Red Bull supporta la scena clubbing a Milano

Che Red Bull Turn It Up abbia scelto Milano per le sue European Finals (dal 22 al 24 gennaio tutta una serie di eventi attraverserà infatti diverse location cittadine: da non perdere) può essere una buona occasione per fare un po’ il punto della situazione sul clubbing locale.

Sono anni infatti che la metropoli lombarda si è imposta in cima alla scala di valore dell’intrattenimento “da dancefloor”, piaccia o meno: ci sono stati gli anni di Roma, ci sono stati gli anni di Torino, ci sono stati gli anni di Bologna, ci sono stati quelli di Napoli, e nulla vieta che oggi in queste città o anche in provincia ci siano tuttora delle eccellenze (…e ce ne sono, eccome se ce ne sono). Ma un dato di fatto è che il clubbing come “sistema industriale”, come numero di persone coinvolte, numero di eventi, ruoli professionalizzati, è a Milano che prospera, è a Milano che si è consolidato. Da almeno quindici anni buoni.

Ci sono stati infatti lunghi periodi in cui la capitale lombarda in tal senso era dietro a Roma, per dirne una, o Torino. Poche realtà, pochi club interessanti, soprattutto poche idee (solo andare sul sicuro, perché tutto il resto era un’incognita e rischiava di non portare abbastanza guadagno), molte energie spese più a farsi la guerra e gli sgambetti fra chi c’era che a provare a fare qualcosa di interessante, di diverso, di significativo, di originale. Poi è successa una cosa molto importante: le menti migliori (e quelle più competenti musicalmente) si sono messe finalmente attorno a un tavolo, hanno stabilito che era stupido farsi la guerra, hanno stretto alleanze o almeno delle desistenze e dei patti di non aggressione. Chi c’era, sa.

Risultato? Moltissime energie si sono liberate, la scena è tornata ad essere viva, positiva, inventiva e quindi attraente per il pubblico, la città è passata dall’avere due, tre serate consistenti a weekend (a star larghi…) ad averne almeno nove o dieci, e di tutti i tipi: piccole, grandi, consolidate, sperimentali, o anche una via di mezzo di tutto questo. In tantissimi hanno iniziato a strutturarsi; in tantissimi hanno iniziato a poter avere ospiti spesso stranieri; in tanti si sono costruiti un seguito fedele e numericamente sufficiente per poter pianificare sul medio-lungo periodo, cercando una crescita solida della propria realtà. 

A un certo punto sembrava tutto possibile. E tutto, diciamolo, facile. Ovviamente è stata lì la fregatura: che fosse house o techno o hip hop o sperimentazione o quello che volete voi, tutti hanno mirato sempre più in alto come obiettivo di guadagno (facendo se possibile sempre meno fatica), tutti hanno preso a contendersi ospiti (facendo lievitare i cachet), tutti hanno accettato condizioni sempre più esose e complesse dai proprietari delle mura dei locali. Tanto – questo era il pensiero – la gente a ballare ci andrà sempre, e andando a ballare continuerà a bere e a consumare sempre di più al bar (…anzi: l’introduzione dei cocktail premium, a prezzo maggiorato, non poteva che aumentare i fatturati potenziali).

Non è andata per niente così. Le agenzie hanno iniziato a vendere i dj – e a porre esclusive su di essi – caricando sempre più i costi. Un dj techno o house di valore, diciamo uno in grado di attirare col suo solo nome in line up 500 o 600 persone, nel 2010 costava a spanne sui 3/4000 euro, nel 2020 costava minimo il quadruplo; chi era un nome minore, era comunque soggetto allo stesso tipo di aumento; i nomi grandi davvero, hanno visto i loro cachet quintuplicati o decuplicati. Insomma, una volta capito che il sistema dei club era un sistema industriale dove tutti guadagnavano, anzi, detto meglio, dove tutti si vantavano di guadagnare, gli artisti e i loro management hanno iniziato a pretendere cachet da festival (…dove le economie sono diverse).

I margini si sono erosi. E gli organizzatori hanno iniziato a perdere soldi, invece che guadagnarli con (relativa) facilità. Una cappa di negatività è calata sul clubbing, e nel frattempo a rendere ancora più micidiale questa cappa si è scatenata la tempesta perfetta delle nuove generazioni che hanno meno voglia – e possibilità – di spendere soldi al bar, ammazzando così gli incassi e mandando in aria i business plan che rendevano possibili certe spese e certi investimenti. Hanno alzato bandiera bianca, o ridotto tantissimo il raggio d’azione, tante realtà.

Scusate il cinismo, a questo punto: tutto ciò è stato in realtà molto, molto, molto salutare. In molti casi si è ripartiti dal basso. In molti casi si è ripartiti dalle idee: non più solo gli ospiti che ti vengono offerti dalle agenzie nel solito menù tra l’altro sempre più dispendioso, ma spremersi le meningi per trovare qualcosa di valido e interessante fuori dalle logiche più banali (e avide) di mercato. O si è ripartiti dal senso di comunità: meglio essere in 100 e conoscersi tutti (guadagnando se va bene qualche centinaio di euro) che essere in 1000 o 2000 o comunque più persone possibili qualunque esse siano ma perdere decine di migliaia di euro.

È tornato ad avere rilevanza il concetto di crew, il concetto di identità, il concetto di coinvolgimento (non basta più il nome “famoso” in cartellone), il concetto di tema specifico: che poi è quello su cui si basa il format di Red Bull Turn It Up. Quando qualche anno fa Red Bull sempre a Milano aveva dato vita a due edizioni del Red Bull Culture Clash, evento che seguiva il blueprint delle feste di strada giamaicane (in cui crew tematiche di sound system si sfidavano tra di loro), sembrava un’anomalia, una bizzarria, un esperimento vezzoso e/o un omaggio intellettuale all’idea giamaicana/londinese di sound system. Bello, ma diverso rispetto a quello che era il clubbing cittadino: consolidate macchine da soldi e da eventi da costruire unicamente attorno all’hype dei nomi in cartellone, senza troppe sorprese, senza troppe idee strane, senza format particolari.

Ora i soldi veri li fanno in pochi (e li fanno quelli in grado di strapagare gli headliner, e/o di organizzare dei festival: i salotti “buoni” e potenti), mentre il grosso del clubbing  è dovuto tornare ai concetti di idea, di identità, di divertimento, di crew. È una cattiva notizia? Per nulla. Funzionerà sul lungo periodo? Per ora è ancora un fenomeno dove si fatica tanto (a ideare, a coinvolgere…) e si guadagna poco. Gente ne fai molta solo se metti l’ingresso gratuito (vedi le grandi feste open air nei parchi la domenica, la vera novità milanese di questi anni), altrimenti stai lavorando su numeri piccoli. Ma la dinamica è tornata ad essere sana. E il clubbing sta tornando ad essere, prima di tutto, comunità – e non (solo) industria. Anche a Milano. Soprattutto a Milano. Davvero: va bene così.