Non se ne parla nemmeno più così tanto: è che ormai sembra un fatto acquisito, che non sorprende nemmeno più. La moria delle discoteche in Italia, che la scorsa estate e in realtà anche in quella precedente è stato un argomento “caldo” e macina-views, per un misto di sorpresa, nostalgia e gusto di vedere certe realtà andare in difficoltà, oggi non cattura più granché attenzione. Non fa notizia. Beh, male: un po’ perché il divertimento a base di ballo&musica è ancora una componente enorme del nostro consumo culturale, nonostante la crisi, nonostante le chiusure. Ma soprattutto perché il modo in cui ci poniamo verso le discoteche e in generale i locali in cui si balla racconta molto di questo Paese. E non sono racconti bellissimi.
Club e discoteche stanno chiudendo in tutta Europa, a partire dall’Inghilterra da sempre appassionatissima di musica e club culture, quindi sarebbe scorretto parlare di fenomeno puramente italiano. Lo spostamento dei gusti, degli usi e dei consumi delle persone, la grande pressione mediatica (e capitalistico-finanziaria…) per privilegiare l’esperienza festival o grande concerto rispetto all’andare a ballare con gli amici giocano un ruolo a livello globale. Ma in Italia, ecco, amiamo distinguerci. Come spesso accade – in negativo.
Una delle chiusure più chiacchierate degli ultimi tempi è stato quello della Praja, storica e frequentatissima discoteca di Gallipoli, una zona dalla concentrazione quasi irreale di vacanzieri “da discoteca”, si sa. E quella della Praja non è stata solo una chiusura come tante; certo, c’erano già problemi, il business magari non era più facile e fiorente come un tempo, ma la spinta definitiva verso questo decisione l’ha data un provvedimento arrivato ad inizio agosto, basato sull’articolo 100 del TULPS (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza).
Le macerie delle discoteche abbandonate: 2.100 chiuse negli ultimi 14 anni. “Le più grandi e belle in Europa”. Metà sono banche, McDonald’s, grattacieli e chiese – la Repubblica https://t.co/3lTr2ChmYV
— Ezio Mauro (@eziomauro) May 14, 2024
Sulla sua base, si disponeva la chiusura per 15 giorni del locale (nel picco della stagione!), per presunte violenze sessuali avvenute nel locale (anzi: nel parcheggio del locale), somministrazione di alcool a minorenni, non meglio specificate risse. Non la prima volta che la Praja subisce queste sospensioni: post pandemia, è avvenuto su base annua. La proprietà, dopo l’ultimo provvedimento, ha deciso semplicemente di non riaprire più. Ora, uno può liberamente dire: “Postaccio, succedevano solo casini, ben gli sta che li si faccia chiudere…”. Però prima di lanciarsi in questi giudizi così recisi, bisogna dare uno sguardo più da vicino a cosa è questo articolo 100 del TULPS, cosa rappresenta, fino a dove spinge il suo raggio d’azione, come diavolo sia possibile che sia ancora in vigore. Non è un caso infatti che sia un provvedimento che nasce durante il ventennio fascista (Regio Decreto
773, approvato nel 1931), facendo fin da subito da manganello – figurato e reale – verso chiunque non fosse gradito ai gerarchi ed al regime. Caduto il fascismo, un po’ per pigrizia, un po’ per astuzia, un po’ per comodità questa legge è rimasta.
Ma la impostazione “da regime”, scusate l’espressione forte, è abbastanza chiara: viene data facoltà al Questore del territorio di competenza di chiudere arbitrariamente un locale pubblico qualora a suo modo di vedere vi avvengano tumulti o gravi disordini, sia un ritrovo abituale di persone pregiudicate o genericamente “pericolose”, il comportamento di chi lo frequenta sia considerato un pericolo per la “moralità pubblica”, il “buon costume”, la “sicurezza dei cittadini”. Tutto questo a totale ed assoluta discrezionalità del Questore. Un approccio giuridicamente abbastanza raccapricciante, ma che viene fatto passare perché
viene considerato una misura dalla natura preventiva, non sanzionatoria (con relativa possibilità di difendersi e fare ricorso). Tecnicamente il proprietario del locale non viene infatti sanzionato direttamente, e anzi, la chiusura può scattare anche nel caso il proprietario del locale non abbia responsabilità dirette. Lo sanno bene al Tenax di Firenze: chiusi per 15 giorni dal Questore di Firenze qualche anno fa perché ci fu una rissa a centinaia di metri dal locale. Centinaia di metri.
Risse, violenze sessuali su due minori, 17 intossicati da alcol: chiusa per 15 giorni la discoteca Praja di Gallipoli https://t.co/nev1T4qIlF
— Corriere della Sera (@Corriere) August 8, 2026
Un piccolo mostro giuridico, insomma, sopravvissuto al Ventennio. Che si somma ad una legislazione su sicurezza e capienze legali che è la più draconiana d’Europa, per quanto riguarda le “sale da ballo”: per intenderci, secondo la legislazione italiana né il Berghain né discoteche che hanno fatto la storia di Ibiza o di Londra sarebbero a norma. Non avrebbero semplicemente potuto aprire le porte. Fa riflettere, no? In realtà, anche molti locali italiani se rispettassero ogni singolo regolamento di capienza e sicurezza non potrebbe aprire. Sareste sorpresi nel sapere quanti locali in cui siete stati assieme a centinaia e centinaia di persone
avevano la capienza legale a 99 persone, o 199. In realtà basterebbe incrociare i dati SIAE (che certificano i biglietti venduti) con le capienze legali, per scoprire chi non rispetta queste ultime: semplice, no? Ma per un tacito accordo questa cosa non si fa, perché porterebbe al blocco delle attività – con conseguente danno erariale ed occupazionale. Meglio “chiudere un
occhio”, per poi intervenire in punta di legge quando per un motivo o per l’altro si vuole chiudere il locale.
Un regime di “semi legalità” che è andato bene allo Stato ma anche ai gestori delle discoteche: una sorta di silente patto reciproco, “So che lo sai, ma tu mi lasci fare, e io vedo di non esagerare”. Tutto molto italiano. Per fortuna, le cose stanno migliorando; per fortuna, almeno il fenomeno dell’evasione fiscale e del nero è molto diminuito, dal 2000 ad oggi. Ma il rapporto tra le istituzioni amministrative, politiche e fiscali e le sale da ballo (o discoteche, o club – chiamatele come volete) è ancora troppo pieno di ambiguità, di asimmetrie, di ingiustizie. Ad esempio, l’ISI: la famigerata Imposta Sugli Intrattenimenti, disciplinata in origine nel 1999, che prescrive che le discoteche oltre all’IVA ed alla SIAE paghino anche un ulteriore gabella (nell’ordine del 10% e oltre, con l’imponibile calcolato sugli incassi) nel momento in cui non fanno solo musica dal vivo, aka concerti, ma propongono invece per lo più musica messa da un dj (evidentemente una forma d’arte “minore”, vero?, anzi, una “non arte”).
Nel 2024 si è provato a distinguere tra dj set dal “contenuto artistico e creativo” e il semplice intrattenimento, quando insomma metti giusto i grandi successi per far caciara; ma ovviamente la distinzione così come formulata per legge è impugnabile e discutibile sotto vari punti di vista (…e nel dubbio meglio pagarla, l’ISI, semmai si sana dopo).
Insomma, persiste in Italia quella logica per cui il divertirsi ballando sia una cosa un po’ pericolosa, un po’ condannabile moralmente (che vergogna, divertirsi!) e, quindi, da punire o comunque da tenere sott’occhio con leggi e criteri speciali. Quindi sì, il modello-discoteca sarà in crisi, le discoteche in Italia negli anni avranno fatto negli anni porcate (evaso, non rispettato leggi, barato sulle capienze, tutto quello che volete voi), ma di sicuro né prima né ora vengono messe nelle condizioni di poter essere un business sicuro, rispettabile, virtuoso. Come invece è in Spagna, Inghilterra o Germania, non propriamente delle nazioni arretrate dal punto di vista culturale, economico e sociale. Al solito: siamo i più furbi, o siamo i soliti talenti nello sprecare del potenziale che potrebbe portare mille benefici e ricadute positive?
Datevi la risposta che volete. Intanto, il fascistissimo articolo 100 del TULPS è ancora lì, a disposizione del primo Questore che si sveglia male e/o pensa che certi problemi si risolvano chiudendo alcune attività per quindici giorni, a suo insindacabile giudizio.
C’è chi è contento della chiusura delle discoteche. C’è chi è (ormai) indifferente, sulla questione. Ma l’arretratezza dei nostri comparti amministrativi, legislativi, securitari e fiscali, così come la nostra incapacità di essere sincronizzati con le pratiche politiche e culturali più dinamiche d’Europa, è un problema che dovrebbe risuonare bello forte in tutti noi. Triste vedere l’uso strumentale qui da noi della tragedia di Crans Montana, che è stata in questo 2026 il motivo per un ulteriore giro di vite sui controlli di sicurezza da parte delle varie autorità con relative sanzioni e prescrizioni: se sulla carta l’intento è nobile (essere più attenti alla sicurezza), l’impostazione di base – punitiva, vessatoria, draconiana, sostenibile solo con “mediazioni” – del nostro apparato legislativo resta. Ed è lì che sta il problema. Poi se l’intenzione è quella del “pericolo zero”, ovvero dell’averci tutti a casa, o comunque del divertimento completamente asettico e regolamentato e del tutto privo di intensità, personalità e creatività, ditecelo pure.

