Per un artista emergente diventare famoso di botto a 19 anni può essere il coronamento di un sogno a lungo coltivato, ma può anche essere un evento parecchio destabilizzante. Per sopravvivere a un terremoto esistenziale del genere non basta il talento: ci vuole testa, dedizione, una visione a lungo termine. Tutte qualità che non sembrano mancare a Nicolò Filippucci, che dopo avere mancato di un soffio la vittoria al talent show più longevo della storia della tv italiana, Amici di Maria De Filippi, oggi si gioca la finale a Sanremo Giovani con Laguna (l’altra contendente è Angelica Bove, con la sua Mattone).
Il brano che presenta, come quasi tutti quelli che ha pubblicato finora, porta anche la sua firma: lo descrive semplicemente come «il resoconto di una storia che si conclude, un vero e proprio viaggio tra i ricordi, i pensieri e le emozioni che emergono quando qualcosa finisce».
Quando lo incontriamo, a farci da cornice ci sono gli abiti da sogno esposti nelle vetrine di The Mall Sanremo, l’outlet del lusso incastonato tra mare e colline; l’impressione, però, è quella di avere davanti un ragazzo molto semplice, schivo e coi piedi per terra, che maschera la timidezza con risposte asciutte e misurate, degne di un calciatore alla vigilia della partita più importante.


È emozionato? «Certo, un filino di ansia c’è, è normale. Ma il mio obbiettivo è quello di godermela, è la mia prima volta al Festival e voglio che sia memorabile». Come vive la competizione? «Molto serenamente, cercando di fare il mio nel migliore dei modi. Per fortuna a Sanremo Giovani non ho percepito molta rivalità». Si aspettava tutto questo affetto da parte dei fan? «Assolutamente no, mi ha travolto e reso davvero felice. All’interno della scuola di Amici non avevamo social né telefoni, sto realizzando solo adesso».
Forse questa sua compostezza da atleta gli deriva dai suoi trascorsi nella pallanuoto: durante l’infanzia a Corciano, un paesino vicino Perugia, ha infatti alternato l’attività agonistica al coro delle voci bianche del conservatorio. Alla fine attorno ai 12 anni ha cominciato a scrivere canzoni («La prima la ricordo ancora, si intitolava Fingere: mettere i miei pensieri nei testi era una sorta di terapia») e ha abbandonato la squadra. «Non c’è stato un vero e proprio motivo, è stata più che altro una progressione di eventi» racconta. «A un certo punto ho capito che la musica mi dava molta più soddisfazione della pallanuoto, che cantare era l’unica cosa che avrei voluto fare nella vita, e così ho pensato di metterla al centro. Certo, lo sport un po’ mi manca: ancora oggi quando ho un attimo di tempo per staccare, cerco di dedicarmici. È una passione che mi rimarrà per sempre».
D’altra parte, la vena artistica corre in tutta la sua famiglia: suo nonno, che non ha mai conosciuto se non dai racconti del padre e degli zii, era un musicista e cantautore dilettante. «Per lui era un hobby, faceva tutt’altro mestiere» ricorda. «Ma a casa conserviamo ancora gli spartiti delle canzoni che ha composto. Ogni tanto li suoniamo anche». Il fratello, invece, attualmente studia musica elettronica a Roma: «Ha cominciato da piccolissimo a suonare il pianoforte e l’imprinting della musica classica gli è rimasto. È bello vederlo sperimentare anche su sonorità che sembrano diametralmente opposte alle sue, ma invece hanno molto in comune con ciò che fa».


Per arrivare dove è oggi, Nicolò ha rinunciato a molto: oltre allo sport, anche a frequentare l’ultimo anno del liceo scientifico e a sostenere l’esame di maturità con tutti i suoi compagni di classe. «Non è stata una scelta facile» confessa. «Prima di entrare nella scuola di Amici ci ho pensato a lungo, ma poi ho capito che i treni vanno presi quando passano». Ancora oggi, spesso gli capita di non sentirsi pronto per tutto ciò che gli sta succedendo. «Ho 19 anni, di cose da imparare ne ho ancora tantissime. Ma penso sia normale: qualsiasi percorso, in qualsiasi ambito, ti porta a metterti in discussione. L’importante è credere in se stessi e nei propri sogni e continuare a lavorarci, senza mai smettere di studiare e migliorarsi».
Tra i famosi treni che passano una volta sola, naturalmente, c’è anche Sanremo Giovani. «Credo di aver osato cercando di cogliere ogni occasione che si presentava. Anzi, per me osare significa proprio questo: mettersi in gioco senza paura e dare sempre il massimo di sé». Ma ha osato anche quando si è trattato di fare un cambio di vita radicale, quello che lo ha portato a trasferirsi da poco a Milano, la capitale della discografia italiana. «È diventata un po’ la mia città d’adozione, il posto dove trascorro le giornate e dove posso dedicarmi a fare ciò che amo davvero. Nonostante questo, Corciano resterà per sempre la mia vera casa» dice. Non nasconde che per un ragazzo giovane e agli inizi della sua carriera, tutto questo può essere difficile. «Ma cerco di godermi la vita, anche al di fuori del lavoro. Per ovvi motivi vedo meno spesso i miei amici e la mia famiglia, ma una chiamata o un messaggio non mancano mai. Gli affetti veri sono la chiave per restare saldi anche in situazioni di grande pressione». Pressione che al momento c’è, ma è di quelle sane ed elettrizzanti: «Non mi aspettavo di vivere così bene i giorni precedenti alla finale del Festival, invece mi sento tranquillo. Tra interviste e promozione non siamo fermi un attimo, ma mi sto divertendo, sono molto contento».


La stampa specializzata indica Nicolò Filippucci tra i favoriti per la vittoria fin dalle prime fasi, fin da prima ancora di ascoltare il brano che aveva presentato. Il motivo è la sua capacità di dominare il palco quando si esibisce dal vivo, perfezionata nei mesi di Amici. Una bellissima voce e una grande presenza scenica fanno la differenza, ma la fa anche il suo look non convenzionale, che considera «parte integrante della performance e dell’identità di ogni artista: mi piace osare e combinare elementi diversi, è bello avere l’opportunità di provare qualcosa di nuovo». Per lui è una questione che va molto oltre l’aspetto esteriore.
«Il nostro stile comunica chi siamo, i nostri gusti e la nostra personalità. Non si tratta solo di vestiti o accessori, ma anche di come ci presentiamo, di come scegliamo di muoverci e di interagire con gli altri» riflette. Non si tira indietro neanche davanti a scelte un po’ scomode: «Per me l’abito, anche se un po’ elaborato, è essenziale in scena. Come si dice… “Chi bello vuole apparire, un pochino deve soffrire”, no?» ride. «Mi piacciono soprattutto i grandi classici, perché penso che non passano mai di moda. Però, come per la musica, mi diverto anche a provare capi o accessori di stilisti emergenti, perché c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire». Con gli esempi di colleghi illustri in mente: «Michael Jackson era davvero unico e iconico, quando vedo una giacca di pelle rossa penso subito a lui e al videoclip di Thriller. Era così riconoscibile da essere ormai indimenticabile».
Anche sul palco dell’Ariston c’è chi lo ha colpito particolarmente: «Mi piacciono tantissimo i look che che negli anni ha sfoggiato Achille Lauro. Ha mostrato un’evoluzione pazzesca, sia nella musica che nello stile: dal rock all’eccentrico, fino al classico casual. È davvero incredibile vedere come ogni volta porti qualcosa di innovativo». Gli auguriamo di avere lo stesso successo.