutto per un tessuto: la gabardine.  

Uno dei primi impermeabili moderni nasce nel 1823 grazie al chimico scozzese Charles Macintosh. La sua idea era abbastanza semplice: inserire uno strato di gomma tra due tessuti.  L’acqua non passava e il problema sembrava risolto. Quasi. Il materiale non faceva entrare la pioggia, ma non faceva passare nemmeno l’aria.  Puzzava, diventava rigido con il freddo e soffriva le temperature alte. In compenso  funzionava abbastanza bene da essere adottato da esercito, polizia e ferrovie britanniche.  

E funzionò così bene che il cognome Macintosh diventò praticamente sinonimo di impermeabile: Mackintosh, o semplicemente Mac. Restava però un problema: come tenere fuori l’acqua senza sigillare dentro anche chi indossava il cappotto?  

Thomas Burberry apre il suo primo negozio a Basingstoke, nel sud dell’Inghilterra, nel1856. Ha 21 anni e molti dei suoi clienti lavorano all’aperto. Inizia così a cercare un’alternativa ai pesanti capi gommati e cerati dell’epoca. Nel 1879 sviluppa la gabardine. La chiamò “gabardine“, dal nome di un’antica vestaglia di mendicanti e viaggiatori, che li proteggeva dalle tempeste. Più che una fibra, la gabardine è un modo di costruire il tessuto. Quella sviluppata da Burberry era realizzata principalmente in cotone, lavorato con una trama diagonale molto fitta e compatta.

A differenza degli impermeabili precedenti, quindi, non era necessario ricoprire la superficie con uno strato di gomma: il tessuto veniva trattato prima della tessitura e la sua struttura serrata aiutava l’acqua a scivolare via, mantenendolo più leggero e traspirante. È proprio la caratteristica diagonale, ancora oggi visibile sulla superficie, a rendere la gabardine facilmente riconoscibile. Nel 1888 Burberry la brevetta. Prima di diventare il materiale del trench beige, la gabardine era a tutti gli effetti un tessuto tecnico. 

La indossavano aviatori, alpinisti ed esploratori. Nel 1911 gli esploratori che raggiunsero per primi il Polo Sud utilizzarono abbigliamento e attrezzatura Burberry. Anche gli esploratori durante le loro spedizioni in Antartide indossarono capi in  gabardine.  

In pratica, prima di finire sulle passerelle, Burberry vestiva persone che cercavano di sopravvivere a temperature sottozero dall’altra parte del mondo.  

La dinamica non è poi così diversa da quella che vediamo oggi. Negli ultimi anni gusci tecnici, pile e scarpe da trail sono diventati capi di abbigliamento diffusi anche nelle città. Ma prendere qualcosa nato per condizioni estreme e trasformarlo in  abbigliamento quotidiano non è affatto una novità. La gabardine lo faceva già più di cent’anni fa.  

Durante la Prima Guerra Mondiale nelle trincee i pesanti cappotti di lana dell’esercito britannico erano poco pratici. Una volta bagnati diventavano ancora più pesanti e rendevano difficile muoversi. Serviva qualcosa di diverso. Burberry aveva già una soluzione molto vicina: nel 1912 aveva brevettato il Tielocken, un cappotto in gabardine lungo fino al ginocchio e chiuso da una cintura. Da lì si arriva al trench coat.  

In realtà attribuirne l’invenzione soltanto a Burberry sarebbe troppo semplice. Anche Aquascutum produceva da anni impermeabili per uso militare e ancora oggi i due marchi condividono, almeno in parte, la paternità del capo. La guerra, però, gli dà la forma che conosciamo. Spalline, cintura, doppio petto, patta sulla spalla. Elementi che oggi sembrano puramente estetici avevano tutti una funzione pratica. Persino il nome è rimasto sorprendentemente letterale: trench coat significa semplicemente cappotto da trincea. Finita la guerra, gli ufficiali tornano a casa. E continuano a indossarlo.  

Il trench esce così dalle trincee ed entra nelle città. Mantiene praticamente tutto: cintura, spalline, doppio petto e dettagli militari. A cambiare è il contesto. Poi arriva il cinema. Il trench diventa il cappotto di investigatori, gangster, personaggi misteriosi e femme fatale. A quel punto la trasformazione è completa. Un capo nato per proteggersi dalla pioggia e dal fango è diventato parte dell’immaginario collettivo.  Ed è forse questa la cosa più interessante: il trench che indossiamo oggi è ancora pieno di dettagli che non ci servono più. Nessuno usa le spalline per mostrare il proprio grado militare. Nessuno compra un Burberry pensando a una spedizione in Antartide. Eppure continuiamo a indossare quasi la stessa forma.  

La storia dell’impermeabile racconta qualcosa che succede spesso con le grandi innovazioni. Il Mackintosh nasce per fermare l’acqua. La gabardine per farlo senza soffocare chi la indossa. Il trench viene perfezionato per permettere agli ufficiali di muoversi più facilmente sotto la pioggia e nel fango. Più avanti arriveranno Gore-Tex, membrane ultraleggere, tessuti sintetici e tecnologie sempre più sofisticate. Sono soluzioni sviluppate per necessità precise, a volte in contesti estremi. Poi, come spesso accade, quelle stesse innovazioni escono dal contesto per cui erano state  pensate ed entrano nella vita di tutti. Forse è proprio questo il lato più interessante della tecnologia applicata all’abbigliamento: ciò che nasce per rendere possibile qualcosa di straordinario, alla fine può rendere un po’ più semplice anche l’ordinario.