L’Italia non è un paese per giovani, soprattutto se ambiscono a fare satira. Se poi questa satira è veicolata dalle canzoni, la faccenda si complica ulteriormente: gli esempi da citare sono pochissimi. Ecco perché in questi giorni avrete letto decine di analisi in cui la figura di Tony Pitony viene accostata a Elio e le Storie Tese, una delle rare band che è riuscita a coniugare ironia e musica in maniera efficace. Certo, giovani non lo sono più, ma lo erano senz’altro quando nel 1996 hanno partecipato per la prima volta a Sanremo, lasciando interdetto il grande pubblico con la loro geniale La terra dei cachi (all’epoca Elio aveva 35 anni, ma ne aveva appena 19 quando fresco di diploma al conservatorio aveva fondato il gruppo). E prima di allora erano giovani gli Skiantos, che hanno compiuto più o meno lo stesso percorso nella Bologna degli anni ‘70 dando vita al rock demenziale, e che oggi vengono accostati anche loro a Tony.
Ma Tony Pitony è un progetto un po’ diverso da quello che vi stanno raccontando tutti. Tony Pitony non indossa una maschera: Tony Pitony è lui stesso una maschera. E la differenza potrebbe sembrare sottile, ma c’è. Il paragone più calzante, probabilmente, è quello con Ali G, il rapper/dj/cafonazzo dei bassifondi inglesi che spopolò ovunque tra il 1998 e i primi anni ‘00. I più giovani forse non ne avranno mai sentito parlare, ma in quel periodo fece letteralmente furore, diventando virale nel mondo in un periodo in cui Internet di fatto neanche c’era.
Era ovunque: fu protagonista del videoclip di Madonna Music, recitò in un suo film, tenne perfino dei discorsi motivazionali durante la consegna dei diplomi ai laureati di Harvard. Tutto questo senza neppure esistere davvero perché, lo ricordiamo, in realtà è un personaggio di fantasia inventato dal comico Sacha Baron Cohen, che lo aveva sviluppato per uno sketch televisivo incentrato sul disagio sociale nelle periferie del Regno Unito, e poi lo ha perfezionato fino a trasformarlo in un fenomeno di costume. Politicamente scorretto, sboccato, ignorante, tamarro, all’epoca Ali G fu accusato della qualsiasi dai benpensanti che non riuscivano a distinguere la persona dal personaggio: in particolare venne tacciato di razzismo, proprio come oggi TonyPitony viene da molti accusato di sessismo. Per altri, invece, divenne una figura di culto, tanto che ancora oggi è citato perfino nelle liriche di artisti come Stormzy e Jpegmafia.
Un altro progetto che ha parecchio in comune con TonyPitony è la band Lonely Island, che – esattamente come Tony, che ha un frontman ma si avvale del lavoro di parecchie persone – ha dietro di sé la forza di un collettivo. Fondata da Andy Samberg, Jorma Taccone e Akiva Schaffer, finora ha pubblicato quattro album e vanta featuring con artisti di primo piano, come Justin Timberlake, che ha collaborato con loro per il singolo Dick in a Box (che sì, parla esattamente di quello che il titolo lascia supporre).
Anche in questo caso, la loro produzione è strettamente legata al mondo della comedy: per anni i Lonely Island sono infatti stati la resident band del Saturday Night Live, e molti dei loro videoclip o delle loro performance virali facevano parte del programma tv. Anche i Tenacious D hanno sicuramente insegnato a TonyPitony una cosina o due: sono la band di Jack Black e Kyle Gass, due comici prestati alla musica che hanno finito per riempire i palazzetti di tutto il mondo – almeno fino al 2024 quando, parlando del tentato assassinio a Donald Trump, Glass fece una battuta infelice sul palco e furono costretti al ritiro. Insomma, a differenza di Elio e degli Skiantos, che utilizzavano l’espediente della satira all’interno della loro musica, qui il processo è inverso: è la musica a fare da volano alla satira.
Nel nostro paese, come dicevamo, di esempi simili non ne abbiamo molti: forse il più calzante è quello del primo Checco Zalone, che nasceva come parodia dei neomelodici napoletani (vedi canzoni come Gli uominisessuali, un palese sfottò de Il mio amico, il brano che Gigi D’Alessio aveva scritto per l’allora compagna Anna Tatangelo). O ancora le Wooden Chicks, un girl group inventato da Paola Cortellesi per prendersi gioco degli stereotipi sulle cantanti di quel periodo, donne emancipate ma iper-patinate e oggettificate. In questo caso l’esperimento durò molto poco: giusto il tempo di un geniale singolo, Non mi chiedermi, che oggi sicuramente non verrebbe visto di buon occhio considerando che è un chiaro caso di blackface, tema di cui allora in Italia ancora non si parlava affatto. Cortellesi, infatti, prendeva di mira soprattutto le formazioni R’n’B di quel periodo, come le Destiny’s Child o le TLC, e il “travestimento” da afroamericana era funzionale a rispecchiare quella immagine. TonyPitony in un certo senso fa lo stesso, ma in un altro modo: visivamente lui non si rifà all’estetica R’n’B degli anni 2000, ma senz’altro pesca a piene mani dalla musica di quel periodo, di cui evidentemente è un grande conoscitore. Avete mai provato a tradurre i testi di ballad in apparenza romanticissime come Half on a Baby di R Kelly, Lips di Sisqo o Shorty Got Her Eyes On Me di Donnell Jones? Se lo farete, vi accorgerete che brani come Culo o Donne ricche non sono poi tanto diversi, anzi: forse l’unica vera differenza è che gli altri facevano sul serio. E che noi ci sentiamo meno in imbarazzo ad ascoltarli e a cantarli a squarciagola, perché tanto c’è il filtro dell’inglese e nostra nonna non rischia di capire esattamente cosa stiamo dicendo.
Insomma: per tutti questi motivi e per tanti altri ancora, poco importa quale sia il vero volto di TonyPitony, né se sia davvero un trentenne di Siracusa di nome Ettore B. che si è trasferito a Londra per lavorare nei musical, e neppure se sia una sola persona o un collettivo multiforme tipo Banksy. Quello che dovrebbe interessarci, invece, è capire cosa vuole dimostrare con questo suo piccolo atto sovversivo di decostruzione musicale, nella vita di tutti i giorni e sul palco di Sanremo. Perché se la storia ci ha insegnato qualcosa è che il situazionismo funziona meglio, quando non è fine a se stesso.