Dopo aver trasformato la propria identità in un fenomeno collettivo con “Brat”, Charli XCX usa “Music, Fashion, Film” per riprendersi il controllo dell’immagine che la circonda.
Sarebbe bastato riprendere quel verde acido totalizzante che internet ha cannibalizzato trasformandolo in un linguaggio universale e provare, non facilmente, a replicarne il successo. “Music, Fashion, Film” nasce invece da una domanda più interessante: cosa definisce oggi l’universo della popstar in cui è stata catapultata consapevolmente e non?
La risposta che Charli costruisce nel suo settimo album scritto e prodotto insieme ai fedelissimi A.G. Cook e Finn Keane, arriva quando la musicista britannica ha ormai conquistato un posto stabile ben oltre il pop: testimonial di maison, presenza fissa in front row, attrice, produttrice esecutiva e autrice di colonne sonore. Tutte traiettorie che finora correvano parallele e che oggi vengono ricondotte a un’unica identità artistica.
Il focus, infatti, non sussiste più su quanto Charli sappia reinventare il proprio suono (dopo Brat quella legittimazione esiste già), quanto chi sia diventata nel frattempo. E soprattutto chi abbia il diritto di raccontarla fedelmente. In una fase emergenziale in cui in cui i settori creativi vacillano dovendo continuamente giustificare la propria centralità, il minimo è legittimarsi a vicenda.


Charli racconta di essere arrivata qui dopo aver attraversato “tanti piccoli cunicoli” nella produzione musicale, come ha spiegato a Zane Lowe, e sceglie musica, moda e cinema in quanto rappresentativi dei tre pilastri più commerciali della cultura contemporanea. La copertina aveva già reso altrettanto esplicita questa idea: John Cale, Marc Jacobs e Martin Scorsese formano la sua personale trinità, tre figure mitologiche che è riuscita con incredulità a riunire in un’unica stanza, sintetizzando l’attitudine con cui lei guarda a questi linguaggi che coesistono contemporaneamente sullo stesso piano, senza gerarchizzarli.
Negli ultimi anni i confini tra queste industrie sono diventati sempre più porosi. Da quando Anthony Vaccarello si è dato anche alla produzione di film, con l’avvento del method dressing che ha trasformato i red carpet in estensioni dei film, gli album esistono sempre più spesso attraverso cortometraggi e campagne. Un musicista ha bisogno della moda per costruire la propria immagine, la moda cerca musicisti per rafforzare la propria rilevanza culturale e il cinema presta il suo linguaggio visivo a entrambi.
L’ho capito meglio assistendo al listening event milanese all’Anteo, unica tappa italiana. Seduta in una sala cinematografica, mi sono resa conto che stavo facendo tutto tranne ascoltare un disco. Stavo cercando di associare ogni parola a una componente visiva mentre un susseguirsi di clip in cui Charli introduce le canzoni, a tratti perfino troppo didascaliche, cambiano completamente la fruizione dell’album. Ci si ritrova ad aspettare uno sviluppo narrativo, un climax, un finale, salvo poi imbattersi in qualcosa di più brusco.

L’esperienza, però, chiariva immediatamente il punto: “Music, Fashion, Film” è stato concepito per essere attraversato contemporaneamente come album, progetto visivo e racconto cinematografico.
Anche per questo funziona meglio senza ombra di dubbio se letto come opera complessiva piuttosto che come semplice raccolta di canzoni. I brani sono brevissimi — “Rock Music” sfiora appena i due minuti — si interrompono all’improvviso, insistendo spesso su frasi ripetute. Al primo ascolto è facile che lascino un senso di incompiutezza. Dalla poltrona di un cinema continuavo ad aspettare un climax che non arrivava mai. Poi diventa evidente che quel climax è stato spostato altrove.
Le immagini fanno quello che la musica, da sola, sceglie di non fare. D’altronde chi l’ha detto che oggi solo i testi debbano per forza addossarsi tutto il peso?
Le canzoni convivono con videoclip, fotografia, poster, boxset, casting, styling e performance pubbliche. Aidan Zamiri, già autore della copertina, del video dell’ “it-girl anthem”, “360” e del mockumentary “The Moment”, costruisce una sequenza di videoclip che dialogano continuamente tra loro. Il bianco e nero sostituisce definitivamente il verde acido di Brat. La scena rave si dissolve. Rimane un immaginario ricco di riferimenti ben precisi, quasi museale, popolato da James Dean, La Haine, Persona, David Cronenberg e dalla grammatica del videoclip anni Ottanta venuta al mondo con l’avvento di MTV e aggiornata all’epoca di TikTok.
Anche quando Charli gioca con il rock, lo fa con un’ironia tutta sua. Le chitarre di A.G. Cook attraversano il disco, “Magic Metal Montana” diventa perfino una dedica al suo collaboratore storico e “Rock Music” mette in scena il rock come una performance irriverente volutamente piena di cliché: l’abito da sposa riutilizzato dopo Scopello per pogare, il crowdsurfing, i televisori lanciati dalle finestre, le chitarre distrutte dai tacchi.
Ad amplificare un’appartenenza sempre più radicata di Charli nel mondo moda ci pensano anche i backstage ripresi da Loïc Prigent sul suo YouTube, uno dei canali più seguiti in assoluto per la documentazione del fashion system, dove il team della cantante si sta rivolgendo a lui mentre parla della promozione del disco usando di frequente la parola “campaign”, esattamente come farebbe una maison.
Il discorso era stato reso esplicito con il singolo “SS26”, diretto dal duo Torso, non a caso gli stessi del film di Confessions II di Madonna. Nel video Charli passa dal front row alla passerella, Anthony Vaccarello stesso si fece carne sedendosi tra gli altri e Caroline Roitfeld ci riporta sulla terra ribadendoci che non sarà la moda a salvarci da questo mondo sottosopra, ma qualcuno deve pur continuare a farla.
Lo stesso vale per il cinema. Vincent Cassel apre Camera ricreando l’iconografia de La Haine, Persona richiama inevitabilmente Bergman, mentre No One Lasts Forever si chiude con la voce di David Cronenberg che riflette sulla sopravvivenza delle opere ai loro autori. Sono riferimenti disseminati ovunque, mai trattati come semplici citazioni colte, bensì come parte di una grammatica comune.
È proprio qui che “Music, Fashion, Film” trova un proprio equilibrio. Charli non ha più bisogno di convincere qualcuno di saper scrivere hit: ora può usare il disco come contenitore per riflettere sul proprio ruolo, sulla propria immagine e sul modo in cui viene guardata. Così il listening event all’Anteo, il bianco e nero, i riferimenti cinematografici e perfino la struttura dei brani smettono di essere dettagli isolati e diventano tasselli dello stesso racconto.
Per tutto il progetto Charli appare osservata, inseguita, quasi spiata. Poi, negli ultimi secondi di “Camera” è lei a dominare la macchina da presa, rompendo il meccanismo voyeuristico costruito fino a quel momento e diventa la direttrice dell’immagine. Dopo due anni passati a essere l’oggetto dello sguardo collettivo, Charli XCX sceglie finalmente di decidere come guardarsi. Ed è forse proprio questa, oggi, la definizione più contemporanea di popstar.