Velocità, novità, stimoli, necessità di essere stupiti, continuamente. Il mondo nel quale viviamo, grazie a una continua accelerazione, sia nei contenuti che nelle modalità di comunicazione, ci sta portando a sviluppare il bisogno di ricevere continuamente “qualcosa di nuovo”.
Così, come succede ad altri mondi, anche quello del prodotto fisico cade all’interno di questa complicata e famelica logica di voler assolutamente assistere al lancio di un qualcosa di mai visto, di voler essere presenti nell’esatto momento storico nel quale è stata presentata una certa innovazione.
Non vi è solo però la “fame di notizia” per l’attuale consumatore postmoderno, informato, capace di approfondire, commentare e scavare all’interno di un contesto commerciale (come quello della telefonia) come mai è stato possibile prima d’ora, ma una vera e propria lente di ingrandimento condivisa, critica, rumorosa, capace di distruggere ogni minimo grado di tentativo di innovazione.
“Al WWDC è stata presentata solamente la nuova Siri”, “Nulla di nuovo per Apple”. Questi e molti altri sono stati alcuni commenti relativi al recente WWDC di Apple, il tradizionale appuntamento del colosso di Cupertino che possiede un particolare focus sul Software (WorldWide Developers Conference).
Facciamo un passo indietro.
È corretto criticare una direzione e/o presentazione (qualunque essa sia), per il semplice fatto che secondo il nostro punto di vista “non è abbastanza”? Quali sono le logiche dietro alle nostre aspettative mancate, seppur nella grandissima maggioranza dei casi, totalmente estranee alle logiche e politiche aziendali evidenziate? Cosa ci rende potenzialmente “delusi” da una mancata presentazione?
Con queste domande nel retropensiero, che potrebbero essere espanse e approfondite, sarebbe giusto ora ricordarsi che Apple è innanzitutto l’azienda di oggetti fisici economicamente più potente del mondo; possiede nel proprio catalogo l’oggetto più utilizzato dall’intera specie umana, e che forse più ha rivoluzionato il nostro modo di vivere, l’iPhone; è l’azienda più “osservata” al mondo. Ogni colore, rapporto, interazione e minima correzione verrà scannerizzata approfonditamente da milioni di utenti affamati di novità, critica e analisi. Ogni pixel, ogni millimetro, persino ogni minima sezione di curva all’interno di una specifica interazione digitale subirà la più profonda delle indagini, e potenzialmente, la più pesante delle critiche. Ogni presentazione, quindi, ogni dettaglio, ogni singola scelta progettuale, funzionale, estetica e valoriale possiede un impatto su una scala che ha livelli di implicazioni inimmaginabili, in grado addirittura di modificare il mercato globale.
I “nuovi lanci” Apple non solo vanno a modificare il “daily life” di milioni utenti, ma possiedono ragionamenti e decisioni che devono mettere in conto dall’interazione quotidiana, fino alle possibili reazioni culturali attivate da scelte precise (esempio: un colore sbagliato in una specifica applicazione, per una determinata cultura, potrebbe compromettere l’intero posizionamento di quella funzione all’interno di quel preciso contesto).
Ogni singola decisione deve tenere quindi a mente l’impatto diretto/indiretto che può possedere sull’intero portfolio (di utilizzatori e non) di tutti i prodotti correlati a tale scelta. La complessità progettuale e gestionale di queste modifiche è, potenzialmente, all’interno del mondo del Design di Prodotto Industriale, la più complessa di tutte.
Sì, è vero, Apple possiede le risorse strutturali, aziendali, di coordinamento e distribuzione per potenzialmente innovare continuamente, andando a ribaltare i paradigmi di realtà (di prodotto e non) che possono portare innovazione continua. È però giusto farlo?
È davvero corretto portare annualmente logiche mai viste, innovazioni sistemiche e concezioni imprevedibili? Sarebbe davvero profittevole per Apple avvicinarsi costantemente al rischio di un potenziale fallimento funzionale/interattivo, dovute le gigantesche implicazioni globali presenti a livello economico e commerciale?
Modifiche così strutturali, con questo grado di impatto, richiedono tempo, tanto tempo. Devono essere avvicinate, capite, analizzate e testate. Devono essere concepite, realizzate e distribuite con modalità che riescano a mantenere il grado di qualità progettuale e di prodotto che il brand ha mantenuto negli ultimi decenni.
Il fallimento, a questi livelli, non è contemplabile, e agire senza margine di errore, con questo grado di difficoltà progettuale, seguito dalle implicazioni globali presenti, con l’attenzione media che possiede questo brand, è una sfida fuori da ogni schema. Forse, a volte, dovremmo fare un passo indietro, rispettare i giusti tempi correlati a innovazioni tanto complesse e rivedere la nostra necessità di voler avere necessariamente qualcosa di nuovo.