Tra i corridoi silenziosi del Quirinale, Mariano De Santis, Presidente della Repubblica, vive gli ultimi giorni del suo mandato, sospeso tra responsabilità e ricordi. Il semestre bianco, sulla carta descritto come un periodo di immobilità, amplifica in realtà i suoi doveri. Fuma, dorme poco e si perde in ragionamenti e preoccupazioni che crescono di giorno in giorno.
Mentre pensa se accettare le richieste di grazia di due detenuti, colpevoli di omicidi efferati, e si confronta con una legge sull’eutanasia che sembra aver diviso il paese, Mariano si trova ad affrontare un altro fantasma rimastoli nel cassetto: la ricerca dell’amante di sua moglie Aurora che, pur deceduta ormai otto anni fa, rimane presenza costante della sua quotidianità. All’interno di una Repubblica Parlamentare in cui il Presidente ha enormi responsabilità i dubbi che circondano il protagonista diventano paralisi.
Tra politica e vita privata, cariche pubbliche e ferite intime, Mariano inizia a vacillare.
La possibilità di trovare le risposte giuste esiste ma, forse, si rende conto di non volerle più conoscere.
«Quello che porterà il Presidente a prendere delle decisioni è mosso dall’amore, perché è l’amore che muove ogni cosa: l’amore per la figlia, per la legge, per il ruolo che ricopre».
Paolo Sorrentino
Un film che non corre verso una soluzione, ma decide di soffermarsi sulle incertezze. Tutto ad un certo punto sembra sospeso tra potere, fede, politica e sentimento. Abitando quella non verità, il regista predilige un’Amore attraverso cui, oltre che più umani, possiamo essere più felici.
È da qui che parte La Grazia, undicesimo film di Paolo Sorrentino, presentato in apertura all’82esima Mostra del Cinema di Venezia. Il regista realizza il film subito dopo aver concluso le riprese di Partenope (presentato a Cannes nel 2024) ma racconta che in realtà questa sceneggiatura era nella sua mente già da molto tempo. È un’opera asciutta, scarna, quasi troppo sobria rispetto agli eccessi barocchi delle sue ultime opere – tutto ciò si riflette infatti anche nella promozione del film: poche anticipazioni, nessuna dichiarazione altisonante.
La grazia, intesa come atto di clemenza concesso dal Presidente della Repubblica, diventa filo conduttore e metafora all’interno di tutta la storia; vive tra i personaggi, i colori, le lacrime e i silenzi.
La ritroviamo nel Papa (Rufin Doh Zeyenouin) un po’ hipster che gira in motocicletta, nella figlia Dorotea (Anna Ferzetti), presenza affettuosa e razionale e nella moglie Aurora che, pur deceduta da tempo, permane vivissima nei pensieri del protagonista.
Aurora è infatti per Mariano sinonimo di una serenità ormai passata, ricordo che simbolicamente viene rappresentato dal colore azzurro, limpido come il cielo italiano che viene ripreso anche nel primo frame del film. La nostalgia di quella leggerezza tanto amata si contrappone però costantemente al buio, metafora del non-conosciuto di una fine, quella della sua carriera politica e ritrovato anche nelle nuance scure del suo impeccabile smoking blu.
Il Presidente Mariano De Santis (interpretato da un magistrale Toni Servillo, attore feticcio del regista) è un uomo “grigio”, democristiano, un cemento armato della società italiana. Un burocrate inamovibile che, forse, avrebbe voluto essere “più azzurro” nella sua vita e che si trova a vivere la conclusione del suo impegno politico come uno smarrimento. Il Presidente della Repubblica dipinto da Sorrentino è un personaggio complesso e afflitto, attraversato da un sincero desiderio di evoluzione.
Il Quirinale è da sempre il suo fortino. Mariano si concede di uscire solo per assaporare la sua sigaretta quotidiana, nonostante cerchi di limitare questo vizio. L’atto di fumare diventa simbolo della sua irrequietezza, del suo rapporto fragile con la vita e, in questo gesto di “uscire al di fuori”, si concede qui di essere più friabile e meno perfetto. Il protagonista riesce a lasciarsi andare anche grazie alle amicizie che lo circondano – tra tutte Coco (Milvia Marigliano), personaggio che il regista ha amato scrivere e che rappresenta l’ intellettuale brillante e l’amica leale, colei capace di alleggerire il peso delle responsabilità con battute fulminanti come definire un pasto “non una cena ma un’ipotesi”.
Mariano ascolta il rap di Guè – lo eleggerà persino Cavaliere della Repubblica – e lo canticchia sottovoce, alternando momenti di rigore istituzionale ad altri di improvvisa, quasi infantile, ilarità. È un dettaglio che spiazza, ma che racconta moltissimo del protagonista, un uomo stratificato, incoerente, vivo.
Del resto, anche le nostre esistenze non si basano mai su un solo aspetto. In una lenta dipartita dal Quirinale, mentre il potere si sfila di dosso come un abito troppo pesante, De Santis mostra un coraggio inatteso, sfoggiando un nuovo lato del proprio carattere e accorgendosi, in realtà, di non essere più all’altezza dell’immagine che ha incarnato per tutta la vita.
Mariano è assediato da dubbi irrisolti, la cui scoperta sembra essere sempre a portata di mano, ma non viene mai svelata del tutto. Il titolo La Grazia è quindi ambivalente. È la concessione di una grazia politica e di una grazia interiore, quella che nasce dal perdono e dall’accettazione delle incongruenze.
Riusciamo davvero a fare chiarezza sulla nostra vita quando c’è del mistero?
Secondo il regista no, anzi: «L’ostinata e a volte ottusa ricerca della verità non ci rende più sereni, ma più inquieti». La verità, inseguita come un assoluto, finisce per schiacciarci. Il dubbio, invece, ci lascia respirare. Attorno al tema dell’eutanasia, della clemenza e della responsabilità morale, La Grazia esplora la fragilità dell’essere umano. Si può concedere il perdono anche quando qualcosa non torna? Si può vivere senza sapere tutto?
Siamo padroni del tempo solo se siamo capaci di vivere nel dubbio. In un’epoca ossessionata dalle risposte, Sorrentino decide di restare tra le non-verità.



