“Fastlife” è la saga più riuscita del rap italiano

Intervistato negli scorsi giorni da Rolling Stone per parlare del quinto capitolo della saga Fastlife, Guè Pequeno ci ha tenuto a sottolineare l’originalità dell’ultimo progetto. In effetti, Fastlife 5 è un album vero e proprio, molto più coeso rispetto ai suoi fratelli maggiori. È un’evoluzione naturale, dato che, per le dinamiche di mercato, produrre i mixtape come una volta, con basi altrui, non è più possibile, e già Fastlife 4 ce lo aveva dimostrato, come rivela lo stesso protagonista:

«La continuità in realtà c’è e non c’è. Fastlife ha due momenti: uno che muore con i primi tre mixtape underground su basi strumentali, poi il resto fino a oggi».

È vero, lo scenario è cambiato e, in una certa misura, è mutata anche la visione di Guè dietro la saga, anche solo per l’assenza di Dj Harsh in quest’ultimo capitolo. Ciò che rimane immutato, però, è l’importanza di Fastlife nel pantheon di Guè. Nonostante tutte le trasformazioni, infatti, Fastlife continua a rimanere un po’ il prisma attraverso cui osservare la carriera di Guè – e in parte anche lo stato dell’arte del rap italiano.

La dimostrazione tangibile? La strofa di B-Real, la seconda, a ben vedere, del rapper dei Cypress Hill su un mixtape del Guercio. Solo che la prima volta Guè e Dj Harsh la sua voce avevano dovuto piratarla, visto che tra le strumentali del primo Fastlife figurava anche Vato, traccia di Snoop Dogg in cui B-Real si occupava del ritornello, e convertito in un pezzo tutto punchline dal titolo Smokin Combo, in cui alle strofe assassine di Guè e Jack The Smoker seguivano quelle degli autori originali.

Stavolta, invece, B-Real sul disco di Guè presenzia in carne ed ossa, in uno dei pezzi migliori dell’album.

Sono passati vent’anni dal primo Fastlife. E mentre allora per un rapper italiano l’unica speranza di collaborare con i giganti d’oltreoceano era appropriarsi delle loro basi – nella tracklist del primo Fastlife figurano i nomi di Jim Jones, Clipse, Rick Ross, Lloyd Banks, Snoop Dogg e Mobb Deep, di cui Harsh lascia le strofe originali, come fossero dei feat – adesso non ci stupisce più trovare collaborazioni di grosso calibro. Guè, in particolare, lo fa con basi che Cookin Soul cuce su misura degli ospiti, dalle sonorità west-coast del pezzo con B-Real, a quelle disossate della batteria con Freddie Gibbs, fino all’incedere placido del feat di Larry June.

La distanza tra il primo e il quinto mixtape racchiude tutti i gradini percorsi da Guè durante la sua carriera. Carriera in cui, a momenti alterni, ha trascinato il rap italiano, ma si è anche dovuto ribellare ai suoi paradigmi – oggi il consenso su Guè è piuttosto unanime, ma non si dimentichi quanto sia stato iconoclasta, soprattutto all’epoca del secondo Fastlife, in cui, dopo Dogocrazia, aveva scazzato con media musicali, puristi e pionieri vari («Nel 2009 pensi ancora che per fare il rap, devo vestirmi da marcione come Dj Gruff»).

Siamo tutti concordi nel dire che senza Guè il rap italiano non si sarebbe evoluto per come lo conosciamo oggi. E i Fastlife, di volta in volta, sono serviti a scandire, sulla linea del tempo, quanto le spalle del nostro stessero diventando larghe e quanto lo scenario intorno a lui stesse cambiando.

Abbiamo assistito a tante versioni diverse di Guè, e anche nel quinto Fastlife oscilla tra la figura del gangaster italiano e quello del Pimp all’americana (con tanto di copertina che, in questo senso, sembra ispirata a Marcielago di Roc Marciano). Ma mentre ogni album in studio sembra avere un’ispirazione diversa, lo spirito dietro i Fastlife rimane quello originale. E in effetti, la felpa di Bape con cui ha promosso il disco sui suoi social e che ha scelto per il videoclip di Loquito, è un po’ una rivendicazione della sua ascesa, se confrontata con la Bape falsa indossata sulla copertina del primo Fastlife.

Il rap italiano, ormai, ha una storia ultratrentennale. Ogni epoca ha avuto i suoi trascinatori, con più o meno talento e con più o meno visibilità. Se però proviamo a bilanciare i due aspetti, popolarità e qualità della musica, non c’è nessuno che abbia fatto più di Guè per questa cultura in Italia. E, posta questa premessa, non è peregrino sostenere che i Fastlife siano il prodotto più genuinamente Hip Hop del suo repertorio. 

Sia per la scelta delle strumentali, originali e non, che per i primi tre capitoli della saga a molti, me compreso, ha permesso di accedere a canzoni che avrebbe conosciuto più difficilmente 

Sia, soprattutto, per il livello di scrittura. Non ci sono mai state troppe sovrastrutture nei Fastlife, anche nei passaggi in cui Guè provava ad essere più conscious. Se il messaggio, nei mixtape, non era poi così profondo, al contrario la costruzione delle rime si è sempre rivelata estremamente fitta. È evidente quanto in ogni capitolo della saga Guè si divertisse a scrivere.

Probabilmente, per qualità della penna, l’esemplare migliore rimane il secondo, dove ogni pezzo contiene almeno una punchline memorabile. Se Fastlife 2 è il più affilato a livello di scrittura, il primo e il quarto spiccano per attitudine, mentre il terzo rimane quello più spaccone.

Il rap, come diceva Jay-Z, è uno sport competitivo, e a definire il livello della competizione, alla base, ci sono le rime. Per questo non solo nei Fastlife assistiamo alla versione più muscolare di Guè, ma anche a quella dei suoi ospiti che, consci dello spessore di chi li stava chiamando in causa, hanno sempre regalato strofe di altissimo livello, in tutti i capitoli: se due anni fa a San Siro i Dogo hanno deciso di proporre Sempre in Giro, nonostante la base non fosse di Don Joe, è perché Jake La Furia e Vincenzo avevano reso memorabile il pezzo tanto quanto la strumentale di Hottest in the Hood di Red Cafe.

Per non parlare di quella che rimane forse la posse track migliore della storia del rap italiano, Mattoni, dove è impossibile scegliere tra la leggendaria apertura di Noyz («Spaccio morte dal negozio all’angolo/Io che mento con un giudice di fronte e i miei che piangono») e la strofa di Marracash. E poi c’è la sedici di Duellz in Vite Veloci, una categoria a parte, forse la prima strofa davvero trap in Italia, in cui l’MC di Blocco Recordz, con parole scolpite nella pietra, flexa di avere «la Nike, come a Samotracia».

Entrare in Fastlife non è da tutti. La scelta dei feat internazionali per il quinto ce l’ha ricordato, così come la presenza di un Marracash in ottima forma. La prova del tempo ci dirà quanto avranno retto le strofe di Promessa, Sayf e Enny-P, investiti da Guè di una responsabilità così prestigiosa.

Di solito Guè con i Fastlife fotografa la scena e rende merito a chi, dal suo punto di vista, la mantiene viva in quel momento. Anche per questo il ricambio è continuo da un capitolo all’altro. Magari chi comparirà nel sesto non ha ancora fatto la sua apparizione sulla scena, chissà. Guè, di certo, sarà ancora lì, sempre in prima linea, da alfiere di questa cultura in Italia.