Questo articolo è uscito per la prima volta sul sesto numero cartaceo di Outpump Magazine.
Durante una pausa pranzo casalinga stavo continuando la visione di Abbott Elementary, una serie comedy girata nello stile mockumentary (per intenderci: alla The Office), ambientata in una scuola elementare di Philadelphia. In una puntata, un giovane insegnante trentenne tiene una lezione sull’importanza degli oldies, ovvero i classici della musica. Alla domanda “Che cos’è per voi un classico di un’altra era?”, i bambini rispondono entusiasti “In Da Club di 50 Cent! Umbrella di Rihanna! A Milli di Lil Wayne!”.
Quando l’insegnante, spiazzato, fa notare che “A Milli” è uscita nel 2005, un bambino risponde candidamente “Ma io sono nato nel 2018!”. Ouch. Mentre noi facciamo fatica a venire a patti con l’invecchiare, una nuova generazione di ascoltatori cresce scoprendo la musica attraverso videogiochi e YouTube, abbandonando sempre più presto la terra della musica per bambini per passare direttamente a quella per adulti: quella delle playlist curate su Spotify, quella ascoltata di continuo dai loro genitori.

Ricorderò per sempre quando la mia amica Marta – la prima della mia cerchia ad aver inaugurato quelle cene con plot twist, dove vieni invitata solo per ricevere la notizia di una gravidanza – si lamentò del fatto che il primo artista ascoltato dal suo primogenito fosse stato Guè Pequeno, a causa dell’ossessione del marito. I primi anni di vita di quello che considero il mio primo nipotino sono scanditi da video amatoriali, girati dai suoi genitori (e da noi zii infami), in cui gli viene chiesto di ballare sulle canzoni di Guè Pequeno e Sfera Ebbasta.
Quel clash tra l’innocenza di un bambino che muove la testa su “Sciroppo”, il testo del tutto inappropriato per la sua età e il nostro incitarlo come degli scemi, ci rendeva felici.
È per questo che oggi, alle feste di compleanno di questi stilosissimi bambini – Yeezy ai piedi, già bilingui e tutti allergici alle noci – si ascolta la Top 50 Italia di Spotify?
Ma che musica ascoltano i bambini oggi? E perché sembrano così centrali nell’economia della musica pop, live e digitale?
Provo a rispondere dopo aver passato troppo tempo davanti a un musical animato su YouTube – talmente brutto da sembrare onesto – che raccontava di come sia giunto il momento per la Gen Z di diventare adulta e lasciare spazio ai nuovi cool kids in città. Benvenuti nella parte oscura della vita: se sarete fortunati (o senza vergogna), anche voi andrete in giro a urlare il nuovo meme del momento, come stanno facendo – purtroppo – moltissimi miei coetanei millennial con la parola skibidi boppy. Chissà. Noi per non lasciar andare la nostra innocenza ci siamo rifugiati nei Labubu. A voi cosa toccherà?
Per quanto ci piaccia considerarci nativi digitali, cresciuti con Internet in casa e capaci di muoverci tra piattaforme e formati, gli Alpha sono la prima generazione non solo nativa digitale, ma nativa social. Nati dopo il 2010 – dopo il lancio di Facebook, Instagram, YouTube e Twitter – non conoscono un mondo senza social media.
Secondo uno studio di FedEx, oltre il 40% di loro ha utilizzato un tablet prima dei 6 anni.
Figli di una generazione che ha spento la radio e la TV in favore di YouTube, gli Alpha vivono i social come parte integrante della propria vita. Non solo passatempo, ma spazio liquido di scoperta e intrattenimento. Anche musicale.
Nei primi anni della loro vita sono sopravvissuti alle uscite con i genitori – ossessionati dall’idea che i figli si sappiano comportare ovunque, dal ristorante stellato al volo intercontinentale – piazzandosi davanti ai cartoni su YouTube.
Accantonati Cocomelon, Bing e compagnia bella, sono passati agli show per bambini alla Me Contro Te, dove la musica è parte integrante del format. Lo dimostrano i numeri da record dei videoclip di “Princesa” e “Insieme”, rispettivamente 85 e 51 milioni di views.
Parte del mio lavoro è studiare le classifiche YouTube e per anni la sezione tendenze è stata dominata da loro, capaci di macinare visualizzazioni e superare i videoclip dei rapper di punta.
Il loro approccio alla musica è visivo: vedono la musica prima ancora di ascoltarla, scoprendola su YouTube, scrollando su TikTok o giocando a Minecraft e Fortnite.
Secondo un articolo dell’agenzia creativa CORQ, Fortnite ha cambiato il modo in cui i bambini vivono la musica: non solo la ascoltano durante il gioco, ma vedono gli artisti entrare direttamente nel loro mondo digitale. Le skin – costumi per i personaggi – sono un canale chiave: Eminem ha lanciato tre skin ed è oggi una delle presenze più ricercate della serie Icon. Così, un’intera nuova fanbase che prima non sapeva nulla della sua musica ha iniziato ad ascoltarlo. Conosce bene la forza di questo gioco anche Travis Scott che nel 2020 con Astronomical (uno spettacolo immersivo che vedeva il cantante esibirsi in un mondo animato) ha raccolto più di 27 milioni di utenti connessi sull’app.
La musica è sempre più visiva perché noi vogliamo che tutto sia assimilabile prima con gli occhi. Applaudiamo i concept album, il merch brandizzato, le trovate social. Vogliamo che il passaggio tra le tracce sia fluido e ci restituisca un mondo ideale in cui sostare anche solo per poche ore.
Poi c’è TikTok. Il luogo dove non esiste distinzione tra musica del passato e del presente: esiste solo quello che funziona. Il Music Impact Report 2024 di Luminate per TikTok spiega molto bene l’impatto che l’app ha sull’industria musicale: l’84% dei brani entrati nella Billboard Global 200 è prima esploso sulla piattaforma. Questo genera sorprendenti ritorni in classica, com’è successo per “Running Up That Hill” di Kate Bush (pezzo del 1985 tornato in classifica 37 anni dopo grazie all’inserimento in Stranger Things e all’amplificazione sulla piattaforma cinese), ma anche strategie di marketing che prevedono il coinvolgimento fisico dell’utente su un brano (la “Apple” dance di Charli XCX o il balletto di “Cuoricini” dei ComaCose).
Se videogame e social sono il motore di ricerca delle loro scoperte musicali, le app di streaming come Apple Music o Spotify sono l’ultima fermata dove concretizzare l’ascolto.
L’età minima per iscriversi a Spotify è 13 anni, ma i bambini ci arrivano molto prima, tramite i profili family dei genitori che secondo una ricerca interna rappresentano il 41% degli account Premium. Qui, gli Alpha creano playlist personalizzate, rielaborano input esterni e costruiscono un gusto musicale precoce, un lavoro di curatela e customizzazione che avrà sempre di più un impatto sul nostro utilizzo della tecnologia.
Ma – per dirla alla Marracash – cosa c’entriamo noi con loro?
Se ascoltano così tanta musica, è perché sono i loro genitori a farlo.
Gen X e Millennials, dopo diversi tentativi di ascolto ibrido, si sono guadagnati l’iperconnessione ai loro gusti: siamo ossessionati dal Wrapped di Spotify, dalla shareability delle nostre canzoni preferite e delle nostre scoperte. Ecco perché il mio primo nipotino conosceva a memoria le canzoni di Guè, perché poteva. Perché nessun momento dei suoi genitori è affidato alla casualità della radio, ma ogni occasione sociale è curata nel minimo dettaglio, ogni interazione è anche una performance personale.
Un tempo c’erano i viaggi in auto con le compilation del Festivalbar comprate in Autogrill, oggi il cavo AUX con cui papà condivide la sua fissa del momento che raramente è un album intero, piuttosto una lunga lista di brani che gli piacciono. Stessa storia alle feste di compleanno o all’asilo dove le maestre fanno ballare i bambini ascoltando le hit italiane del momento.
Anni fa, uno studio di The Echo Nest rivelava che dopo i 33 anni si smette di scoprire nuova musica. Se è vero che dopo i 30 – complice il guardarsi indietro e la nostalgia per gli anni in cui non si conosceva la parola mutuo – si diventa meno capaci di apprezzare la nuova musica, è vero anche che con gli algoritmi e il passaparola è lei a trovare noi. Non è raro incontrare quarantenni con gli stessi gusti di adolescenti. Stiamo vivendo una adultizzazione dei gusti o siamo noi adulti che non ci stiamo più a farci chiudere nella categoria oldies? Come è successo per i brand fashion dedicati esclusivamente agli adolescenti, anche la musica per loro è morta?
Se Millennials, Gen Z e Gen Alpha acquistano negli stessi negozi, se sia io che una ragazzina di 14 anni indossiamo lo stesso crop top di Brandy Melville è molto probabile che anche i nostri gusti musicali a un certo punto si incontrino. Ed è così. Entrambe conosciamo a memoria le canzoni di Anna Pepe, entrambe abbiamo pensato di rispondere a qualche pensiero intrusivo con la frase “vuoi fare il loco, ma io sono più loca di te”, entrambe lo abbiamo fatto. Ok, io di sicuro.
Non è raro imbattersi in questa unica grande generazione ai concerti della rapper di La Spezia o di artisti come Olivia Rodrigo, Baby Gang e Ghali.
Siamo noi Millennials che prolunghiamo il nostro sostare nella casella adolescenti o sono loro che si sentono già a loro agio a cantare di temi come relazioni finite, droghe, soldi e successo?
Effettivamente il purismo è morto con noi, quando le grandi culture giovanili come grunge e indie hanno iniziato a mischiarsi con rap, edm e pop. Abbiamo barattato credere in qualcosa con il poterlo indossare.
È vero anche che il sentirsi grandi oggi arriva prima, e come non potrebbe? Ci guardiamo tutti nella stessa fotocamera frontale, sviluppiamo le stesse insicurezze, siamo tutti su TikTok e seguiamo tutti gli stessi grandi eventi, che si tratti di Sanremo, l’uscita di un album o Too Hot Too Handle poco importa.
Se si pensa alla democratizzazione del rap, l’esplosione della trap e delle sue star ha portato il genere a essere non solo digerito, ma raccontato dai media più tradizionali.
E ora che è mainstream è normale per i bambini affezionarsi alla musica di artisti come Ghali, Blanco e Geolier, d’altronde anche i già citati Me contro Te hanno pubblicato un pezzo rap intitolato “Copia Copia Copia (Dissing)” che ha raggiunto 9 milioni di visualizzazioni. Qualcosa vorrà dire. Sono gli artisti stessi a coltivare il rapporto con i piccoli fan: invitandoli sul palco, includendoli nei videoclip, dedicando loro stories sui social.
È diventato virale il video dove Anna Pepe e Artie 5ive fanno salire sul palco una piccola ballerina, o quello dove la baddie ferma il concerto perché si mette a chiamare per nome una bambina che si è persa nel locale. A chi lo provocava dicendo che fa musica per bambini, Ghali ha risposto in un’intervista dicendo che quando la sua musica viene apprezzata dai bambini per lui è una missione compiuta. Non è raro vederlo postare sui social video dove tira giù il finestrino del suo macchinone per salutare dei bambini adoranti. Anche il “cattivissimo” Baby Gang – con la sua difficile storia fatta di carcere minorile e una condanna per una rissa a cui ha partecipato nel luglio del 2022 – non si è mai negato al suo piccolo pubblico, sui social ha promosso la sua hit estiva “Kriminal” con un video dove appare in auto insieme a due bambini che cantano e ballano sul pezzo. Fuori dal contesto rap, cantanti come Ultimo, Cesare Cremonini e i Pinguini Tattici Nucleari richiamano intere famiglie ai loro concerti.
Forse la morte della baby dance potrebbe celarsi proprio qui: la libertà musicale degli adulti e la voglia di intrattenimento dei bambini si stanno saldando come due placche tettoniche.
I social stanno cambiando il nostro approccio alla musica: decisamente non monogamo, fluido nel muoversi non solo tra generi ma anche tra annate. Se oggi sempre più adulti condividono la loro esperienza nei club, se le nonne portoricane fanno a gara per salire sul palco con Bad Bunny, allora è giusto che anche i bambini vivano la musica in maniera attiva, ricercandola e partecipando ai concerti. D’altronde saranno loro a decretare il futuro degli eventi live e dello streaming. L’industria musicale ha diversi nuovi problemi da affrontare, ma the kids are alright.















