Le passerelle si sono riempite di paillettes, cristalli e bling bling di ogni genere. La moda lo fa sempre: in momenti difficili tende a semplificare le forme concedendosi qualche attimo di irresistibile follia. Era già successo negli anni ‘40 del secolo scorso quando gli utility garment, figli della guerra e del razionamento dei tessuti, venivano accompagnati dal touch of fun dei cappellini in carta e trucioli di legno. Così, allo stesso modo, in un periodo storico decisamente complicato la moda sceglie il rigore e si affida a paillettes e luccichii di ogni tipo per spezzare la noia.

Onnipresenti nel finale degli show dell’ultimo fashion month le paillettes sono state protagoniste assolute delle passerelle più svariate: nessuno escluso. Per qualcuno uno strumento di seduzione, per altri simbolo di eleganza o romanticismo. Tra le immagini che tutti ricorderanno di quest’ultimo rendez-vous di sfilate c’è senza dubbio una splendida Kate Moss che sfila chiudendo lo show del Gucci firmato Demna. Ad accompagnarla è un abito nero in full paillettes con vertiginoso scollo sulla schiena e perizoma incorporato che richiama, senza troppo mistero, l’epoca del Gucci by Tom Ford che tutti ancora sognano.
Sempre neri, ma di tutt’altro stile, sono gli abiti in full paillettes visti sulle passerelle di Balenciaga a Parigi e N°21 a Milano. Pierpaolo Piccioli e Alessandro Dell’Acqua scelgono di seguire due strade simili. Raffinati ed eleganti gli abiti midi disegnati dai due stilisti differiscono principalmente per la dimensione delle paillettes: grandi e materiche da N°21, minuscole e luminose da Balenciaga. Percorre la strada dell’eleganza anche Daniel Rosberry che, da Schiaparelli, spezza la monotonia del nero presentando un ensemble che mixa un top black ad una gonna loungette oro.
Tutt’altra via è invece quella imboccata da Philipp Plein a Milano. Per il designer le paillettes sono l’emblema del clubbing, perfette per ricoprire un minidress bordeaux abbinato ad un paio di stivali ton sur ton. Ma i volti delle paillettes in questa stagione sono i più diversi. Seduzione, eleganza e irriverenza lasciano spazio anche al romanticismo. È questo il caso dei completi in stile anni ‘20 proposti da Matthieu Blazy per la sfilata di Chanel, o dei ricami floreali presentati dalla Signora (Miuccia Prada) per il prêt-à-porter di Miu Miu. Qualcuno, invece, alza la posta in gioco trasformando la paillettes nell’alleato perfetto per pizzi e merletti. A Parigi lo fa Julien Dossena, direttore creativo di Rabanne. A Roma, invece, nelle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Palazzo Barberini, tra un quadro di Caravaggio e uno di Beato Angelico, è Alessandro Michele a far dialogare abiti in paillettes e sottovesti in pizzo per l’autunno inverno di Valentino.
Ma se si parla di paillettes è uno solo il loro habitat naturale e si tratta del palcoscenico. D’altronde splendono meglio sotto i riflettori. Non a caso sul palco della settimana santa italiana del nazionalpopolare, quello di Sanremo, le paillettes sono state protagoniste come sulle passerelle del fashion month. Non solo i lunghi abiti da sera della co-conduttrice, delle ospiti e delle cantanti. Le paillettes sono state in grado di infilarsi anche nei look dei concorrenti meno prevedibili. Dai revers della giacca di Francesco Renga ai pantaloni di Nicolò filippucci fino alla camicia, con cravatta abbinata, di Sayf firmata Moschino. Anche se, per onor del vero, in questo caso si tratta di cristalli e non di vere e proprie paillettes come quelle maxi scelte, invece, da Malika Ayane in Marni o usate per decorare la culotte di Ditonellapiaga nel suo indimenticabile duetto con Tony Pitony.
Pensando al momento storico la tendenza delle paillettes può sembrare quanto di più distaccato dalla realtà. Le stesse decorazioni brillanti che descrivevano l’immaginario americano della seconda metà del ‘900, quello delle grandi star vestite da Bob Mackie tornano oggi in uno scenario completamente diverso. Si potrebbe facilmente pensare che la moda abbia perso la bussola, che si sia chiusa nei suoi atelier lontana dalla realtà dei fatti. O forse si stratta solo di uno strumento di evasione da una realtà difficilissima da trasportare su passerelle glamour e patinate. Le paillettes, così come i cappellini degli anni ‘40, sono una distrazione dalla realtà. Un rifugio per auto convincersi che sta andando tutto bene.
Superficialità, direbbe qualcuno. Eppure questa apparente superficialità, in realtà, può nascondere molto di più. Lady Gaga diceva di voler cambiare il mondo una paillettes alla volta e forse, in qualche modo, ce l’ha anche fatta. Sul Corriere, invece, Aldo Grasso parla della situazione attuale della Rai e riflette su come, negli anni, sia stata in grado di fare cultura anche con i varietà del sabato sera. “Il punto non è pretendere un palinsesto monastico con Verdi in prima serata e Molière ai vespri. Antonello Falqui aveva dimostrato che si può fare cultura anche con le paillettes del sabato sera” scrive il giornalista.
E se la cultura può passare attraverso le coreografie di una varietà e la speranza per un cappellino di carta e trucioli allora ecco che le paillettes non rappresentano solo un abbaglio. Non sono l’arma di chi vuole restare indifferente a ciò che succede nel mondo ma un mezzo per chi crede che ci sia ancora spazio per la bellezza e che, forse, davvero salverà il mondo come scriveva Dostoevskij.

















