Questo articolo è uscito per la prima volta sul sesto numero cartaceo di Outpump Magazine scritto a quattro mani da Maura Gancitano e Andrea Colamedici.
Resistenza è una parola bellissima, eppure qualcosa in lei si è spezzato. Forse dipende da tutta l’importanza che in questi anni è stata data alla resilienza, quella capacità di attraversare difficoltà, traumi, stress e poi riprendersi, ritrovare un equilibrio. Di per sé, resilienza non è una brutta parola: viene dalla metallurgia, e indica quella capacità dei corpi di subire manipolazioni, tornando poi uguali a quando erano prima. Applicata a noi, questa metafora tradisce una concezione meccanicistica che cancella precisamente ciò che ci rende umani: la capacità di essere trasformati dall’esperienza, di portare i segni del vissuto come costitutivi della nostra identità. Ma tutto sommato non è del tutto sbagliato applicarla agli esseri umani: sono resilienti i popoli, i territori, le specie animali che affrontano delle difficoltà impreviste e cercano soluzioni nuove per ritrovare il benessere.
Il problema della resilienza nasce quando assume un altro significato: la capacità di affrontare gli urti come se non fossero mai accaduti, come se non avessero lasciato traccia. La resilienza alimenta, dunque, una narrazione sociale che ti dice che devi tornare a tutti i costi e il più in fretta possibile a com’eri prima che l’urto arrivasse. È l’idea della performance, del dimostrarsi sempre attivi, positivi, determinati e pieni di energie, perché il mondo è a portata di mano e tu devi dimostrare di averne fame, sete e di essere in grado di mangiarlo in un boccone solo. Nel corso del tempo, in effetti, resilienza ha assunto una connotazione grottesca, forse perché abbiamo sperimentato che i traumi – personali e collettivi – lasciano tracce eccome, e che cercare di far finta che non ci siano non significa essere più forti, ma mentire a sé stessi.
Di fronte a questa narrazione – che spesso nasconde algofobia, cioè paura del dolore, dell’imperfezione, di ciò che è storto e rotto – quel che sta accadendo è che pure l’idea di resistenza ha iniziato a non funzionare più. Resistere è una parola bellissima, dicevamo, eppure quando la pronunciamo qualcosa si incrina. Non è più la resistenza del passato, quella dei racconti eroici, delle piazze piene, del “no” gridato all’unisono. In ambito elettrico, la resistenza indica la capacità di un corpo di opporsi al passaggio di una corrente: non significa far finta che non stia succedendo niente, ma opporsi attivamente a quella forza contraria. Un corpo resistente è vivo, subisce ferite e trasformazioni, afferma la propria esistenza di fronte all’ostilità, nonostante tutto continua a resistere. Resistere vuol dire vivere, e questo comporta sempre un qualche tipo di dolore. Perché, allora, sembra che l’idea di resistenza abbia perso la sua forza? Forse si è trasformata in qualcosa di più sfuggente, più intimo e più contraddittorio, ambivalente. Oppure è semplicemente sparita, e abbiamo il dovere di cercarne le tracce.
È possibile che dipenda dal fatto che resistere significa anche fissare un limite da non oltrepassare, ma chi vive in questo tempo sa che non esistono più territori che siano davvero al sicuro: ogni spazio è stato o può essere colonizzato, che si trovi sul pianeta Terra o nella nostra mente; ogni cosa può essere profanata, saccheggiata e manipolata. Accade con la natura, con i popoli, con i diritti umani, con i fatti e le notizie, con le nostre emozioni.

Un nuovo territorio
La resistenza che conoscevamo aveva contorni netti: c’erano i buoni e i cattivi, le barricate e il potere, il noi e il loro. Ma oggi il potere non si presenta più con il volto riconoscibile dell’oppressore; al contrario, si insinua nelle pieghe del quotidiano, ci seduce con promesse di realizzazione personale mentre ci svuota. Ci dice che possiamo essere tutto purché continuiamo a correre e a mostrarci felici, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Cosa succede quando il potere ha imparato a metabolizzare ogni forma di opposizione diretta? Quando ogni protesta diventa spettacolo e ogni grido viene trasformato in contenuto? È il capitalismo cannibale di cui parla Nancy Fraser, quella chimera che si nutre di qualunque cosa, soprattutto di ciò che le vuole resistere.
Per orientarci in questo territorio, proviamo prima a sentire cosa c’è. C’è una stanchezza diffusa che non è solo fisica. È la stanchezza di chi deve costantemente performare benessere in un mondo che evidentemente non sta bene. C’è l’esaurimento di dover sempre correre verso traguardi che si spostano, di dover essere sempre “la migliore versione di sé stessi” senza mai poter essere semplicemente sé stessi.
C’è un’ansia che non è più eccezione ma condizione permanente. L’ansia di non essere abbastanza produttivi, felici, realizzati; l’ansia del precariato non solo lavorativo ma esistenziale; l’ansia di un futuro che sembra cancellarsi mentre lo guardiamo.
La rabbia è presente – insieme all’insofferenza e al senso di impotenza – ma è una rabbia strana, senza bersaglio preciso. Come ti arrabbi con un sistema che è ovunque e da nessuna parte? Come combatti un potere che ti seduce mentre ti opprime, che ti dice di esprimerti liberamente mentre monetizza ogni tua espressione? La rabbia c’è ma non sa dove dirigersi, e allora spesso si rivolge all’interno, diventa senso di colpa, inadeguatezza e paralisi.
E c’è anche, dobbiamo riconoscerlo, una forma sottile di resa. Non la resa drammatica di chi alza bandiera bianca, ma quella quotidiana di chi abbassa progressivamente le aspettative, di chi si accontenta di sopravvivere dove sperava di vivere, di chi protegge il poco che ha invece di lottare per avere di più.
È come se il territorio fosse cambiato, e in questo nuovo paesaggio emotivo resistere ha dovuto assumere forme alternative, più sfuggenti e meno eroiche. È diventata sottrazione silenziosa, rifiuto gentile, diserzione. Non più il grido di battaglia, ma il sussurro di chi dice “preferirei di no”. Accade con il lavoro, con le relazioni affettive e anche con le manifestazioni pubbliche. Che io non sia d’accordo non lo manifesto più con un conflitto aperto ma con un’assenza strategica, smettendo di collaborare. Sfuggo allo scontro e, come Bartleby lo scrivano, il personaggio di Melville che di fronte a ogni richiesta risponde con il suo enigmatico “Preferirei di no”, anche io oppongo un rifiuto che non è confronto ma sottrazione, non è battaglia ma diserzione. Il “preferirei di no” di Bartleby, come hanno mostrato Deleuze e Agamben, è una formula che sospende la dicotomia stessa tra accettazione e rifiuto, aprendo uno spazio di indeterminazione che il potere non sa come gestire. Questa “potenza del non” risuona in altre forme contemporanee di resistenza passiva: dal fenomeno del ritiro sociale, una dinamica che mescola il rifiuto delle pressioni insostenibili della società con la sofferenza di non riuscire a trovare un posto nel mondo, a quello del tang ping – letteralmente lo “sdraiarsi” – dove i giovani rifiutano la competizione sfrenata scegliendo una vita minimalista. In contesti culturali diversi emergono strategie simili di sottrazione, come se l’umanità stesse convergendo verso un grande sciopero esistenziale non dichiarato.
Le forme ambivalenti della resistenza
È difficile stabilire se certe strategie siano sintomi o risposte. Forse sono entrambe le cose contemporaneamente, e questa ambivalenza è proprio ciò che caratterizza il nostro tempo. Il lavoro ha conosciuto questo mutamento negli ultimi anni, per esempio nel fenomeno del quiet quitting, quel comportamento per cui fai il minimo indispensabile previsto dalla tua mansione, sufficiente a non farti licenziare, ma non investi alcuna energia nei tuoi compiti. È un modo per resistere a un mondo lavorativo che vuole tutto di te: ogni pensiero, ogni idea, ogni istante, portandoti al sovraccarico mentale. È una forma di protezione consapevole, quindi, perché in un sistema come questo lavorare con entusiasmo non porta al riconoscimento, ma solo alla richiesta di dare ancora di più. Eppure, fare quiet quitting non rende più felici, perché come esseri umani abbiamo bisogno di sentire che ciò che facciamo ha un senso, che non è tempo buttato, che è in linea con il nostro percorso di vita. Il rischio è di ritrovarsi in uno di quelli che David Graeber ha chiamato bullshit jobs: lavori che magari ti chiedono poco, in cui a volte non devi fare granché, e che sembrano desiderabili; eppure, alimentano un senso di inutilità che ha delle ricadute psicologiche negative, perché ti inchiodano di fronte a un lavoro da cui non puoi davvero liberarti.
Il confine che cerchi di tracciare, allora, diventa insieme cedimento e affermazione, resa e resistenza. Lo stesso meccanismo si ritrova nel modo in cui si gestiscono le relazioni: stanno cambiando i luoghi e i modi per incontrarsi, e anche le dinamiche con cui si portano avanti. È impossibile dire che le cose stiano migliorando o peggiorando, quello che sappiamo è che la diserzione riguarda anche la sessualità, l’amicizia e l’affettività.
Nelle relazioni contemporanee si sperimenta sempre di più una “intimità a bassa intensità”: connessioni che si mantengono abbastanza superficiali da non richiedere troppo investimento emotivo, abbastanza presenti da non sentirsi soli; una riduzione della frequenza e dell’intensità dell’attività e del desiderio sessuale. È possibile che nasca dal tentativo di preservare energie emotive in un mondo che le prosciuga da ogni parte. È protezione o evitamento? È evoluzione o regressione? Ancora una volta, probabilmente entrambe.
Aumentano i giovanissimi che fanno ritiro sociale, e in un certo senso resistono al mondo chiudendosi nella propria stanza, resistono a un modello scolastico performativo e stantio smettendo di frequentare. Anche in questi fenomeni c’è un’ambivalenza che va prima di tutto osservata, un interrogativo che non può essere sciolto in modo frettoloso. In un mondo che ci prosciuga, si cerca di proteggersi, e in questo si mescola una saggezza del limite a una paura del coinvolgimento, una forma di cura di sé che rischia di diventare isolamento. O, più semplicemente, una richiesta di essere riconosciuti che però suscita solo rimproveri e giudizi da parte dei più adulti.

Il corpo come campo di battaglia e resa
Ma è nel corpo che questa ambivalenza si manifesta con più forza. I sintomi somatici sono diventati il linguaggio principale di una generazione che non sa più come nominare il proprio disagio. L’ansia che stringe lo stomaco prima di ogni riunione di lavoro, l’insonnia che accompagna le domeniche sera, la stanchezza che nessun riposo sembra curare: sono forme di comunicazione di un corpo che registra quello che la mente cerca ancora di negare.
Il burnout non è più un’eccezione, ma una condizione diffusa: lo trattiamo come normale costo del vivere contemporaneo, qualcosa da gestire con weekend di recupero e tecniche di respirazione. Ma quando l’esaurimento diventa esperienza ordinaria di intere generazioni, forse dovremmo interrogarci su cosa ci stia dicendo del mondo che abbiamo costruito.
Questi corpi non mentono. Quando il sistema nervoso resta in allerta costante, quando i muscoli non si rilassano mai, quando il respiro resta sempre superficiale ci stanno dicendo che viviamo in uno stato di minaccia permanente. Il corpo diventa archivio vivente di tutte le pressioni che subiamo, e quando cede non sta fallendo: sta comunicando. Ma invece di ascoltare questi segnali cerchiamo una soluzione immediata, trasformando la risposta sana a un ambiente malato in patologia individuale, che però offre il messaggio opposto: il problema non è il mondo in cui ti chiediamo di vivere, ma la tua incapacità di adattartici.
E non tutti i corpi hanno lo stesso diritto di cedere: c’è chi può permettersi di fermarsi e chi deve continuare comunque, e questa disuguaglianza attraversa ogni aspetto della nostra società.
La frammentazione e l’isolamento
Quello che rende tutto più complesso è che queste forme di resistenza/resa avvengono nell’isolamento. Non c’è una piazza in cui i praticanti del quiet quitting si riconoscono, non c’è un movimento di chi fa ritiro sociale. Ognuno resiste o cede nel proprio angolo, un frammento di un sistema di persone che vivono condizioni molto simili, ma non riescono a cooperare, o forse non credono che sia più possibile. E la solitudine diventa il miglior alleato di un sistema che ci dice che siamo soli e che dobbiamo pensare a noi stessi, che la società non esiste e avere fiducia negli altri è da ingenui. E quando il disagio viene vissuto come fallimento personale invece che come condizione condivisa, quando la sofferenza resta privata invece di diventare politica, il sistema può continuare indisturbato.
I tentativi di creare connessione spesso replicano le stesse dinamiche da cui vorremmo fuggire. I social media promettono connessione e consegnano performance. Anche quando cerchiamo l’altro, finiamo per trovare specchi che riflettono la nostra stessa frammentazione che alla fine non minaccia nessun equilibrio; anzi, diventa parte del funzionamento stesso del sistema.
Sistema che, del resto, ha imparato a ingurgitare e metabolizzare anche queste narrazioni. Il burnout diventa occasione per vendere ritiri di mindfulness; il detox digitale genera app, tecniche, metodi perché sia applicato; l’ansia alimenta un mercato di soluzioni wellness, e dunque ogni tentativo di resistenza viene impacchettato e rivenduto come lifestyle.
Questo ci impedisce di elaborare collettivamente il lutto per il mondo che abbiamo perso e per quello che non avremo mai. Ci costringe a essere sempre propositivi, sempre orientati alla soluzione, sempre in cerca del silver lining, del lato positivo delle cose. Ma cosa succederebbe se ci permettessimo di dire: stiamo male, il mondo fa schifo, e non sappiamo come uscirne?
Cosa fare del fallimento
Forse il primo passo è proprio questo: ammettere il fallimento. Non per compiacimento nichilista, ma per onestà intellettuale ed emotiva. Le forme tradizionali di resistenza non funzionano più. Le nuove forme che emergono sono ambigue, spesso inefficaci, a volte controproducenti. Non abbiamo risposte. Non sappiamo cosa fare.
Questa ammissione non è resa: è punto di partenza. Solo riconoscendo dove siamo davvero possiamo iniziare a immaginare dove andare. Solo smettendo di fingere che vada tutto bene possiamo creare lo spazio per elaborare cosa non va. Solo accettando la nostra impotenza attuale possiamo trovare forme di potenza che ancora non conosciamo. Stare nel disagio senza immediatamente trasformarlo in altro richiede un coraggio che la nostra cultura non ci insegna. Siamo addestrati a risolvere, ottimizzare, superare. Ma cosa succede quando permettiamo al disagio di esistere, di parlarci, di insegnarci qualcosa senza fretta di tradurlo in azione?

Cosa ci è rimasto?
Non possiamo più fingere di essere resilienti, di poter rimbalzare indietro come se nulla fosse successo. Eppure, neanche le forme di resistenza che conosciamo sembrano adeguate alla sfida che affrontiamo. Forse è proprio questa la forma di resistenza più autentica del nostro tempo: il rifiuto di trovare soluzioni facili e di fingere che esistano ricette per uscire da una complessità che ci sovrasta.
Oggi la resistenza non si manifesta più in un grido, ma spesso in un sussurro, nell’assenza, nella sottrazione. Una resistenza che rischia di essere confusa con la resa, che naviga l’ambivalenza senza risolverla. Sarebbe semplice leggere tutto questo come se fosse l’indice della sconfitta delle generazioni più giovani, quelle che hanno rinunciato a lottare e che non hanno abbastanza energia per dissentire, ma sarebbe una lettura superficiale. In ogni gesto di sottrazione, in realtà, c’è anche un’affermazione: io non ci sto, ho una verità che chiede di essere ascoltata, mi rifiuto di partecipare a un gioco truccato.
La resistenza contemporanea è molecolare, frammentata e spesso contraddittoria, ma è ovunque: nei corpi che cedono per non collaborare, nelle relazioni che si sottraggono alla mercificazione, nel lavoro che rifiuta di divorare l’anima e nel digitale che cerca spazi di silenzio.
Non sappiamo se la frammentazione si trasformerà in nuove forme di connessione o resterà solitudine, se dal rifiuto nascerà una proposta o solo un ulteriore ritiro. Ma forse la resistenza oggi sta proprio nel continuare a esistere autenticamente in un mondo che vorrebbe versioni semplificate di noi, nel custodire domande quando tutti vendono risposte.
Forse quello che ci serve è qualcosa che ancora non abbiamo parole per nominare. Qualcosa che sta nell’intersezione tra il riconoscimento lucido della sconfitta e il rifiuto ostinato di arrendersi del tutto. Qualcosa che accetta la vulnerabilità senza farne identità, che riconosce i limiti senza smettere di cercare varchi.
Non è un invito all’ottimismo, al contrario è il riconoscimento che anche nel fallimento e nella frammentazione, anche nell’apparente impossibilità di cambiare le cose continuiamo a esistere. E la nostra esistenza stessa, con tutte le sue contraddizioni e inadeguatezze, è già una forma di opposizione a un sistema che preferirebbe fossimo macchine. L’onestà intellettuale ed emotiva di riconoscere dove siamo è forse l’unica forma di resistenza che ci resta. Ed è da questa realtà, non da narrazioni consolatorie, che forse potrà nascere qualcosa di nuovo.