Ditonellapiaga è l’artista pop di cui avevamo bisogno

Negli ultimi anni il pop femminile italiano ha fatto passi da gigante: finalmente anche da noi – come era già successo nel resto del mondo – è tramontata dall’era delle belle voci fini a se stesse, e siamo entrati in quella delle artiste a 360 gradi. Nomi come Annalisa, Elodie o Angelina Mango esprimono la loro personalità a tutto tondo, e nessuno si sognerebbe mai di ritenerle delle belle statuine prive di pensiero, parola o volontà propria. Quello che tendiamo a dimenticarci, però, è che la strada per arrivare fin qui è stata lunga: prima di poter scegliere per sé hanno dovuto attraversare una lunga fase in cui erano considerate solo per le loro abilità canore. Purtroppo, nella musica leggera di casa nostra, le donne sono spesso state considerate delle semplici interpreti, marionette nelle mani della creatività altrui: dietro a ogni grande voce si nascondeva un team di maschi (autori, produttori, direttori artistici, manager, discografici, stylist) che ne determinavano le scelte e la carriera. E per molte artiste emergenti è così anche oggi, perché è un paradigma ancora molto radicato nell’industria. Per fortuna, però, esistono delle eccezioni: ragazze che testardamente, fin da quando muovono i loro primissimi passi nel music business, decidono di fare le cose a modo loro, anche contro il parere di tutto il resto del mondo se necessario. Ragazze come Ditonellapiaga, forte di un uptempo a cassa dritta che è deflagrato come una bomba in un Festival pieno di ballad soavi e delicate.

Artisticamente Margherita Carducci (questo il suo nome all’anagrafe) è preparatissima: si è laureata al DAMS con l’indirizzo di Theatre Maker, quello più vicino all’ambito performativo. Ben presto, però, ha capito che non bastava mettere in scena le idee altrui, e che il segreto per una carriera longeva è averne di proprie. Così ha cominciato a frequentare la scena musicale romana, lavorando con alcuni producer emergenti ed etichette indipendenti, e ad appena 24 anni ha deciso di presentare a Sanremo Giovani una sua canzone, dal titolo Chimica. Ai tempi, era il 2022, il direttore artistico del Festival era Amadeus, e gli era piaciuta così tanto che le aveva fatto una proposta: se avesse accettato di collaborare con Donatella Rettore, altro rarissimo esempio di cantautrice innovativa e illuminata del pop nostrano, l’avrebbe promossa d’ufficio tra i Big. Altre avrebbero tremato all’idea di esordire nella stessa categoria in cui quell’anno gareggiavano anche Elisa, Massimo Ranieri o Noemi, e di farlo oltretutto in coppia con una delle bestie da palcoscenico più celebrate degli ultimi quarant’anni, ma non lei. E ha fatto bene, perché il brano era stato una vera e propria ventata d’aria fresca: con le sue atmosfere electro-punk anni ‘80 e un testo che inneggiava in maniera mai volgare all’amore fisico e libero, aveva subito conquistato critica e pubblico, arrivando al disco di platino in appena due mesi. 

Avanti veloce fino al 2026, anno di Che fastidio! Non saltiamo le tappe solo per comodità, ma anche perché in questi quattro anni purtroppo le acque non si sono mosse granché per lei. Nonostante abbia regolarmente proseguito la sua attività discografica pubblicando un secondo album e continuando a scrivere e a fare concerti, infatti, non era mai riuscita a replicare il successo di Chimica. Al punto che nel suo team molti avevano cominciato a mettere in dubbio le sue scelte, considerate troppo poco rassicuranti per il mercato italiano. Doveva proprio rifarsi alle popstar internazionali come Lady Gaga e Charlie XCX, anziché volare basso e pensare a racimolare qualche featuring in giro? Non era forse il caso di essere affiancata da qualche autore blasonato che potesse aiutarla a scrivere in maniera più melodica e tradizionale? Perché non cantare di cuori infranti e buoni sentimenti, anziché buttarla sempre sull’ironia? In conferenza stampa, prima di partire per il Festival, ha raccontato che perfino il suo nome d’arte, a un certo punto, è stato oggetto di discussione: le avevano chiesto di cambiarlo, perché considerato troppo sgradevole per una ragazza così graziosa. Per non parlare del suo look non convenzionale («Mi dicono che dovrei portare i capelli con la riga in mezzo perché quella laterale fa vecchia, ma a me piace così, un po’ vintage» ha riso). 

La risposta a tutti questi consigli non richiesti è stata uno schiaffo, sotto forma di banger martellante: Che fastidio!, appunto, scritta per reazione a cotanta miopia. Grazie a dio anche i più scettici si sono ravveduti: di fronte all’evidente forza del brano Ditonellapiaga ha finalmente ricevuto il pieno supporto che meritava, tanto che la sua casa discografica (che è la stessa che inizialmente la invitava a più miti consigli) ha approvato in pieno anche la sua scelta di presentarsi alla serata delle cover accompagnata da Tony Pitony, per dissacrare un classico del jazz da crooner come The Lady Is a Tramp. Come nella migliore delle favole, c’è stato un lieto fine su tutti i fronti: la serata delle cover l’ha vinta, il podio l’ha conquistato, così come ha conquistato il pubblico, la critica e le radio. Ha perfino ottenuto dall’orchestra il premio per il miglior arrangiamento musicale insieme alla maestra Carolina Bubbico, probabilmente una prima volta assoluta per un pezzo dance. Gli unici che sembrano non avere capito la sua visione sono i titolari dei brand del concorso Miss Italia, che a quanto pare hanno dato mandato agli avvocati per «i giudizi ritenuti lesivi della dignità e dell’onore del concorso e delle partecipanti», come riportano fonti giornalistiche. Il suo prossimo album, in uscita il 10 aprile, si intitolerà infatti Miss Italia, come simbolo del concetto di perfezione e di quanto possa significare cose diverse per ciascuno di noi. Una vicenda che fa sorridere, ma anche riflettere. 

Al di là dei risvolti legali, comunque, la nostra speranza è che Ditonellapiaga abbia creato un precedente, e che possa contribuire ad aprire la strada a molte altre artiste pop italiane. Lasciate che le ragazze se la cavino da sole, lasciatele anche libere di sbagliare se necessario: loro sanno quello che fanno.