Quando si parla di una sfilata, l’attenzione si concentra quasi sempre sugli abiti. Si analizzano silhouette, materiali, riferimenti culturali e direzioni creative. Eppure esiste un elemento spesso sottovalutato che contribuisce in maniera decisiva alla costruzione dell’immaginario di una collezione: il casting.
Nella moda scegliere chi indosserà un look non significa semplicemente trovare una persona adatta a valorizzarlo. Significa dare un volto, un carattere e una dimensione umana alla visione del designer.
«Il casting è sostanzialmente l’anima, l’identità del brand», spiega Emma Farachi, casting director che ha lavorato a show di Willy Chavarria e campagne per Blumarine. «La collezione, portata in passerella, si anima e prende vita. È fondamentale che chi la indossi rappresenti in qualche modo l’incarnazione della visione che il designer ha avuto nel momento della creazione di quel capo».
Per questo motivo il lavoro del casting director si colloca oggi sempre più vicino a quello di un direttore creativo. La selezione dei volti contribuisce infatti a definire il messaggio che un marchio vuole trasmettere e il pubblico a cui desidera rivolgersi.


Durante le fashion week questo processo assume una complessità particolare: non si tratta di individuare singoli talenti, ma di costruire un insieme coerente. «Ogni persona è scelta scrupolosamente in armonia con l’altra e nessuna è lì per caso», racconta Farachi. «Ciascuna ha un ruolo preciso all’interno dello storytelling dello show. Persino l’ordine di uscita in passerella ha un significato».
È un lavoro che richiede sicuramente intuito, capacità relazionali e una profonda conoscenza del settore. Alla domanda su quali siano le qualità fondamentali di chi sceglie questo lavoro, Emma non ha dubbi: «L’occhio viene prima di tutto. Bisogna riuscire a vedere ciò che gli altri ancora non vedono». Subito dopo arrivano l’empatia, indispensabile in una professione basata sul contatto umano, e la memoria, intesa come una sorta di archivio mentale che permette di collegare istantaneamente volti, nomi, agenzie e progetti.
Ma cosa cercano oggi i brand? Se per anni l’industria ha inseguito ideali estetici codificati, oggi la parola chiave sembra essere riconoscibilità. Le cosiddette imperfezioni sono diventate un valore.
Allo stesso tempo, l’industria continua a essere alla ricerca di novità. Da una parte ci sono modelli e modelle ancora sconosciuti al grande pubblico; dall’altra i talent, figure provenienti dal cinema, dalla musica o dai social media che possono amplificare il messaggio del cliente. La sfida consiste nel trovare il volto che nessuno ha ancora notato oppure la personalità emergente destinata a diventare la prossima ossessione dell’industria.
A tal proposito, la ricerca di nuovi talenti avviene spesso nei modi più inaspettati. Farachi racconta di aver sviluppato una personale strategia di scouting attraverso le app di dating, trasformandole in uno strumento professionale per individuare persone fuori dai circuiti tradizionali delle agenzie.
Anche il tema dell’inclusione ha modificato profondamente il tutto. Secondo Emma Farachi, però, il casting non può essere letto separatamente dal contesto storico in cui opera: «La moda è uno specchio sul mondo, e il casting con essa. Cambia costantemente rispetto al tempo storico in cui viviamo e ne riflette le dinamiche politiche ed economiche».
In questa prospettiva, il casting diventa molto più di una semplice fase organizzativa. È uno strumento attraverso cui il fashion system interpreta il presente, intercetta cambiamenti culturali e costruisce nuove narrazioni. I capi rimangono ovviamente il punto di partenza, ma sono le persone a renderli il più delle volte credibili, desiderabili e memorabili. Perché, in fondo, una collezione può essere impeccabile, ma senza il volto giusto che la racconti rischia di non prendere mai davvero vita.

