Perché Gheddafi è diventato un’icona sui social?

Nell’ultimo anno una figura che sembrava ormai relegata ai libri di storia è riemersa dalle profondità dei social, tornando a suscitare curiosità e ammirazione, soprattutto tra i più giovani: il leader libico Muʿammar Gheddafi. Verrebbe da pensare che questo rinnovato interesse sia legato soprattutto alla riscoperta del suo pensiero politico nell’ambito delle riflessioni critiche sul colonialismo europeo in Africa. Ma non è solo questo. Gheddafi è diventato un’icona anche per la sua estetica inconfondibile, per il gusto eccentrico nel vestire e per il modo teatrale con cui metteva in scena autorevolezza, potere e ricchezza. Sono proprio questi elementi ad aver trasformato Gheddafi in un protagonista dei social. I suoi abiti vengono analizzati come fossero look da passerella, mentre alcuni momenti delle sue apparizioni diplomatiche vengono riproposti come meme o contenuti celebrativi. Una pop-ificazione che racconta molto più del nostro presente che della figura storica in questione.

Gheddafi è stato infatti una delle figure più complesse della storia contemporanea, difficile da ricondurre a un giudizio univoco. Da una parte è stato uno dei principali interpreti delle aspirazioni unitarie ed emancipatrici del mondo arabo, mescolando elementi di socialismo, anticolonialismo e nazionalismo. Durante il suo quarantennale governo ha assunto un ruolo centrale negli equilibri del Mediterraneo e del continente africano, favorito anche dalle immense risorse energetiche della Libia. La sua retorica anti-imperialista e il sostegno ai movimenti di liberazione e alla causa palestinese lo hanno reso a lungo uno dei principali antagonisti dell’occidente. Dall’altra ha instaurato in Libia una dittatura violenta e liberticida, reprimendo duramente il dissenso, sostenendo negli anni Ottanta organizzazioni terroristiche e ordinando l’eliminazione di oppositori anche all’estero. Negli ultimi anni della sua vita è poi diventato un interlocutore privilegiato degli stessi paesi occidentali, in una svolta dettata da esigenze economiche e geopolitiche che, agli occhi di molti dei suoi sostenitori, ha finito per incrinare l’immagine del leader anti-imperialista che lui stesso aveva contribuito a costruire. 

Gheddafi è stato dunque un leader discusso e discutibile: istrionico, incline a continui cambi di posizione, pragmatico sul piano ideologico e controverso perfino per il campo politico che pretendeva di rappresentare. Eppure, nell’ecosistema dei social, bastano pochi secondi di un video per trasformare una figura tanto contraddittoria nel simbolo di una forma di opposizione politica, riletta attraverso categorie che appartengono al nostro presente e al dibattito politico italiano ed europeo. Da qui il passo è breve: da leader anti-imperialista a icona estetica e comportamentale, capace di comunicare un generico senso di rivalsa nei confronti dei canoni dominanti. Una trasformazione resa ancora più semplice dal carattere stesso di Gheddafi, dalla sua eccentricità e dalla sua capacità di costruire un’immagine così riconoscibile da sopravvivere al contesto storico che l’aveva prodotta.

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Il leader libico concepiva infatti l’abbigliamento come uno strumento politico, un modo per rappresentare la propria visione del mondo. Per questo rifuggiva l’abito grigio del burocrate, preferendo costruire un’immagine fortemente riconoscibile in ogni apparizione pubblica. Uno degli elementi centrali di questa strategia era il recupero degli abiti tradizionali libici, tanto della tradizione araba quanto di quella tuareg. In occasione dell’incontro con il presidente americano Barack Obama nel 2009, ad esempio, si presentò con una tunica riccamente decorata, caratterizzata da una complessa combinazione di tessuti, motivi e colori, completata da un kufi ricamato. Pochi mesi dopo, al G8 dell’Aquila, scelse invece un completo militare bianco sotto un tradizionale bisht arabo, impreziosito da numerose decorazioni e da una spilla raffigurante il continente africano. Ma la costruzione della sua immagine non si fermava agli abiti tradizionali o alle uniformi. Un altro tratto distintivo erano le camicie decorate con i ritratti dei grandi leader anticoloniali africani. Celebre è quella indossata al vertice dei capi di Stato africani di Maputo, nel 2003, raffigurante combattenti per la libertà provenienti da diversi paesi del continente. Sei anni più tardi, durante il vertice dell’Unione Africana ospitato proprio in Libia, tornò su questo immaginario presentandosi con una tunica personalizzata che ritraeva alcuni dei più importanti leader indipendentisti africani. TikTok, Instagram e YouTube sono pieni di video che analizzano gli outfit di Gheddafi o ne celebrano l’estetica, contribuendo a costruire l’immagine del leader libico come un’icona di stile e, al tempo stesso, come simbolo di un immaginario anticoloniale. 

Gheddafi era anche un abile oratore, incline tanto alle provocazioni verbali quanto ai gesti simbolici. Emblematico è il suo primo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 2009. Il discorso, durato quasi cento minuti, fu un susseguirsi di accuse: dalla denuncia del Consiglio di sicurezza come strumento di dominio delle grandi potenze fino a diverse teorie del complotto, tra cui l’idea che gli Stati Uniti avessero creato il virus dell’influenza suina. Nel momento culminante del suo intervento paragonò il Consiglio di sicurezza ad al-Qaida. Quando nel 2004 ricevette il primo ministro britannico Tony Blair, sedette in modo da mostrare apertamente la pianta delle scarpe al suo interlocutore, un gesto considerato fortemente offensivo nella cultura libica. Mentre, nel 2009, durante un vertice di leader tradizionali africani organizzato in Libia, si fece proclamare “Re dei Re d’Africa”. Anche questi episodi, oggi, sono diventati materia prima per meme e montaggi virali. Estratti dal loro contesto storico, vengono apprezzati come dimostrazioni di carisma, sicurezza e anticonformismo.

È proprio questa attitudine che permette a Gheddafi di entrare anche nell’immaginario del rap di strada. La sua figura possiede infatti molti degli elementi che storicamente affascinano questo linguaggio. Innanzitutto è stato, per lungo tempo, uno dei principali antagonisti delle potenze occidentali. E il ruolo dell’antieroe ha sempre esercitato una forte attrazione nel rap, che fin dalle sue origini ha costruito parte del proprio immaginario attorno a questo archetipo, dai boss criminali ai serial killer. A questa dimensione si aggiungono altri elementi perfettamente compatibili con l’estetica del rap: l’ostentazione del potere e della ricchezza, il culto della propria immagine e il rapporto quasi mitologico con l’universo femminile. Per decenni, infatti, Gheddafi è stato associato nell’immaginario collettivo sia all’idea di un harem personale sia alla celebre Guardia Amazzone, il reparto di guardie del corpo composto esclusivamente da donne che lo accompagnava nelle apparizioni pubbliche. Negli anni saranno molte le donne a denunciare le violenze subite dal colonnello libico.

I riferimenti nel rap italiano iniziano ad apparire già poco dopo la sua morte. Nel 2012 Guè gli dedica il brano Gueddafi, contenuto in Fastlife Mixtape Vol. 3, rappando: «Esercito personale, cinquecento tipe nell’harem / Il colonnello Gueddafi sulla strumentale». È però negli ultimi anni, parallelamente alla sua riscoperta come icona dei social, che il leader libico torna con forza nell’immaginario del rap. Nel brano Silvia Sardone, Melons e Mboss lo citano come simbolo di forza e contrapposizione all’ordine costituito: «Potrei farti dittatura, n*gro, chiamami Gheddafi». Ghali, in Cos’hai detto con Simba La Rue, rappa invece: «Sono più Gheddafi che Nelson Mandela», contrapponendo due modelli simbolici di leadership. Il riferimento più esplicito arriva però da Simba La Rue e Kid Yugi, che intitolano un intero brano Mu’ammar Gheddafi. Qui il leader libico diventa un modello di durezza e antagonismo: «Pronto a prender vent’anni, riposa in pace Gheddafi». Anche fuori dalla musica, Simba La Rue è tornato più volte sulla figura del colonnello nelle proprie storie Instagram, presentandolo soprattutto come un simbolo dell’anticolonialismo africano. In particolare ha rilanciato una lettura molto diffusa online secondo cui il progetto di una moneta unica africana, destinata a sostituire il franco CFA e a ridurre l’influenza francese nel continente, sarebbe stato uno dei fattori alla base dell’intervento militare francese e della NATO in Libia. 

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Questa riemersione della figura di Gheddafi è un fenomeno internazionale, ma trova in Italia un terreno particolarmente fertile. I rapporti tra i due Paesi, infatti, sono profondi e affondano le radici nella storia coloniale. La Libia fu una colonia italiana dal 1911 al 1943, un’esperienza segnata da violenze, deportazioni e crimini di guerra che ancora oggi rappresentano una delle pagine più oscure della storia italiana. Salito al potere, Gheddafi fece della denuncia del colonialismo italiano uno dei pilastri della propria politica estera, chiedendo fin da subito un risarcimento per i danni subiti dalla Libia e confiscando i beni degli italiani rimasti nel Paese. Per decenni le relazioni tra Roma e Tripoli rimasero tese, fino al riavvicinamento dei primi anni Duemila, quando il leader libico tornò progressivamente a essere un interlocutore privilegiato dell’occidente. Fu soprattutto il rapporto personale con Silvio Berlusconi a renderlo una figura familiare all’opinione pubblica italiana. Le visite ufficiali a Roma, nel 2009 e nel 2010, furono accompagnate da quella teatralità che da sempre caratterizzava Gheddafi, contribuirono a trasformare ogni incontro diplomatico in un evento mediatico. Non sorprende, quindi, che oggi il suo ritorno nell’immaginario collettivo trovi in Italia una particolare risonanza. Più che la nostalgia per Gheddafi in sé, sembra riemergere quella per una stagione politica e mediatica ormai passata, la stessa che negli ultimi anni ha alimentato anche la rilettura nostalgica della figura di Silvio Berlusconi.