Facciamo il punto sulla New York Fashion Week

Negli ultimi anni ci siamo chiesti diverse volte se la New York Fashion Week sia ancora rilevante e soprattutto in quale direzione stava andando. A differenza delle altre città del circuito moda, che sono tutte ben catalogabili con delle peculiarità per ciascuna, la Grande Mela sembrava infatti sempre più difficile da definire

Dopo l’ultima edizione, però, la sensazione è leggermente diversa. Non stiamo dicendo che la kermesse abbia improvvisamente trovato una nuova via, ma analizzando i fatti è chiaro come si stia tornando a un’identità precisa e strutturata

Innanzitutto il calendario della primavera/estate 2027 ha riportato in primo piano alcuni dei nomi che hanno costruito l’idea stessa di moda americana, mentre designer più giovani continuano a lavorare su quella combinazione di sportswear, cultura pop, utilità e individualismo tipicamente newyorkese. Insomma, è come se a New York si è smesso per un attimo di tracciare nuove definizioni vaghe per concentrarsi su ciò che un tempo funzionava già

Ralph Lauren è probabilmente il punto di partenza più evidente. Lo stilista ha guardato al suo archivio senza creare una collezione nostalgica, preferendo piuttosto dare una dimostrazione di quanto il suo linguaggio sia diventato ampio nel corso di sessant’anni. Non ha voluto aggiornare il proprio immaginario per renderlo contemporaneo, anzi, lo porta avanti con la sicurezza di chi sa che non deve rincorrere nulla.

Tommy Hilfiger anche fa qualcosa di simile, ma con un atteggiamento molto più pop: sfila al Plaza Hotel, un luogo che è parte della sua storia personale, dove prende il vocabolario preppy e lo porta nel presente attraverso proporzioni più estreme, colori più vivaci, polo oversize, tartan e sneakers ispirate agli anni Novanta. Anche qui il punto non è inventare un nuovo codice, ma capire quanto sia ancora possibile lavorare su uno vecchio.

Poi c’è Calvin Klein, con Veronica Leoni che riporta il brand alla sua essenza più pura per raccontare come il minimalismo americano non ha bisogno di aggiungere assolutamente nulla per piacere al consumatore di oggi.

In tutto questo non dimentichiamo il debutto a stelle e strisce di PDF, che lascia Milano per immergersi al meglio in uno contesto fatto di hip-hop, streetwear e basket. Inserire il nome di Domenico Formichetti nel discorso, così come quello degli altri creativi emergenti, è importante perché se la moda americana si limitasse a ripescare solo i mostri sacri, rischierebbe semplicemente di trasformare la propria storia in una grande operazione nostalgia di cui nessuno ha bisogno.

La vera sfida è dunque riuscire ora a mettere in comunicazione queste due facce della stessa medaglia: quella dei grandi marchi che hanno costruito l’immaginario Made in USA e quella delle nuove generazioni che continuano a modificarlo.

È probabilmente questo il punto più interessante. Non c’è una nuova estetica americana dominante e forse non serve che ci sia. Pervade piuttosto la sensazione che finalmente alcuni stilisti stiano tornando a lavorare a modo loro sul mischiare alto e basso, rendere il quotidiano desiderabile e prendere il guardaroba reale per trasformarlo senza renderlo irriconoscibile.