Obsession fa paura perché ci riguarda

In questi giorni “Obsession” è stato definito da molti come il possibile horror dell’anno, ma potrebbe essere riassunto in una frase da biscotto della fortuna: se desideri – o, come diremmo oggi, manifesti – qualcosa abbastanza intensamente, prima o poi la otterrai. Il film segna il debutto nel lungometraggio del regista di 26 anni Curry Barker, che costruisce il suo esordio proprio attorno alla logica del desiderio. L’idea alla base è semplice, senza la pretesa di reinventare la trama horror, ma disturbante: cosa succede quando il tuo più grande sogno diventa realtà? 

È qui che “Obsession” trova – consapevolmente o meno – la sua chiave più interessante: non è un film sul desiderio in sé, ma su come il desiderio maschile costruisca, deformi e consumi l’immagine dell’altro. Nella maggior parte dei casi, di una donna.

Al centro della storia ci sono Bear (Michael Johnston) e Nikki (Inde Navarrette), due adolescenti della stessa cerchia di amici ma su frequenze emotive diverse: il primo è da tempo innamorato di lei, che lo considera soltanto un amico. Quando il ragazzo acquista un One Wish Willow, ovvero un bastoncino esoterico in grado di esaudire un solo desiderio, esprime ciò che vuole più di ogni altra cosa: che Nikki lo ami più di qualsiasi altra persona al mondo.

Si conosce sempre ciò che si lascia, ma mai ciò verso cui si va incontro. Ed è proprio in questo assolutismo che “Obsession” rivela il suo nucleo più inquietante. “Più di qualsiasi altra persona al mondo” non è una dichiarazione d’amore, ma una forma di controllo addomesticata. Non esiste misura e non esiste reciprocità, ma solo l’annullamento dell’altro e il suo possesso

Quello che inizialmente appare come un sogno, si trasforma, infatti, in una forma di controllo. Nikki smette di essere una persona e diventa una proiezione di ciò che Bear ha deciso che debba essere. Una presenza costante, invasiva, incapace di esistere al di fuori di lui. Le sue emozioni si estremizzano, il comportamento diventa sempre più disturbante, fino a suggerire una possibile matrice sovrannaturale. Il messaggio che Curry Barker sembra voler mandare, però, è un altro: non è tanto lei ad essere il vero mostro, ma l’idea di un amore che pretende un annullamento totale dell’altro.

Il film si muove costantemente sulla frattura tra ciò che Bear vorrebbe che Nikki fosse e ciò che lei è realmente. Quando la ragazza arriva a dirgli chiaramente che non può essere la persona che lui immagina, “Obsession” trova il suo apice. Non si tratta più di possessione o horror sovrannaturale, ma di qualcosa di molto più quotidiano, ossia l’impossibilità di accettare l’altro fuori dalla propria costruzione mentale. Un habituè delle relazioni di potere che dividono il piacere personale dal consenso, convertendo Nikki a essere completamente passiva all’interno della coppia, quasi succube. Seppure, in superficie, ci appare come la nemica. 

È qui che il film intercetta un tema più ampio e contemporaneo, andando a mettere in scena la trasformazione dell’amore in proiezione distorta. In una cultura sempre più attraversata da dinamiche parasociali e relazioni mediate da schermi e aspettative, il rischio non è semplicemente non conoscere qualcuno, ma convincersi di conoscerlo attraverso un’immagine idealizzata. Bear non ama Nikki, ma l’idea che si è fatto di lei. Proprio quando quell’idea prende forma autonoma, si trasforma in qualcosa che non riesce più a controllare.

Nonostante ciò, il punto più interessante di “Obsession” non è tanto la sua premessa, quanto il modo in cui la mette in scena. Per buona parte del film la narrazione sembra trattenersi, accumulando tensione senza trovare una direzione precisa, quasi a riflettere uno sguardo che non ha la minima idea di quale sarà il suo destino. 

Il finale riapre tutto. (Fermatevi se non volete spoiler). Dopo un tentativo estremo di annullamento, Bear sembra tornare da Nikki. Poco prima dell’ultima scena, però, vediamo un nuovo One Wish Willow spezzato, lasciando spazio a un dubbio ulteriore: e se fosse stata Nikki, a sua volta, a esprimere un desiderio? E se avesse chiesto di essere amata con la stessa intensità con cui era stata costretta ad amare? O, ancora, di essere liberata da quell’ossessione? Il film non risponde, e probabilmente è la sua scelta più coerente.

Definire “Obsession” come l’horror del decennio resta prematuro, ma è difficile ignorare l’ambizione di un progetto girato in appena venti giorni, con un budget compreso tra i 750.000 e il milione di dollari, che riesce comunque a ritagliarsi uno spazio nel panorama horror contemporaneo. Più che per ciò che racconta, “Obsession” funziona per ciò che suggerisce: che il vero orrore non sia desiderare troppo, ma non saper riconoscere più la persona che si ha davanti.

Alla fine, lo spettatore esce con una domanda semplice ma scomoda: sto amando qualcuno o l’idea che mi sono costruito di lui?