Se prendessimo la mitica DeLorean di Ritorno al futuro per tornare al marzo del 2016, avremmo l’impressione di trovarci in un altro mondo. Trump si era insediato alla Casa Bianca da poche settimane, l’Europa usciva dall’autunno nero degli attentati culminati con quelli di Parigi del 13 novembre, mentre il Regno Unito si preparava al referendum sulla Brexit. Era un periodo caotico che, visto retrospettivamente, lasciava però intravedere già i prodromi del mondo in cui siamo immersi oggi. Un discorso simile si potrebbe fare per il rap, che stava vivendo una fase di trasformazione profonda senza rendersene pienamente conto, in una convivenza confusa e spesso polemica tra il vecchio e il nuovo. Se la generazione dei rapper allora trentenni aveva faticosamente conquistato una stabilità nel mercato discografico — nel 2015 erano usciti dischi cruciali come “Status” di Marracash e “Vero” di Guè — una nuova leva di artisti stava salendo le scale due gradini alla volta, mettendo in crisi la tradizionale gavetta e riscrivendo linguaggi, estetiche e immaginari del rap italiano. È in quel contesto che il 10 marzo esce “Crack Musica“, il disco della Dark Polo Gang che più di ogni altro incarna il nuovo che avanza nel 2016 e segna una cesura storica per il rap italiano.
Le facce di Side e Tony, con sullo sfondo la mappa di Roma, sono state innanzitutto una ferita forse mai pienamente rimarginata nel rap capitolino. La scena romana era infatti orgogliosamente tradizionalista: esisteva una forte idea di continuità che veniva trasmessa sia attraverso lo stile nel rappare sia attraverso una attitudine indipendente e alternativa. Erano anni in cui a Noyz veniva contestato il trasferimento a Milano e ad Achille Lauro di essere emerso grazie al supporto di Marracash. Il rap romano aveva una propria identità, e la Dark Polo Gang rappresentava esattamente tutto ciò che quella scena aveva sempre guardato con sospetto. Quattro ragazzi senza una storia di militanza nella scena, senza un background sociale da rivendicare, senza la retorica della gavetta o della strada come legittimazione culturale. Degli outsider che non solo non adottavano gli stilemi del rap romano, ma che rivendicavano con orgoglio — e con un certo malriposto senso di superiorità — di non volerli fare propri, arrivando a considerarli anche un po’ sfigati. Non è un caso che, in una prima fase, il gruppo sembrò ottenere maggior successo a Milano piuttosto che a Roma, dove fu apertamente osteggiato da larga parte della scena locale. La rivalità con Achille Lauro, culminata nel brano CCL contenuto nella reboot di Ragazzi Madre, incarnava perfettamente questa contrapposizione: uno scontro che inizialmente si fece molto radicale e che solo con il tempo si è progressivamente stemperato, lasciando però tracce visibili ancora oggi.
Di quel periodo è rimasta in eredità, ad esempio, la malsana contrapposizione tra rap e trap e la nascita di categorie mitiche tutte italiane come quella del “trapper”.
La rivoluzione della Dark Polo Gang è stata dunque innanzitutto culturale, prima ancora che sonora ed estetica. Allontanandosi dall’idea che il rap dovesse farsi portatore di un qualsivoglia messaggio controculturale, la DPG ha contribuito a trasformarlo in una sorta di scatola vuota, un linguaggio fluido dentro cui chiunque poteva inserire il proprio contenuto, qualunque esso fosse. Il cambiamento è stato radicale e, per certi versi, necessario. Cresciuti in un’Italia in cui il rap era già un fenomeno sdoganato, la DPG — insieme ad altri artisti emersi attorno al 2016 — ha contribuito ad abbattere l’idea che il rap dovesse necessariamente definire l’identità di chi lo ascoltava. Non è un caso che proprio in quegli anni i rapper diventino stabilmente gli artisti più ascoltati nel paese. Il rap si trasforma così in un fenomeno generazionale, anche grazie alla nascita e alla diffusione delle piattaforme di streaming digitale, che hanno contribuito a democratizzare il mercato musicale, rendendo più facile per i nuovi protagonisti della scena conquistare e consolidare rapidamente la propria popolarità tra i giovani. “Crack Musica”, attraverso brani come “Cavallini” con Sfera Ebbasta, è stato tra i primi a rendere evidente la portata della rivoluzione in atto, ponendo le basi di quella che oggi definiamo “generazione 2016”. Ma non solo: nel bene e nel male, anche grazie a quel disco il rap diventa davvero un fenomeno di massa.
La Dark Polo Gang è stata anche un terremoto sonoro ed estetico. Con “Crack Musica” il gruppo ha portato in auge un immaginario consapevolmente ed esplicitamente artificiale, capace di mescolare i vicoli del centro di Roma ai palazzoni del South Side di Chicago come se appartenessero allo stesso universo narrativo. Inclini allo slogan d’impatto, alla descrizione per immagini semplici, al racconto di una vita dissoluta in cui l’ostentazione la fa da padrone, i membri della DPG hanno importato in Italia un modo di fare rap che, banalmente, prima non c’era. Da qui nasce quell’estetica insieme cupa e scintillante: videoclip oscuri, atmosfere notturne, ma anche abbigliamento vistoso, gioielli luccicanti e un’immagine volutamente sopra le righe, in netto contrasto con gli standard del rap italiano dell’epoca. Il supporto sonoro di Sick Luke è stato decisivo nel costruire attorno al gruppo un universo musicale coerente, partendo dagli esempi della trap statunitense e spingendo verso sonorità ancora più cupe, distorte e immersive. Beat come quelli di “CC” hanno di fatto contribuito a definire un’intera fase del rap italiano. Questo cocktail sonoro, estetico e narrativo veniva poi comunicato con grande abilità. La DPG nasce insieme a Instagram ed è forse il primo gruppo in Italia a sfruttarne fino in fondo le potenzialità, costruendo veri e propri personaggi social. Tra polemiche, ospitate televisive, meme virali e anche alcune esternazioni discutibili, il gruppo è riuscito ad avvicinare a sé il pubblico, rendendo più accessibile e digeribile l’immaginario di cui si faceva portatore nelle canzoni.
Se la “generazione 2016” ha avuto modo di abbattere alcune regole non scritte del rap italiano, Crack Musica è stata forse una delle picconate più pesanti. Quel disco ha messo la DPG sulla mappa, assegnandole il ruolo centrale che oggi le riconosciamo e aprendo definitivamente la strada a un nuovo modo di intendere il rap nel nostro paese. A quel progetto dobbiamo gran parte del rap variopinto, fluido e mainstream che conosciamo oggi: un rap capace di convivere con la moda, con l’intrattenimento televisivo, con l’immaginario pop e con il linguaggio dei social, senza più sentirsi obbligato a giustificare la propria legittimità culturale. Allo stesso tempo è innegabile che “Crack Musica” abbia contribuito, almeno in parte, a diluire il peso del messaggio politico e sociale che aveva caratterizzato gran parte del rap italiano nei suoi primi venticinque anni di storia. “Crack Musica” è stato dunque un disco controverso, divisivo, spesso criticato con durezza, ma proprio per questo necessario, e oggi, a distanza di tempo, possiamo finalmente parlarne senza pregiudizi.
