Cosa non va nella luce dei nuovi film 

Negli ultimi giorni il dibattito online attorno ai primi frame de “Il diavolo veste Prada 2” si è trasformato in qualcosa di più di una semplice discussione riguardante il film. Sui social, tra confronti cromatici e screenshot, molti utenti hanno notato che il cinema contemporaneo sembra aver “perso colore”.

Non si parla solamente di tecnicismi e di un’apparenza flat delle immagini, ma di ciò che esse trasmettono e di come arrivano agli spettatori emotivamente.

Basta mettere a confronto una scena del film originale del 2006 con una dell’ultima produzione per accorgersi subito della differenza. Nel primo “Il Diavolo veste Prada” i colori erano netti, riconoscibili, quasi tattili: il famoso ceruleo del monologo di Miranda Priestly, il rosso saturo degli interni, i neri profondi degli outfit editoriali. Ogni ambiente e ogni personaggio aveva un’identità ben precisa. La versione di oggi, come molte altre produzioni degli ultimi anni, sembra immersa nella stessa palette grigio-bluastra, dove prevalgono luci piatte e contrasti ridotti. Una fotografia talmente “pulita” da risultare quasi sterile.

Online il fenomeno è stato definito “Netflix look”, a sottolineare la presenza di una patina uniforme che sembra appoggiarsi sulle immagini di qualsiasi produzione contemporanea, indipendentemente dal genere e dal regista. Non importa se si tratti di un thriller, di una commedia romantica o di un blockbuster; tutto appare desaturato e omogeneo. Un filtro che, sopra ogni sequenza, anestetizza non solo il gusto estetico, ma anche il modo in cui gli utenti ne fruiscono.

Oggi i film infatti non vengono pensati esclusivamente per il cinema e, come ormai ben appurato da anni, sempre maggiore è la loro fruizione tramite schermi di laptop o smartphone, mezzi utilizzati per guardare contenuti video ovunque ci si trovi.

La ricerca di un’immagine dotata di un’ampia gamma cromatica, di toni e giochi di luce vivi e saturi passa in secondo piano, a favore di un’immagine che dev’essere leggibile su qualsiasi device e che, per adattarsi a essi, perde una parte delle informazioni visive.

Le luci si adattano di conseguenza, diventando morbide, i colori neutri e la fotografia quasi asettica, con il vantaggio però di una produzione con meno rischi, meno ombre e minori estremismi.
Ed è per questo che, soprattutto negli ultimi anni e all’interno di un sistema velocizzato di realizzazione e post-produzione dei contenuti, questa estetica si è consolidata.

Molte produzioni utilizzano workflow digitali standardizzati, color grading uniformi e illuminazioni LED sempre più controllate, che garantiscono un’ottimizzazione dei tempi di lavoro sui set cinematografici. Il risultato è un’immagine estremamente pulita e perfetta, priva di quelle texture – a volte anche “imperfette” – che caratterizzavano il cinema di una volta.
Le vecchie lampade al tungsteno, la grana della pellicola o le ombre più marcate creavano infatti immagini meno precise ma molto più vive.

Il digitale di oggi, invece, tende a eliminare tutto ciò che potrebbe risultare troppo estremo o difficile da leggere su schermi diversi. Non è necessariamente una scelta artistica, ma una conseguenza dell’industria dello streaming e della ricerca di una resa più semplice e meno costosa a livello produttivo.

L’estetica, per l’appunto denominata “Netflix look” – anche se non esiste una regola imposta dalla piattaforma – è il risultato di un sistema produttivo che privilegia uniformità, velocità e compatibilità.
Una standardizzazione che finisce inevitabilmente per influenzare anche il nostro immaginario visivo.
Il confronto diventa ancora più evidente se si guardano film come “How to Lose a Guy in 10 Days” o “Practical Magic”. Entrambi vengono ricordati ancora oggi per la loro atmosfera visiva, dove i colori e le scene privilegiano incarnati vivi e inquadrature illuminate con estrema cura, capaci di rendere ogni frame quasi “abitabile”.
In particolare “Practical Magic” del 1998 viene spesso citato come esempio di un cinema che riusciva a trasformare la luce in una sensazione emotiva. Gran parte di quell’effetto deriva proprio dall’utilizzo della pellicola, che trattiene naturalmente sfumature cromatiche più profonde, riflessi più morbidi e organici.

La maggior parte dei film girati oggi risente dell’estetica della luce digitale, costruita successivamente al computer attraverso il color grading. Un processo che permette un controllo enorme sull’immagine ma che richiede tempo e, di conseguenza, rischia di rendere la fotografia “banale”, appiattendo l’immagine invece di darle respiro.

Anche diversi direttori della fotografia e addetti ai lavori hanno collegato questo cambiamento alla velocizzazione produttiva dello streaming. Il minor tempo disponibile per illuminare le scene sul set e la necessità di ottenere immagini facilmente modificabili in post-produzione hanno finito per rendere la luce “flat”, dove il controllo dei toni elimina le ombre profonde e rende tutto immediatamente leggibile, ma anche meno cinematografico.
Anche il direttore della fotografia Roger Deakins, in un’intervista al The Guardian, ha riflettuto su come il cinema contemporaneo tenda sempre più spesso a ridurre il tempo dedicato alla costruzione della luce sul set, favorendo soluzioni più rapide e un’immagine inizialmente più piatta, poi rielaborata in post-produzione.

Se negli anni Novanta e Duemila ogni film sembrava avere un’estetica visiva ben precisa – pensiamo ai toni verdastri di “Matrix”, ai colori pop di “Marie Antoinette” o alle luci calde dei film di Wong Kar-wai – oggi molte produzioni sembrano generate dalla stessa “macchina estetica”.

Si eliminano gli imprevisti, privilegiando una levigatura uniforme dei file che risultano omologati, come se fossero prodotti da un’automazione tecnologica, facendo venir meno anche il legame emotivo con il film stesso.

Associamo interi film a una tonalità precisa, a una luce particolare o a un’atmosfera visiva che rimane impressa più della trama stessa. Quando tutto assume lo stesso tono freddo e neutro, anche i sentimenti sembrano appiattirsi.

In un periodo storico in cui è sempre più disponibile l’accesso a infiniti mezzi tecnici per la produzione delle immagini, stiamo assistendo sempre di più a una progressiva perdita di personalità visiva, globalizzando i gusti estetici attraverso sistemi automatici condivisi e univoci, ma che risultano così meno personali.