Wimbledon è la nuova Fashion Week?

Appena superati i controlli di sicurezza e oltrepassato l’ingresso, è chiaro che Wimbledon non si gioca soltanto sui campi. Tra i viali perfettamente curati, migliaia di persone sfilano come se stessero entrando a una passerella più che a un evento sportivo. C’è chi aspetta il proprio turno per fotografare il look davanti alla statua di Fred Perry, incorniciata dalle aiuole e dall’orologio Rolex che domina l’ingresso, e chi sembra aver preparato l’outfit con la stessa attenzione con cui i giocatori preparano il torneo.

Dire che Wimbledon è diventato la Fashion Week del tennis potrebbe sembrare una metafora. In realtà, il torneo ne riproduce sempre più chiaramente la struttura: i giocatori occupano la passerella, il Royal Box funziona come un front row, gli arrivi delle celebrity vengono analizzati look dopo look e il pubblico produce la propria versione dello street style.

In campo, invece, il codice è scritto per davvero. Nel 1963 Wimbledon formalizzò la regola del “predominantly in white”. Nel 1995 la formula diventò “almost entirely in white” e nel 2014 il regolamento si irrigidì, arrivando a comprendere accessori, lacci, suole e persino la biancheria visibile. Dal 2023 le giocatrici possono indossare sottopantaloni medio-scuri, purché non sporgano dalla gonna o dagli shorts. 

Quella che dovrebbe essere una limitazione, però, è diventata uno strumento creativo. Il cosiddetto walk-on outfit permette ai giocatori di costruire un vero momento d’ingresso prima della partita. Naomi Osaka si è presentata con un kimono bianco disegnato da Hana Yagi, ispirato all’abito cerimoniale giapponese e a Kill Bill. Novak Djokovic ha indossato un blazer Lacoste personalizzato, mentre Taylor Fritz è entrato con una giacca BOSS e un foulard di seta. Reuters ha descritto questi ingressi come la “fashion runway” di Wimbledon.

Non è un trend nuovo. Roger Federer entrò sul Centre Court con un blazer bianco già nel 2007. La differenza è che adesso questi look vengono progettati per vivere ben oltre lo stadio: vengono fotografati, rilanciati dai brand e trasformati in contenuti social prima ancora che inizi la partita. I giocatori non sono più soltanto atleti vestiti di bianco, ma testimoni capaci di generare attenzione mediatica attraverso il modo in cui entrano in campo.

Fuori dal campo, il Royal Box completa il parallelismo. Per gli spettatori ordinari non esiste un dress code generale, mentre al suo interno il protocollo richiede un abbigliamento smart. Quest’anno Catherine, principessa del Galles, si è presentata in un completo blu di Gabriela Hearst. Tra gli ospiti c’erano David Beckham in BOSS, l’ex primo ministro britannico Rishi Sunak, Roger Federer e Kimi Antonelli che ha scelto un blazer blu profilato di bianco, camicia bianca e cravatta scura, pantaloni ampi color ghiaccio dal taglio più rilassato e mocassini in suede. 

@secret.london Wimbledon 2026 once again brought together tennis royalty and A-list stars 🎾⁠ ⁠ #londontok #londonlife #wimbledon2026 #wimbledonlondon ♬ EoO – Bad Bunny

Il punto non è chi riesce a ottenere un invito, ma il modo in cui quelle immagini finiscono per stabilire il tono estetico dell’intero torneo. Uno spettatore mi ha raccontato di aver scelto con particolare attenzione il proprio outfit perché considera Wimbledon “un evento elegante, in cui la moda è diventata molto più importante rispetto ad altri appuntamenti sportivi”. Secondo lui, a differenza di molti tornei, Wimbledon non riguarda soltanto ciò che accade sul campo: conta il prestigio dell’occasione, il pubblico che la frequenta e la possibilità di mostrarsi all’interno di un immaginario associato da sempre a ricchezza ed esclusività. 

Tra gli uomini dominavano giacche leggere, camicie, pantaloni sartoriali e mocassini, spesso completati da un cappello Panama. Non era l’eleganza rigida di una cerimonia, ma una formalità rilassata: lino, polo e una palette di blu, beige e bianco, studiata per trascorrere ore sotto il sole e bere un Pimm’s senza mai sembrare fuori posto.

Tra le donne il codice era meno uniforme, ma non meno evidente. C’erano abiti a pois, vestiti in lino bianco, completi pastello e molto butter yellow, accanto a capri, ballerine e tacchi colorati. Le tote Goyard, le Birkin di Hermès e le borse Dior aggiungevano un ulteriore segnale di appartenenza. Se gli uomini sembravano seguire un codice estetico più preciso, le donne avevano maggiore libertà, pur restando dentro la stessa eleganza.

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È qui che Wimbledon comincia ad assomigliare davvero a una Fashion Week, il pubblico diventa parte della scenografia. L’erba, le fragole con la panna, il Royal Box e le aree hospitality costruiscono l’ambiente, ma sono le persone a completarlo. Arrivano per assistere al tennis e, scegliendo cosa indossare, finiscono per diventare parte dell’immagine del torneo.

Un immaginario che Ralph Lauren ha trasformato in un prodotto. Dal 2006 è il primo e unico designer nella storia di Wimbledon a ricoprire il ruolo di Official Outfitter, vestendo gli ufficiali di campo, i raccattapalle e personale del torneo. Quest’anno, la collaborazione entra nel suo terzo decennio e si estende per la prima volta a Purple Label, la linea più esclusiva del marchio, affiancata da una nuova capsule Polo Ralph Lauren x Wimbledon ispirata ai codici preppy e all’eleganza informale del tennis.

Dopo aver superato per la prima volta gli 8 miliardi di dollari di fatturato annuale, Ralph Lauren utilizza Wimbledon per rafforzare il proprio posizionamento nel lusso. Qui il marchio non deve inventare un mondo: gli basta inserirsi in quello già esistente. Anche il marketing segue la stessa regola del pubblico: più riesce a mimetizzarsi nella tradizione, meno assomiglia a una pubblicità e più diventa efficace.

Wimbledon non assomiglia quindi a una Fashion Week soltanto perché il pubblico si veste bene. Ne ha adottato l’intero sistema: passerella, front row, street style e prodotto. Per questo il suo dress code più efficace non è quello scritto nelle regole ufficiali, ma quello che nessuno impone e che quasi tutti sembrano voler rispettare.