Quando i rave si vivevano lontano dagli schermi

Forse dovremmo perdere meno tempo a discutere, a dibattere, a fare ping pong d’opinioni sui social sul ballo, sul clubbing più o meno soft, e dedicarne più tempo a fare, ad esserci, a lasciare una traccia tangibile. Ecco, questo è il primo pensiero che genera l’immergersi in “Never Alone – Raving In Europe 1997-2004: uno strepitoso, corposissimo volume fotografico (quasi 200 pagine) che già aveva fatto la sua apparizione a fine 2023, in poche copie andate esaurite in un respiro, ma la cui pubblicazione e circolazione era stata bloccata dalle autrici, insoddisfatte del risultato tipografico. Ora finalmente ci siamo, grazie all’alleanza tra Propaganda (sì, il brand di clothing) e l’editore Drago. Ora il volume c’è. In una nuova edizione. Molto più curata. Ed è davvero, davvero bello. 

Nulla di strano che le artefici di quest’opera, Cheyenne Clementi e Valentina Morandi, siano state tanto esigenti e tanto protettive. “Never Alone” è infatti un (loro) pezzo di cuore, e pezzo di vita. Il contesto in cui il volume si muove, quello dei free party (chiamateli se volete rave…), è un contesto di cui tutti parlano, sì, ma che viene compreso realmente in tutte le sue sfaccettature solo se lo si vive dall’interno: ed è quello che è ben incastonato nel percorso personale delle autrici. 

Cheyenne e Valentina infatti non nascondono, non rendono patinato, non piegano le leggi del vero alla convenienza, alla soddisfazione dei luoghi comuni. Le foto, rigidamente in bianco e nero, hanno una forza espressiva e una bruciante sincerità che nasce dal fatto che chi le ha scattate non era turista, voyeur o oggetto estraneo, soggetto esterno: no, era parte integrante della narrazione. Era famiglia. Era comunità.

C’è infatti una disarmante purezza in tutte le persone che si fanno catturare dall’obiettivo. Nessuno finge, nessuno estremizza, nessuno si mette in posa. Era un mondo prima di Instagram, prima del clubbing a misura di scatti fotografici, a misura di pagine di lifestyle, prima della musica elettronica che diventa (anche) mainstream; ma è anche un mondo misterioso. Lo era allora, lo è pure adesso – anche e soprattutto quando se ne parla a sproposito nei telegiornali, nei decreti ministeriali e nei bar, come ciclicamente capita. 

Non è un mondo perfetto. Non è magico e fatato. Non è riconfezionato ad arte da abbellimenti strategici e convenienze. Ma è vivo, come mondo. Organico. Sincero. «L’idea di dare vita a “Never Alone” è emersa qualche anno fa in modo quasi naturale. Era come se quelle immagini, rimaste per decenni nei nostri archivi, chiedessero di tornare a respirare», racconta Clementi. «Ci abbiamo messo non meno di sei mesi per la prima selezione di materiale», aggiunge Morandi, «ma sentivamo di avere fra le mani un repertorio fotografico unico, con un fortissimo potenziale, dato che documenta anni – e situazioni – irripetibili».

«Quello che le nostre foto raccontano poteva succedere solo in quegli anni», continua Morandi, «noi c’eravamo, eravamo lì, e siamo grate di aver assaporato una completa libertà: libertà che portiamo dentro di noi tutt’ora». «Entrambe abbiamo vissuto a lungo on the road, in camion, a un’età molto giovane» aggiunge Clementi, «riguardare oggi quegli scatti smuove emozioni profonde, spesso anche contrastanti». Ancora Clementi: «Abbiamo cercato in “Never Alone” di costruire un racconto che includesse sia lo scenario del rave vero e proprio che il nostro modo di vivere da traveler, nel quotidiano, alternando quindi momenti di festa, ritratti personali e frammenti di vita di tutti i giorni». 

E oggi? Oggi quanto siamo distanti, nella scena dei free party e non solo, rispetto a quel frammento temporale tra la fine dei ’90 e l’inizio del nuovo millennio documentato da voi? «Non penso che molto sia cambiato», osserva Morandi. «Le nuove generazioni hanno comunque necessità di fare festa, di evadere, di autogestirsi, di creare qualcosa di unico e fuori da controlli esterni: esattamente come ce l’avevamo noi allora. Forse negli anni ’90 c’era questa sensazione che tutto fosse possibile, quello sì. Probabilmente è per questo motivo che noi abbiamo vissuto il senso dei free party con più leggerezza rispetto a come lo si fa ora».

Ma ci sono cose che restano valide sempre. Clementi: «Il rave nasce come “spazio liberato”, una zona temporaneamente autonoma, senza gerarchie e senza regole: i partecipanti stessi sono la festa, non serve altro, punto». Morandi: «Nel clubbing classico ci sono i dress code, prezzi d’ingresso qualche volta anche piuttosto alti, ci sono security, buttafuori… È un altro mondo. Ma non bisogna creare steccati, creare “distanze”: anche se la mia perfetta “serata da club” resta in un rave, dobbiamo ricordarci il potere della musica è creare ed abbattere qualsiasi distanza».