Ci sono film che raccontano la fine di un qualcosa. No Other Choice di Park Chan-wook racconta invece ciò che accade dopo e le sensazioni di vuoto, la competizione che si crea e la normalizzazione della violenza, in una società che ci vuole eccezionalmente prestanti. Presentato all’82ª Mostra del Cinema di Venezia e arrivato finalmente nelle sale italiane, il nuovo film del regista di Oldboy e The Handmaiden è un thriller grottesco, ironico e pulp che usa il linguaggio del cinema industriale per parlare di lavoro, identità e sopravvivenza in un mondo che ha smesso di offrire alternative per chi non viene considerato adatto.
Il protagonista, interpretato da Lee Byung-hun, è You Man-su, un impiegato modello dell’azienda cartaria Solar Paper. Venticinque anni di fedeltà, una famiglia stabile, uno status sociale costruito con precisione che possiamo definire meccanica. Tutto si spezza in una frase tanto cortese quanto definitiva: “Non c’è altra scelta”. È così che Man-su viene licenziato non appena una ditta americana ne acquisisce le quote. Nessun errore o colpa, semplicemente un sistema che lo vede come facilmente sostituibile rispetto all’avanzamento delle tecnologie all’interno dell’industria.
Il suo benessere si sgretola in silenzio fin tanto che la moglie, Mi-jung, interpretata da Son Ye-jin, arriva a rinunciare a tutto e a privare i due figli dei loro comfort, fino ad affidare i loro due cani ai genitori anziani e a riprendere l’attività lavorativa lasciata da parte tempo addietro.
Da questo momento il film mette in scena una lenta e malinconica discesa negli inferi all’interno del mercato del lavoro. I colloqui diventano arene, i selezionatori giudici invisibili, la concorrenza sempre più feroce. Tutti contro tutti, uomini contro algoritmi, contro intelligenze artificiali che valutano, selezionano, scartano. La competizione con la tecnologia diventa integrante e costante, emblema di un candidato che non può essere superato, nonostante ancora molte volte ci si dimentichi di prenderlo in considerazione. L’unico modo per sopravvivere a questo confronto è diventare sempre più efficiente, essere il migliore, anche se ciò significa essere disumano.
Park Chan-wook lavora quindi per sottrazione visiva, le luci diurne sono crude in un insieme di inquadrature geometriche che esaltano i dettagli della scenografia asettica, dove anche la casa, nido famigliare, diventa fabbrica per l’uccisione di corpi. L’estrema meccanizzazione arriva a toccare tutti i nuclei della società contribuendo, inconsapevolmente, alla distruzione di un mondo in cui la vita sempre appesa a un sottile strato di carta. La classe media contemporanea, sospesa su una soglia instabile, scopre quanto sia facile perdere tutto.
Man-su non è un emarginato, è il prodotto migliore del sistema, curato e addestrato da venticinque anni per produrre; è proprio per questo che il suo licenziamento è vissuto in maniera devastante e lacerante. In una società in cui il lavoro è tutto, perderlo assume un’importanza assimilabile al fallimento totale della nostra persona e dei nostri valori.

Ed è qui che il film compie la sua torsione più disturbante; il protagonista è costretto a “scavalcare” i limiti etici e sociali, spingendosi oltre la normalità in un’azione che rispecchia la rottura delle convenzioni narrative tipiche del regista. Gli omicidi non esplodono come shock improvvisi, ma si insinuano nella logica del racconto, fin tanto da empatizzare con il protagonista e capire il suo comportamento. La sua violenza è esibita sullo schermo senza alcuna gratuità, grottesca e devastante quasi a toccare punte di ironia che sfiorano l’esilarante. Man-su comincia a eliminare i suoi concorrenti e lo fa seguendo una razionalità cristallina, quasi inevitabile. Non è pazzia, le morti che scaturisce sono tutte studiate nel minimo dettaglio, eseguite con la mano di un inesperto che si trova a “Non avere altra scelta” e a fare ciò che la società gli suggerisce, essere il migliore sulla piazza.
Lee Byung-hun ha spiegato questo cortocircuito morale parlando del suo personaggio. Man-su infatti non è un mostro. È qualcuno che fa ciò che il sistema gli ha insegnato a fare, solo fino in fondo. La vera domanda non è se sia colpevole, ma chi nella società lo ha reso così. Lo spettatore si ritrova così ad immedesimarsi con un personaggio che, razionalmente, dovrebbe odiare, ma che invece si trova a comprendere a pieno, sintomo di una problematica comune.
Il film nasce in realtà come adattamento di un romanzo che Park Chan-wook ha cercato di portare sullo schermo per quasi vent’anni, senza trovare i finanziamenti giusti per essere realizzato. Il risultato è un’opera che riflette sul concetto stesso di scelta, ribaltando le convenzioni narrative, in una distorsione della realtà che ti chiede di arrivare all’estremo pur di rimanere in cima alla piramide della rilevanza lavorativa.

In No Other Choice la vendetta non è personale, ma sociale, scontro davanti al resistere a una tecnologia che viene posta a uno status superiore e irraggiungibile. Come ha dichiarato ancora Lee Byung-hun, questo film parla della paura più grande della nostra epoca: non essere più necessari. Quando perdi il lavoro, perdi in qualche modo il linguaggio con cui ti presenti al mondo.
No Other Choice è una commedia nerissima, un thriller industriale, un film sulla disoccupazione vista come disgrazia collettiva. Il lavoro viene mostrato come parte centrale (e veicolante) della nostra vita tanto che ci troviamo a “non avere altra scelta” e a metterci in una competizione continua e sempre più agguerrita per arrivare a un obiettivo che ci siamo prefissati. Ad oggi ciò risulta quasi tragicomico nel momento in cui ci rendiamo conto che in realtà il miglior candidato con cui ci troviamo competizione non è più umano: è la tecnologia. E quindi, se non abbiamo scelta, possiamo davvero essere giudicati per ciò che facciamo per poter raggiungere i nostri obiettivi?