Negli anni ‘60 in Italia esistevano due grandi eventi musicali mediatici: il Festival della Canzone Italiana (quello che tutti conosciamo come Festival di Sanremo) e il Festival della Canzone Napoletana (anche noto come il Festival di Napoli). Il secondo non era certo meno importante del primo: fu condotto da nomi di primo piano, come Pippo Baudo e Mike Bongiorno, e proprio come succede oggi con Sanremo, buona parte del nostro paese sospendeva qualsiasi altra attività per seguirlo con ogni mezzo allora possibile. Tant’è che era tenuto in grande considerazione da artisti di tutta Italia: negli anni è stato vinto da nomi come Nilla Pizzi, Claudio Villa, Domenico Modugno e Ornella Vanoni, che si prestavano a cantare in dialetto canzoni della tradizione partenopea. Nel 1966 ha perfino fatto da sfondo a un celeberrimo film di Dino Risi, Operazione San Gennaro: una commedia su una banda di ladri di gioielli che decidono di rubare il tesoro di San Gennaro proprio durante la sera della finale, contando sul fatto che tutti (compresa la polizia) sarebbero stati incollati a radio e tv e nessuno si sarebbe accorto del furto.
Interrotto nel 1971, il Festival della Canzone Napoletana ebbe vari tentativi di rilancio, tra cui il primo, quello del 1981, che fu vinto da Mario Da Vinci, il padre di Sal Da Vinci. Ma non ebbe mai più i fasti di un tempo. Da allora la canzone napoletana – che per i musicologi non è semplicemente un brano in dialetto, ma un repertorio con i suoi criteri armonici, come l’accordo di sesta napoletana o la scala minore napoletana – è stata assorbita completamente dal Festival di Sanremo, ma quasi non ce ne siamo accorti. Negli anni gli artisti partenopei si sono fatti sempre più contaminare da influenze «esterne»: è capitato più volte che vincessero (da Massimo Ranieri a Peppino Di Capri), ma sempre mescolando elementi fortemente identitari con atmosfere meno locali. Anche a livello linguistico: il continuo cambio di regolamento, che varia leggermente di anno in anno, non sempre rendeva possibile essere se stessi fino in fondo, tant’è che solo dal 2009 in poi è stata sancita in maniera ufficiale la possibilità di presentare in gara brani interamente cantati in dialetto. Uno dei primi ad approfittarne, come tutti sappiamo, è stato Geolier, che nel 2024 con I’ p’me, tu p’te ha reso evidente a tutti che la musica napoletana ha parecchio da raccontare anche al resto del mondo. Soprattutto, ha insegnato al grande pubblico una cosa ancora più importante: che la musica napoletana assume tante forme diverse, e la sua grande varietà è proprio la sua principale ricchezza.
L’approdo di Geolier sul palco dell’Ariston ha senz’altro rappresentato uno spartiacque, ma se guardiamo con più attenzione erano già parecchi anni che Sanremo e Napoli viaggiavano sulla stessa lunghezza d’onda. Già nel 2016, con Carlo Conti direttore artistico, gli artisti campani in gara erano ben due (Clementino e Rocco Hunt, più la wild card Neffa, che è campano solo d’origine, ma che nel 2021 pubblicherà poi un album di canzoni napoletane, AmarAmmore). Da allora, tra rapper, musicisti folk e cantanti neomelodici, ci sarà almeno un rappresentante della scena campana all’anno, spesso con duetti speciali e sorprendenti: è il caso di Enzo Avitabile e Peppe Servillo nel 2018 o di Nino D’Angelo e Livio Cori nel 2019, entrambi figli dell’era Baglioni. Il vero amante della musica di derivazione napoletana, però, risulta essere proprio Carlo Conti: quando torna alla direzione artistica nel 2025 arricchisce subito il cast di vibrazioni partenopee e dintorni, con The Kolors (da Caserta), Rocco Hunt (da Salerno) e Massimo Ranieri (da Napoli), più un’altra wild card, Serena Brancale, che è pugliese ma con Anema e core fa un chiaro omaggio alla musica napoletana. Anche a Sanremo Giovani è ben rappresentata da Settembre, Vale LP e Lil Jolie, che costituiscono ben il 50% dei finalisti. Settembre, peraltro, vincerà nella sua categoria.
Stefano De Martino ti scongiuro apri la prima serata del festival ballando la Tammurriata Nera cantanta da Maria Nazionale mentre sul palco ci stanno Izzo e Paolantoni che interpretano i controcanti vestita da Pulcinella e Masaniello
— then grow back down (@RoxanneTheMoon) March 3, 2026
E arriviamo dunque al 2026, anno in cui Napoli domina in tutti i sensi. La città vede presente al Festival la compagine più numerosa degli ultimi anni, con Sal Da Vinci, LDA e Aka7even, Luchè e Samurai Jay (e con una piccola quota tra i giovani, costituita da Mazzariello, che è di Scafati). Non solo: se il vincitore assoluto della kermesse è Sal Da Vinci con Per sempre sì, a trionfare sul versante degli streaming è Samurai Jay, che con Ossessione è oggi al primo posto della Top 50 Italia. Una bella rivincita per una delle metropoli più vive e culturali del sud Italia, che spesso è stata relegata a un ruolo marginale dalla visione miope di alcuni. Non resta che una domanda: cosa succederà l’anno prossimo con la nuova direzione artistica di Stefano De Martino, che guarda caso è napoletano anche lui?