Il freestyle non è mai morto

Sono passati due anni ormai da quando siamo tornati a parlare di freestyle perché diventato un fenomeno collettivo, andato oltre i ritrovi tra appassionati e finiti nelle case di chiunque o nei video TikTok di serate tra amici. Ma ad oggi non si tratta solo di questo: i Muretti sono vivi.

Riconosciuti da sempre come luoghi di culto del rap, i Muretti sono posti in cui storicamente gli appassionati di hip hop e delle sue discipline si ritrovano per fare battle di freestyle, condividendo una passione che all’inizio era puramente underground.

«Essendoci innamorati di questa cosa chiamata hip hop quando eravamo molto giovani, il freestyle è stata la prima vera chiave espressiva che abbiamo avuto. Era istintivo e naturale trovarsi e improvvisare le rime. Veniva tutto fuori molto in maniera spontanea e questo è lo spirito con cui ancora oggi mi approccio a questa cosa» 

Ares Adami

C’è stato un periodo in cui i Muretti erano poco frequentati, rimasti un ricordo nostalgico di quegli artisti che ci sono cresciuti. Poi piano piano sono tornati a vivere, dopo il Covid il Muretto di Milano è risorto grazie a Drimer e alla scena attualmente presente, ma anche grazie a tutti coloro che, con la necessità di ritrovarsi in strada facendo qualcosa di autentico, hanno deciso di partecipare al movimento. Non per forza rappando, ma anche solo con la volontà di far parte di qualcosa e in questo divertirsi. Come sostiene Ensi «il freestyle oggi è solo un po’ più conosciuto, non che prima non lo fosse: arrivo da epoche in cui eventi come il To The Beat o Spit sono stati grandi casse di risonanza, però ancora il pubblico non era così vasto come lo è oggi, quindi secondo me la percezione è migliorata, ma è sempre stata buona perché il freestyle ha la capacità di impressionare chiunque».

Ad oggi infatti la scena del freestyle e la partecipazione a questi eventi si è ampliata perché le persone non sono più tanto legate soltanto all’atto, ma alle energie e ai principi che ci stanno attorno.

Se prima il freestyle era molto più un luogo per puristi, oggi chi partecipa lo fa anche per l’esperienza, per il rito collettivo che unisce quelle persone ogni settimana nello stesso luogo, e magari poi si buttano anche. «I ragazzi sono pronti, vedo un bel fermento, un bello slancio, quindi c’è solo da continuare in questa direzione», ci dice Ares. «È cambiata la mentalità della gente che lo fa», risponde Grizzly. «Adesso il fine del freestyle è il freestyle stesso, non si fa più per promuovere la propria musica. Questo era il primo grande passo da fare».

E insieme allo sdoganamento del concetto del freestyle, anche i Muretti delle varie città sono tornati a vivere, anche se in realtà non ci avevano mai abbandonato. «Adesso è molto più disciplina, è a un livello successivo», ci dice Shade, «per cui non è più solo il mero insulto, ma c’è tutta una costruzione dietro, un allenamento, ed è bello che sia così». E la loro forza si vede anche dai progetti che ad oggi gli gravitano intorno, tra questi Red Bull. Il progetto internazionale sul freestyle è stato infatti riproposto anche in Italia, a dimostrazione del fatto che la scena non solo c’è, ma è anche forte. «Quello che ci dobbiamo aspettare è che eventi come Red Bull Frista diventino sempre più grandi e che abbiamo un richiamo sempre più nazionale e popolare», afferma Ensi.

Ma non solo Red Bull, a supporto dello stesso progetto c’è anche Propaganda, con una capsule in collaborazione realizzata proprio in occasione dell’evento finale di Red Bull Frista. A pensare all’artwork è Scarful, che nei suoi sketch ha buttato giù una mano che tiene un microfono infuocato, tutto nel blu tipico della bevanda con le ali.

Il tour Red Bull Frista Muretti Showcase fatto in tutta Italia ha raccontato una realtà che solitamente vive nelle sere in settimana: ognuno ha il suo giorno, il suo rituale, il suo nome, le sue regole. Ma soprattutto ognuno ha il suo luogo, che rappresenta le origini e la storia del movimento nella singola città. Il muretto di Milano, seppur tra i più noti, non è certo l’unico: ce ne sono in tutta Italia.

«Questa roba piace, soprattutto oggi che il rap è così noto a tutti. Chi non si accontenta delle solite cose, chi cerca qualcos’altro, qui trova qualcosa di diverso ed è sano ed è figo ed è per questo che ci sono».

Ensi

Il Regio a Torino, l’Ateneo a Roma, il Fungo a Padova, Il Pezzo a Bisceglie sono tutte realtà che ancora esistono, si trovano, si fanno sentire e in cui ogni tanto tornano a rappare anche coloro che poi nel tempo hanno fatto carriera. Spesso a sorpresa, e rigorosamente con i telefoni abbassati da parte del pubblico, capace di riconoscere il valore del momento e coscienti che quel luogo debba restare protetto. Non è raro infatti che ai muretti appaiano figure come Enri, Shade o Lazza – che in questo ci sono cresciuti. «Eterna riconoscenza al movimento del freestyle», esordisce non a caso Ensi mentre parliamo. «Mi capita spesso di essere chiamato in causa per tutte le grandi manifestazioni che riguardano il freestyle, vedi Red Bull Frista, e per me è un grande onore, un grande riconoscimento perché viene valorizzato il percorso che ho fatto».

La forza del movimento si farà sentire ancora più forte durante la Finale Nazionale – parte del progetto Red Bull Frista – che si terrà il 19 aprile a Milano, precisamente all’Alcatraz, e a cui parteciperanno Danno, Nerone, Ensi, Ares Adami, Shade, Tormento, DJ Shocca, oltre a tutte le nuove leve che negli ultimi anni si stanno distinguendo nei vari muretti d’Italia.

Come ci dice Ensi, in un contesto in cui il freestyle è vivo e i muretti sono partecipati, manca solo il supporto di progetti realizzati da grandi realtà per portare davvero questo movimento all’attenzione nazionale. E forse ci stiamo riuscendo.

Fotografo
Enrico Rassu