Può una singola opera rappresentare l’intera summa di carriera registica? Nonostante l’esternazione possa sembrare una palese provocazione, ci sono casi in cui è quasi impossibile ammettere il contrario. I cosiddetti film testamento sono sempre più una rarità nel cinema contemporaneo, ma uno dei registi più influenti degli ultimi anni ne ha realizzato uno proprio a metà della sua carriera, si tratta di Kill Bill di Quentin Tarantino.
Ma perché possiamo definirlo quasi come un film testamento? La cinematografia di Tarantino è tempestata da film iconici che hanno definito un genere, portandone in auge altri erroneamente dimenticati. Il citazionismo, l’estetica iconica, le sceneggiature taglienti diventate negli anni una sorta di bibbia per ogni cinefilo che si rispetti, la musica come catalizzatore narrativo, hanno donato ai suoi film l’effige di immortalità, ma solo uno di questi, probabilmente, ne ha rappresentato il vero pensiero.
Kill Bill è l’espressione perfetta del pensiero tarantiniano. Revenge movie, spaghetti western contemporaneo, picchiaduro in salsa orientale, anime, spy story. Definirne il genere è praticamente impossibile, ma proprio questa sua anima perennemente cangiante, ha fatto sì che negli anni diventasse un vero cult.
Uma Thurman, nelle vesti di Beatrix Kiddo, alias Black Mamba, è chiamata a compiere la sua vendetta ai danni di Bill, capo di una setta di assassini, denominata Vipere Mortali, e il suo viaggio alla ricerca di ogni membro viene mostrato da Tarantino attraverso molteplici espedienti narrativi che hanno definito il cinema d’autore orientale, così come i classici cult b-movie all’italiana.
Unire il tutto sarebbe stato impossibile per qualunque regista, ma per Tarantino è stata la sfida più grande di sempre. Ma qual è il vero collante che permette allo spettatore di poter seguire il tutto coerentemente?
Dall’iconica sequenza iniziale de Le Iene con Little Green Bag, ai fasti musicali di Pulp Fiction con You Never Can Tell e Miserlou, si viene travolti da un pastiche sonoro senza precedenti. Surf-Rock, Rockabilly, classici hollywoodiani, Ennio Morricone, Luis Bacalov, sigle di iconici programmi televisivi americani, blues e soul della Motown, il tutto nella mente di un ex proprietario di una videoteca dove parallelamente scorrevano una pila infinita di vinili. Il Tarantino pensiero non sarebbe lo stesso senza la sua sapienza musicale.
Per il regista di LA la costruzione di una colonna sonora è il primo elemento visivo da donare allo spettatore. «La musica è molto, molto importante nei miei film. In un certo senso è la fase più importante, che finisca per essere nel film o meno, è solo quando mi viene in mente l’idea stessa prima di sedermi e iniziare a scrivere. Quello che sto cercando è lo spirito del film, il ritmo con cui il film si evolverà».
Ancor prima dei titoli di coda di Kill Bill si riesce a comprendere l’intento registico e musicale su cui il film si fonda creando delle sequenze che sono entrate di diritto nella storia del cinema. La fanfara funk di Keith Mainsfield, celebre compositore di library music per la BBC e KPM, gli dona fin da subito quello spirito vintage che aleggia in tutta la narrazione.
Coadiuvato dalla sua storica Music Supervisor, Mary Ramos, e da RZA dei Wu-Tang Clan, la colonna sonora di Kill Bill è uno dei casi più rari in cui un lavoro compilativo riesce perfettamente a emulare la strutturazione di una composizione originale.
Così come la regia “ruba” sequenze di opere iconiche, allo stesso modo la sua strutturazione musicale è un mixtape emotivo in cui ogni frammento sonoro riesce a raccontare una storia a sé. Tarantino si fa Dj della sua stessa opera.
Riconoscere la molteplicità di brani sincronizzati è quasi impossibile, sia per i brevi frammenti utilizzati ma anche per la complessità nella ricerca di composizioni difficilmente conosciute e reperibili, ma in questo caso sono le stesse sequenze del film che ne hanno fatto la propria fortuna.
La sirena figurativa che annuncia la presenza di ogni nuovo membro della setta, diventando una sorta di ponte tra tv americana e classici kung-fu movie, viene direttamente da una delle sigle più iconiche della serialità statunitense, Ironside, composta da Quincy Jones. Il successo che tale scelta ha avuto nel film, non ne ha solo riportato in auge la complessità compositiva, ma soprattutto è diventato un ponte crossmediale tra cinema e produzione musicale contemporanea, diventando oggetto di culto per molteplici producer che ne hanno campionato l’intro in brani di Future, Drake, Beyoncé e 2Pac.
Ma la ricerca sonora non si è limitata solo nel dare nuova vita a brani erroneamente dimenticati ma ha creato dei veri e propri classici senza tempo. La camminata in rallenty di O-Ren Ishii sotto le note di Battle Without Honor Or Humanity di Tomoyasu Hotei, composta per il filone yakuza New Battles Without Honor and Humanity di Kinji Fukasaku; la battaglia con gli 88 folli cadenzata dal ritmo frenetico di Woo Hoo della band surf-rock giapponese 5.6.7.8’s, o come non dimenticare Don’t Let Me Be Misunderstood, nella versione de i Santa Esmeralda, alleggiare al chiaro di luna prima che si consumi la battaglia finale tra Black Mamba e O-Ren Ishii.
Tarantino si comporta come un archeologo sonoro attingendo dall’immenso campionario musicale che i film di genere sono riusciti a donare, ma soprattutto da ciò che più lo ha condizionato nel suo percorso formativo. Così ogni sequenza diventa un quadro a sé. Il celebre fischio di Twisted Nerve composto da Bernard Herrmann per l’omonimo film, accompagna il personaggio di Elle Driver definendo la sua estetica attraverso una visione congiuntamente horror e a tratti ironica. Tarantino recuperando un tema così iconico del 1968, lo trasforma in uno degli elementi portanti dell’intero film, riappropriandosi non solo della memoria musicale del cinema hollywoodiano ma donandone una nuova identità pop.
Anche il cinema italiano occupa uno spazio fondamentale nell’universo musicale di Kill Bill. 7 note di Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vince Tempera viene ripresa direttamente da Sette note in nero di Lucio Fulci, confermando l’amore di Tarantino per l’horror italiano anni Settanta. Ma a farla da padrone è principalmente l’estetica musicale dei famigerati Spaghetti Western. Death rides a horse di Ennio Morricone tratta Da uomo a uomo diretto da Giulio Petroni, A Silhoutte Of Doom che guida il monologo di Uma Thurman pronta ad ottenere la sua vendetta, così come il perfetto bilanciamento tra Il grande duello di Luis Bacalov e Log Days of Vengeance di Armando Trovajoli nella sezione anime dedicata all’ascesa di O-Ren Ishii.
Se non ci soffermassimo sui film di provenienza sarebbe alquanto impossibile pensare che non siano stati composti appositamente per Kill Bill. La propria solennità, il meltin pot estetico e musicale, si sposano alla perfezione, donandoci un’odissea sonora in continuo mutamento, fino al prossimo breakdown.
Bang Bang canta Nancy Sinatra mentre La sposa/Black Mamba viene avvolta da una nube nera che porterà alla sua apparente morte, dando il là a un corollario sonoro e musicale di difficile collocamento.
Ogni canzone diventa così un frammento di storia del cinema ricontestualizzato dentro un’opera nuova, contemporanea e profondamente personale. È il motivo per cui, a più di vent’anni dall’uscita del film, la soundtrack di Kill Bill continua a essere percepita come una vera mappa sentimentale del cinema di genere. Una colonna sonora guida che ha definito per sempre l’iconicità e l’estetica di Quentin Tarantino.