Luoghi in via d’estinzione

Questo articolo è uscito per la prima volta sul sesto numero cartaceo di Outpump Magazine.

Di recente è tornato in libreria “Fiamme e rock’n’roll”, un romanzo autobiografico pubblicato da Shake, casa editrice che ha sempre dato grande spazio alle controculture. Negli anni ‘80 l’autore Bruno Segalini era il cantante di una delle band più promettenti dell’underground milanese, i Pila Weston, che anticipò molte delle sonorità che avrebbero segnato le decadi successive, come il trip hop, la dub o l’indie rock. Un gruppo che non sarebbe mai nato e non avrebbe mai avuto spazio per sperimentare e crescere, se non fosse stato per un luogo unico nel suo genere: il Leoncavallo, il centro sociale più famoso d’Italia, che agli inizi ospitava anche un’intera palazzina adibita a sala prove per musicisti indipendenti. Ai tempi occupava la sede da cui ancora prende il nome – quella all’interno dell’enorme magazzino abbandonato di via Ruggero Leoncavallo, a ridosso di Lambrate – ma dopo l’aria di rivoluzione che aveva tirato nel decennio precedente, la voglia di speculazione edilizia della Milano da bere stava ormai prendendo il sopravvento. La proprietà dello stabile era intenzionata a tornare in possesso dell’area, demolire tutto e costruire uffici e immobili commerciali. E come spesso capita, aveva cercato di approfittare dell’arma di distrazione di massa definitiva per arrivare al suo scopo: le vacanze estive. 

Il libro, narrato in prima persona, si apre con una data, 16 agosto 1989: il giorno del primo storico sgombero del Leo. «Circa 16 ore prima io e Rino, appena tornati da una settimana di campeggio, decidiamo di fare un salto in sala prove per controllare. È il pomeriggio di Ferragosto in una città deserta e avvolta in un caldo appiccicoso quando, arrivati al centro sociale Leoncavallo, senza nemmeno avere il tempo di entrare ci sentiamo dire: “Meno male che ci siete anche voi, perché più siamo e meglio è. La madama è passata ieri sera ad avvertirci che domani mattina ci sgomberano e bisogna organizzarsi». Comincia (o forse finisce) così la vicenda di una manciata di musicisti ventenni, che inevitabilmente si intreccia con quella di chi resiste allo status quo, cercando di costruire un’alternativa alla cultura dominante. In un clima afoso e vagamente surreale, tra fumogeni, barricate, questura e sit-in sui tetti, Segalini fotografa un’epoca che in teoria si è chiusa decadi fa, ma che oggi ci suona pericolosamente familiare. Perché anche se il Leoncavallo è ormai diventato a suo modo un’istituzione, è sopravvissuto a ogni tentativo di cancellarlo dalla mappa, è risorto dalle sue ceneri innumerevoli volte e ha festeggiato la bellezza di mezzo secolo di attività, è più in pericolo che mai. All’alba del 21 agosto 2025, anche stavolta in una Milano semivuota, le forze dell’ordine si sono presentate a sorpresa nell’ex cartiera abbandonata di via Watteau che il Leo occupava dal 1994 nel quartiere Greco: hanno bloccato in assetto antisommossa i cavalcavia che davano accesso all’area, mentre una squadra di fabbri cambiava le serrature dei portoni d’ingresso. L’edificio è stato poi reso inagibile e riconsegnato nelle mani del gruppo Cabassi, che ne detiene la proprietà. 

A differenza del 1989, stavolta nessuno ha opposto resistenza: qualche decina di attivisti si è radunata al di fuori del cordone di polizia, intonando timidi cori di protesta, ma non c’è stato nulla di paragonabile alla guerriglia e alla resistenza degli anni di fuoco delle autogestioni. Probabilmente anche perché nessuno – sindaco Beppe Sala compreso, a giudicare dalle dichiarazioni che ha rilasciato alla stampa – si aspettava uno sgombero con quelle modalità. Da tempo c’era una trattativa aperta con il Comune di Milano per l’assegnazione di uno spazio, e gli appuntamenti mensili con l’ufficiale giudiziario che consegnava la notifica di sfratto si erano trasformati in occasioni di contestazioni quasi festose, con centinaia di persone e la musica dal vivo di chi tra quelle mura aveva costruito una carriera e un’identità, dai Punkreas ad Ensi, dagli Africa Unite ai Bluebeaters, dal Muretto a No Ball Games. Non era più una faccenda tra punkabbestia e celerini, insomma, ma tra avvocati, movimentisti e immobiliaristi. A metà luglio 2025, con l’arrivo dell’ennesima notifica di sfratto, si era svolto l’ultimo presidio della storia di via Watteau, a cui eravamo presenti anche noi: nessuno poteva immaginarsi che non ce ne sarebbe mai più stato un altro. L’ufficiale giudiziario aveva rimandato la pratica al 9 settembre, e i sostenitori del Leoncavallo si stavano già organizzando per riunirsi di nuovo quel giorno, sperando in un’ennesima proroga. E invece.

Legalmente la situazione è chiara, ma molto complessa. Da tempo il gruppo Cabassi rivoleva la sua ex cartiera, probabilmente per abbatterla e costruire appartamenti di pregio. Il collettivo del Leo, per contro, voleva che lo spazio fosse affidato a loro dal Comune, per poter continuare le loro attività in maniera legittima. Ma il Comune, dopo che nel 2011 era fallito un primo tentativo di mediazione, offriva un’unica soluzione alternativa: spostare tutte le attività del CS in un capannone in via San Dionigi, in zona Porto di Mare. Anche chi non è pratico della città può capire già dal suggestivo nome del quartiere che si tratta di un posto parecchio fuori mano, al contrario di Greco, che è in periferia ma ben inserito nel resto della metropoli. In più, anche volendo prendere in considerazione l’idea, il Leoncavallo dovrebbe accollarsi tutte le spese di ristrutturazione e bonifica, e si tratta di un edificio pieno di amianto. Così lo stallo alla messicana è proseguito per mesi, senza esclusione di colpi (bassi): tra cui una causa in cui il Viminale intimava a Marina Boer, la presidente settantaquattrenne delle Mamme Antifasciste del Leoncavallo, di risarcire lo Stato con tre milioni di euro, ovvero il corrispettivo dell’affitto che il gruppo Cabassi non ha potuto percepire in tutti questi anni di occupazione. Al momento in cui scriviamo una soluzione ancora non c’è, e neppure una nuova sede. 

Il punto, però, non è il Leoncavallo come luogo fisico, ma come collettore di idee ed energie. Negli ultimi decenni, infatti, il centro sociale ha ospitato realtà, rassegne e iniziative di ogni tipo che non trovano spazio altrove. Dalla ciclofficina alla scuola di italiano per stranieri, dai corsi di inglese agli allenamenti di bike polo, dai laboratori fotografici e di serigrafia a quelli di teatro, dalle rassegne enogastronomiche come La Terra Trema a quelle antiproibizioniste come la Festa del Raccolto e della Semina. Per non parlare dei concerti, dove nascono tendenze, ma soprattutto dove è possibile ascoltare generi che altrove non si trovano più tanto facilmente, come il jazz, la jungle, la drum’n’bass o la musica giamaicana. «Il reggae sta vivendo un momento di calo in Italia, dovuto forse anche al fatto che meno giovani frequentano posti come questo» ci raccontava Voodoo Vee durante l’ultimo presidio del luglio 2025; insieme a Calabash Crew (uno dei pochissimi sound system tutti al femminile del nostro paese, attivo da oltre 10 anni) faceva parte del “comitato d’accoglienza” riservato agli ufficiali giudiziari. «Quando ho cominciato a frequentare i centri sociali, a 17 anni, era pieno di miei coetanei. Arrivavo alle 18.00 e cenavo qui per supportare il posto. Ci tenevo un sacco. Adesso invece è proprio evidente che l’interesse sta calando». «Non c’è stato un vero ricambio in effetti: alle nostre serate i più giovani sono ragazzi africani di seconda generazione» confermava la sua socia Ila Calabash. «Il vero gap è stato il periodo del Covid, perché tanti luoghi di riferimento della nostra scena, come centri sociali e circoli Arci, sono stati chiusi e non sono arrivate forze fresche a sostituire chi non c’era più». Proprio per questo, realtà storiche come il Leo sono fondamentali: se non fosse per lo sforzo produttivo e organizzativo che si fa qui, l’offerta musicale sarebbe concentrata soprattutto su generi che portano numeri e, di conseguenza, soldi. 

Il rapporto tra Calabash Crew e Leoncavallo è iniziato nel 2013 e le ragazze lo considerano casa loro. Negli anni la loro popolarità è molto aumentata nel settore, portandole anche a calcare palchi prestigiosi. «Ci è capitato di suonare in contesti internazionali molto importanti: grandi festival europei, dancehall a New York. Però torniamo sempre qui» spiegava Voodoo Vee. «Non molleremo mai il Leo, per una questione di libertà. C’è proprio un altro approccio: possiamo fare cose che altrove non faremmo». Ad esempio, organizzare un festival reggae da oltre 4.000 presenze. «Non penso che un club si sarebbe mai preso la briga di dare in mano a ragazzi giovanissimi la gestione di un evento così, senza porre paletti e senza avere garanzie di rientro dell’investimento» osservava. Inoltre, c’è anche un importante aspetto sociale da tenere in considerazione: in un periodo in cui il caro biglietti è una realtà innegabile, garantire uno spazio dove la musica è a prezzi popolari è fondamentale. «La comunità africana che viene alle nostre serate non potrebbe permettersi di seguirci altrove: c’è ancora un gap sociale ed economico importante, e detto sinceramente preferisco avere questo tipo di pubblico che quello più patinato dei locali». 

La situazione di precarietà vissuta dal Leo si sta riproponendo un po’ ovunque, non solo in Italia. «Anche all’estero i centri sociali più celebri, come lo YAAM di Berlino, stanno chiudendo o sono in pericolo» ricordava Ila Calabash. «Posti come il Leo sono sempre stati considerati intoccabili: se cominciano ad attaccarli, vuol dire che i più piccoli verranno presto fagocitati. Io voglio credere che la storia non finirà qui, che resterà possibile unire la questione sociale e politica alla musica. Ci spero ancora. Ma sta diventando sempre più difficile, le pressioni sono tantissime, a livello istituzionale e mediatico». Ce lo confermava anche Marina Boer che, come dicevamo, da un giorno all’altro si è trovata con una spada di Damocle da tre milioni di euro sulla testa, ma nonostante tutto era comunque presente al presidio. La sua è una militanza di lunghissimo corso. È entrata nel collettivo del Leo 45 anni fa, dopo lo sgombero di un altro centro sociale: era alla ricerca di un luogo dove poter portare avanti i suoi laboratori di teatro e di grafica. «Negli anni è rimasto uguale nella capacità di mantenere idee di fondo e principi, ma è molto cambiato, perché è cambiato il mondo. Forse si è trasformato più di qualsiasi altro posto» rifletteva. Il segreto è stato trovare un linguaggio comune a tutte le realtà che lo hanno attraversato, saper dialogare, mettere le proprie idee e i propri ideali al servizio di una causa più grande: «Insomma, dimostrare che il concetto di autogestione non è solo una parola». Ma anche lei percepiva qualcosa di diverso nel momento attuale. «Quando sono arrivata al Leoncavallo, per la città era un periodo di lotta: anche fuori da queste mura trovavi movimenti studenteschi, operai, politici. C’era più possibilità di scambio anche con il resto della società» osservava. «Oggi, invece, spesso Milano non risponde minimamente alle nostre istanze. È tutto più difficile».

La sensazione è che in questa fase la metropoli risponda soprattutto a istanze come la gentrificazione selvaggia: l’imperativo è far spazio a nuovi edifici residenziali, possibilmente da vendere a prezzi stratosferici. «Qui davanti c’erano una ditta di spedizioni e una carrozzeria, hanno buttato giù tutto e hanno fatto una palazzina» raccontava Gianfranco, un anziano abitante del quartiere Greco, indicando una costruzione recente a pochi metri dal muro di cinta della ex cartiera. A lui la presenza del Leoncavallo non dava fastidio, anzi: «I ragazzi del Leo si sono sempre presi cura di mio fratello, che soffriva di psicosi maniaco-depressiva. Hanno fatto più loro dei servizi sociali. Nelle fasi maniacali attraversava la strada e veniva qua a sfogarsi e a fare i suoi monologhi. Non era tollerato: era capito». Secondo lui anche il resto del vicinato non aveva problemi ad avere un centro sociale così grande a pochi metri da casa. «Nel mio palazzo hanno tutti i doppi vetri, ma soprattutto per via della ferrovia qui dietro: il rumore dell’alta velocità supera i 100 decibel, e dà decisamente più fastidio quello di una band che suona» commentava. Ormai era difficile immaginare il quartiere senza, anche per quelli della sua età. «Non è un posto solo per giovani: anche a me piace andare ai concerti e pagare poco, ad esempio alle serate del baretto, dove c’è spesso musica live».

Quando nel 1994 il Leoncavallo si è trasferito in via Watteau, sul territorio milanese c’erano almeno una trentina di centri sociali in attività. Oggi sono più che dimezzati, e in alcune aree della città sono letteralmente scomparsi. È il caso di Isola Garibaldi, dove non solo sono spariti uno ad uno, ma sono anche stati sostituiti da veri e propri simboli del fallimento di quel modello. Il Deposito Bulk, che, come indica il nome, occupava un vecchio deposito davanti al Cimitero Monumentale, è stato abbattuto per fare posto a un albergo a cinque stelle (il cui bistrot, con poco rispetto per chi credeva davvero in quel progetto, è stato battezzato proprio Bulk). La Pergola, tempio della drum’n’bass, è stata ristrutturata e oggi ospita appartamenti di pregio. Il Garigliano Social Club, un ex cinema punto di riferimento del writing e degli appassionati di film d’autore, è stato abbattuto per costruire un condominio. Ma forse la sorte peggiore l’ha subita la Stecca degli Artigiani, l’ala di una vecchia fabbrica dismessa, che dagli anni ‘80 ospitava autoproduzioni, laboratori, spettacoli e altre attività ricreative. È stata rasa al suolo nonostante le mobilitazioni dal basso, per fare spazio alla residenza di lusso per eccellenza: il Bosco Verticale. «Oltre che sul territorio, tutti questi cambiamenti hanno avuto un effetto concreto anche sulla salute mentale» racconta Nicola, che del collettivo della Stecca faceva parte. «Io e tanti altri abbiamo vissuto un paio d’anni di depressione violenta dopo la fine di quell’era, anche perché abbiamo dovuto convivere con cantieri che sono durati dieci anni». 

Negli anni ‘90 Nicola aveva vent’anni e aveva scelto di vivere in Isola proprio per via delle molte realtà autogestite presenti in zona, che la rendevano un laboratorio sociale vivacissimo. «In effetti tutte le attività che si svolgevano all’interno della Stecca erano volte ad arginare le trasformazioni urbane» ricorda. «Per un po’ siamo riusciti a influenzarle, ma alla fine ha vinto il capitale». E da quando ha vinto, l’area circostante non è stata più la stessa. Inequivocabilmente si è riqualificata, ma con il moltiplicarsi degli edifici di pregio i prezzi degli immobili sono saliti alle stelle, e molti giovani e famiglie non hanno più potuto permettersi di vivere lì. «È stata davvero dura vedere gli amici che andavano via e venivano sostituiti da nuovi abitanti totalmente alieni» dice. «Gente che in pratica non incontri mai, oltretutto, perché si muovono in auto e salgono in casa direttamente dai loro box sotterranei. Da quartiere-villaggio è diventato un’attrazione turistica, sul modello dei navigli. Ha perso molta della sua identità». Ma lo spirito originario da qualche parte sopravvive: oggi Nicola e molti suoi ex compagni del collettivo animano Shareradio, una web radio che ha sede nel cuore di Isola ed è finalizzata al citizen journalism e alla promozione del cambiamento sociale.

Tra le zone di Milano in fase di maggiore gentrificazione c’è anche quella intorno a piazzale Lotto, che le agenzie immobiliari stanno cercando di promuovere con il rebranding «adiacenze City Life», sfruttando il fatto che il quartiere si trova a un paio di chilometri da lì. Basta guardarsi in giro per rendersi conto che la speculazione è già iniziata: lungo il perimetro della piazza si contano almeno sette cantieri aperti per costruire altrettanti palazzi, per non parlare degli enormi lavori in corso nell’ex Lido, la piscina comunale più amata dai milanesi, che diventerà un centro benessere privato ed extralusso. Il Cantiere più famoso del quartiere, però, è un altro e ha la C maiuscola: si trova al civico 84 di via Monte Rosa, ed è una palazzina Liberty decorata da alcuni tra i migliori writer su piazza. Ospita il Coordinamento dei Collettivi Studenteschi di Milano e provincia, e per 24 anni è sopravvissuto più o meno indenne ai vari scossoni urbanistici e politici. Almeno fino a quando nel 2025 una holding immobiliare costituita appositamente, la Monte Rosa 84 s.r.l., ha comprato l’edificio per meno di due milioni di euro, per abbatterlo e costruire al suo posto l’ennesimo complesso residenziale di pregio. Da allora il Cantiere è in presidio costante, aiutato anche dal “fratello minore” SMS, sigla che sta per Spazio Mutuo Soccorso: una serie di palazzine nella vicina piazza Stuparich, tenute sfitte a scopo speculativo e occupate insieme al Comitato Abitanti di San Siro, per dare una casa a famiglie sfrattate e in emergenza abitativa. Il loro è un movimento che non ha leader o portavoce, come ci tengono a sottolineare i diretti interessati: le parole di ciascuno di loro rappresentano «la proiezione collettiva di una comunità ampia ed eterogenea»

«Questo era già uno spazio controculturale ben prima che arrivassimo noi: negli anni ‘70 e ‘80 era la sede del Derby Club, dove hanno mosso i primi passi Paolo Rossi, Enzo Jannacci, Cochi e Renato. La loro è sempre stata una comicità satirica, e in fondo che cos’è la satira se non ridere in faccia al potere?» riflette Rosa, veterana del collettivo del Cantiere. Nel loro caso i nomi che utilizziamo sono di fantasia. I giovanissimi attivisti hanno scelto di mettersi in gioco, consapevoli che dare vita a un’occupazione e portare avanti azioni di protesta potrebbe avere conseguenze sul piano legale. Ma i tempi in cui viviamo sono particolarmente complessi, perciò abbiamo scelto insieme di tutelare il loro anonimato e di non renderli riconoscibili in volto. Rispetto ad altri CS, qui il ricambio generazionale c’è stato: nessuno di loro era già militante quando nel maggio 2001 l’ex Derby è stato occupato. Ai tempi gli studenti di Milano erano alla ricerca di un luogo fisico dove organizzare la trasferta per protestare contro il G8 di Genova, e quella villetta (abbandonata da decenni per problemi legali della vecchia proprietà) era sembrata il luogo ideale. Oltretutto, cosa non da poco, essendo stato un club era già dotata di un palco, di un bar, di una cucina e di spazi adatti a organizzare vere e proprie serate. «Perché è vero, qui facciamo soprattutto politica, ma si può cambiare il mondo anche divertendosi, non è che dobbiamo solo frustarci!» ride Gyna, universitaria e attivista. «Come diciamo sempre, se non possiamo ballare non è la nostra rivoluzione. Noi ci spendiamo tanto per ciò in cui crediamo, ma sarebbe tutto troppo pesante se non ci fossero anche i momenti di socialità e di gioia». 

E di momenti così ce ne sono tanti: le serate a base di piatti etnici, le presentazioni di libri, le cene di Natale o di raccolta fondi in solidarietà a progetti e attività sociali, il festival antirazzista Abba Vive. Anche il Cantiere è stato un presidio fondamentale per la diffusione della musica alternativa: buona parte della scena rap milanese è passata da questo palco – personaggi che oggi riempiono stadi e palazzetti, ma un tempo non avevano locali in cui suonare. C’è grande armonia tra tutti, ci conferma Gianni, che è arrivato qui come utente e ora fa il dj. «Si è creata una famiglia, una comunità in cui ti senti al sicuro. Non ci saremmo mai trovati, se non fosse stato per questo luogo». Gli attivisti sono divisi in crew, che si occupano delle varie attività: dagli impianti alla cucina, dai percorsi transfemministi e queer alle tematiche ambientaliste. L’età dei membri del collettivo va dai 14 ai 36 anni, con una media molto bassa: sono i ragazzi che hanno vissuto il periodo del Covid chiusi in casa e che ora hanno trovato qui un luogo di aggregazione e un motivo per cui combattere. Sanno perfettamente che ciò che fanno li espone a delle conseguenze penali, ma «la differenza tra legittimità e legalità per noi è fondamentale» dice Rosa. «Certo, occupare è illegale, ma è legittimo ridare vita a un palazzo abbandonato in cui trovano spazio generazioni di giovanissimə. Così come immigrare senza documenti è illegale, ma è del tutto evidente che è legittimo scappare da guerre, tortura, fame e carestie». 

Tra rischi, soddisfazioni, sacrifici e gioie, c’è fisiologicamente chi va e chi viene. A volte capita che, nel normale arco evolutivo della vita di ragazzi poco più che adolescenti, qualcuno decida di percorrere anche altre strade o addirittura di cambiare strada totalmente, ma c’è sempre qualcun altro che arriva, pronto a rimboccarsi le maniche in nome di una causa comune. A differenza di altri CS, il Cantiere non è intenzionato a mediare con le istituzioni o di farsi assegnare uno spazio alternativo dal Comune, al motto di «Qui siamo e qui restiamo». «L’atto di occupare è quello che ti rende davvero libero di dire quello che vuoi» spiega Felix, che con i suoi 16 anni è uno dei più giovani qui. «Le denunce arrivano, sono sempre arrivate: non ci facciamo spaventare da queste cose». Con la consapevolezza, però, che di questi tempi anche combattere per una causa ritenuta giusta può diventare un privilegio. «Viviamo in una società molto frenetica, e anche noi abbiamo forzatamente assorbito quella frenesia» riflette Jack, che ha una decina di anni di più. «La lotta paga tanto, ma in forme diverse rispetto a quella economica; e costa anche tanto. Credo che in futuro bisognerà pensare anche a questo, perché diventi sempre più accessibile per tutti».

Fotografie
Gianmarco Maraviglia