Sinestesie di città – Venezia

C’è qualcosa di profondamente malinconico in Venezia, non una di quelle malinconie tristi, languide, ma quella delle cose che sembrano contemporaneamente appartenere al passato e al futuro, senza riuscire mai ad abitare davvero il presente. Venezia esiste in un tempo parallelo al nostro, troppo antica per essere moderna, troppo fragile per essere eterna e troppo maestosa per essere dimenticata. Forse per questo continua a esercitare un fascino a tratti irrazionale. Nonostante le folle, i prezzi, le fotografie ripetute all’infinito, il rischio costante di trasformarsi in una caricatura di sé stessa, Venezia conserva qualcosa che sfugge a qualsiasi tentativo di semplificazione.

Thomas Mann, in Morte a Venezia, la descrive come una città febbrilmente sospesa tra attrazione e decomposizione, tra desiderio e decadenza e, a più di un secolo di distanza, nonostante tutte le trasformazioni avvenute, quella sensazione continua a essere sorprendentemente intatta. Venezia sembra vivere in una lenta dissoluzione che non riuscirà mai a compiersi davvero e, come Atlantide, continua a galleggiare dentro il proprio mito. Una città che dalla sua creazione sembra prepararsi alla sua scomparsa e che proprio per questo riesce ad essere così intensamente viva.

Per noi Venezia è prima di tutto un colore. È rosa. Il rosa polveroso delle facciate consumate dalla salsedine, quello dei lampioni che si accendono poco prima che faccia buio e trasformano la laguna in uno specchio liquido e tremulo. È il rosa gelido e timido del cielo nelle mattine d’inverno, quello violento, voluttuoso, nelle sere d’estate, quando la luce si mescola con l’acqua e ogni contorno si dissolve, inghiottendoti. Perfino il tramonto qui possiede qualcosa di drammaticamente teatrale, come se la città sapesse di dover offrire continuamente un ultimo spettacolo.

Poi il cielo si rabbuia, l’acqua diventa antracite ed i canali luccicano di riflessi metallici. Le pavimentazioni bagnate dalla pioggia assumono lo stesso colore dei cieli invernali, l’umidità si deposita sulle pietre, sulle porte, sui gradini, trasformando il grigio in una materia viva e muschiosa, che si appropria di architetture e persone.

Venezia non è solo una città costruita sull’acqua, è una città che le appartiene completamente. L’odore che la attraversa è quello della laguna, non quello del mare aperto e luminoso, ma quello stratificato, angusto, che sa di salsedine, alghe, legno bagnato e di quel sentore acre di carburante che accompagna il passaggio lento dei barchini nei canali. C’è qualcosa di acido e stagnante nell’acqua ferma dei canali, qualcosa che si mescola continuamente all’odore del fritto che esce dai bacari, al baccalà, al vino bianco, ai panni stesi tra una finestra e l’altra. Poi c’è l’odore delle persone, turisti che si riversano nelle calli strette come una marea continua, insaziabile, cappotti umidi d’inverno, pelle sudata d’estate, valigie sbatacchiate sui ponti.

I suoni invece, arrivano sempre filtrati dall’acqua e dall’eco dei portici. Il rumore secco delle automobili ed  il brusio costante del traffico appartengono ad un’altra dimensione. Al loro posto ci sono il battito lento della laguna contro le fondamenta dei palazzi, dal legno delle barche che urta contro i pontili, il grido improvviso dei gabbiani che interrompe il silenzio. Ci sono i vaporetti, che attraversano il Canal Grande lasciandosi dietro onde che continuano a propagarsi dopo il loro passaggio per alcuni secondi e poi quella frase, così premurosa nel contenuto, ma spesso urlata a mezza voce ‘Attenzione, scendere con prudenza’. Ripetuta decine di volte dai conducenti-marinai, finisce per suonare come un promemoria costante della fragilità della città.

Questo forse è l’aspetto che ci affascina di più e ci emoziona, non la perfezione patinata delle cartoline esposte fuori dai negozi di souvenir, ma la consapevolezza continua della propria impermanenza. Ogni muro porta i segni dell’acqua, ogni facciata gli sgretoli del tempo, ogni pietra racconta di una lenta e inarrestabile erosione, eppure nulla appare sconfitto. Forse perché Venezia non cerca di sembrare eterna, continua piuttosto a resistere, con l’eleganza malinconica di chi ha compreso che la propria bellezza coincide esattamente con la propria fragilità.

Foto:
Nicholas Behrens