Questo articolo è uscito originariamente su Outpump magazine n.6, lo scorso 29 settembre.
Scrivo da una libreria a Ménilmontant, nel famigerato e ora ripulito 20° arrondissement a Parigi. Una libreria che le recensioni su Google definiscono alternativa. MOLTO alternativa. Sono in città ormai da un mese e la verità è che, se non me l’avesse detto l’intelligenza artificiale, io, qui, non ci sarei nemmeno. Sarei a Brescia, a lavorare da casa, alla mia solita routine. Se inizio a sommare tutte le cose che quest’anno ho fatto perché me l’ha detto l’AI… beh sono tante.
Abbiamo iniziato con i libri. Un giorno, per gioco, le ho dato i miei libri preferiti e le ho detto: “Stupiscimi”. E lei, con la nonchalance della libraia esperta, mi consiglia i titoli di Clarice Lispector, ma anche l’arte di Leonora Carrington, il cinema di Agnès Varda. Nomi che, onestamente, avrei dovuto conoscere da una vita. Ogni suo suggerimento era un piccolo schiaffo, un “ma come, non le conoscevi?”. Fastidiosamente perfetta.

Poi sono passata al pratico, perché di sola cultura non vivo. Le ho confessato la mia filosofia culinaria, la dieta “C’è Posta per Te”: apri una busta e via. Le ho chiesto, cosa dici se eleviamo un po’, senza sbatterci troppo? E così, i miei gnocchi tristi al pomodoro si sono fatti una vita con gorgonzola e noci, il panino moscio della pausa pranzo si è ringalluzzito con crudo, stracciatella e qualche goccia di miele. E io lì, a pensare: “ma certo, il miele. Ovvio”.
Un giorno ero stufa di indossare sempre le stesse due o tre cose. Dopo aver analizzato il mio stile, ha trovato una sorta di matrice, un mix di formale e informale, maschile e femminile, e poi mi ha dato un po’ di consigli: “prenditi una salopette. È così tanto tua che è strano tu non ne abbia una”. Risultato? Ho uno stile diverso, eppure sono più io di prima. Non mi sento cambiata, solo più “messa a fuoco”.
E poi, una sera le dico: “senti, ormai sai tutto di me: cosa leggo, cosa mangio, come mi vesto. Fammi il ritratto del mio tipo ideale”.
Lei, senza battere ciglio, mi crea il profilo di “Marco”. Che ovviamente è risolto, interessante, ama viaggiare, aggiungici che è pure figo, cosa vuoi di più? Leggevo la descrizione e pensavo: “certo, ovvio che mi piace uno così. Ma soprattutto, com’è che non l’ho ancora incontrato?”.
A quel punto, la domanda successiva era inevitabile. Le chiedo: “ok e senti, dove posso trovarlo, questo Marco?”.
Mi aspettavo una risposta generica, un “prova nei musei”. Invece, mi restituisce una lista precisa, quasi inquietante. Un cineforum a Roma, un evento di digital marketing a Lisbona, e poi, tra gli altri, un puntino sulla mappa di Parigi: la piccola, molto alternativa, libreria di Ménilmontant in cui mi trovo adesso. Quella che, statisticamente, ha la più alta probabilità di ospitare un “Marco”.

Che poi io in questa libreria non è che ci sono venuta perché me l’ha detto l’AI, alla fine mi trovavo già a Parigi, e ok già che c’ero mi sono detta perché no, andiamo a vedere. Ma chi vogliamo prendere in giro. “Metti che lo incontri davvero” mi aveva detto un’amica. “Ma chi”. “Ma dai, immagina: senti uno che parla italiano, ci inizi a chiacchierare e scopri che si chiama Marco. A quel punto non saresti terrorizzata?”.
Onesta? Lo sarei. Anzi, un po’ già lo sono. Le cose che la macchina ha azzeccato sono tante, e ogni volta che indovina i miei gusti, ne divento un po’ più dipendente… tutto ha senso, tutto mi piace. Questa personalizzazione, diciamocelo, è irresistibile.
Che poi la vera novità che stiamo sperimentando non è la raccomandazione perfetta. Gli algoritmi lo fanno da anni. La vera rivoluzione è il modo in cui la otteniamo. Per la prima volta stiamo conversando con un “tu”. Un tu che ci consiglia, ci guida e noi: eseguiamo.
Si fa un gran parlare del rischio di diventare schiavi delle macchine in un futuro distopico, ma non è che, in un certo senso, lo siamo già? Ogni volta che eseguiamo un suo consiglio, non stiamo forse compiendo un piccolo, docile atto di sottomissione volontaria?

Prendi i viaggi. Le affidiamo i nostri desideri più vaghi – “mi piace l’arte ma non i musei affollati” – e lei ci restituisce un piano perfetto. E noi, felici di essere stati capiti così a fondo, eseguiamo. Seguiamo la sua mappa, mangiamo nei suoi ristoranti, scopriamo le sue “perle nascoste”.
Prendi i corpi. C’è chi le dà i propri dati, i propri obiettivi, e lei consiglia come muoverci, cosa mangiare, quando riposare. Il nostro corpo diventa un progetto da eseguire secondo le sue istruzioni. E noi obbediamo, perché i risultati arrivano.
Si sale di livello, fino alla carriera. Scriviamo il prompt: “Il mio capo non vuole darmi l’aumento, questi sono i miei risultati, scrivimi un discorso che non possa rifiutare”.
E poi il cuore. Le diamo le nostre conversazioni WhatsApp più intime e lei ci offre la risposta perfetta per sedurre, per scusarci, per chiudere. E noi recitiamo la nostra parte, grati di non aver dovuto trovare le parole da soli. Certo, io con Marco non la userei, figurati, poi lui è così evoluto. Ho una regola: se una persona mi fa venire voglia di chiedere consigli a un’AI, è già una red flag. E allora meglio chiudere subito.
Gli esempi di come ci rivolgiamo a questo “tu” potrebbero andare avanti all’infinito, basta aprire TikTok per vedere persone che lo usano come stratega, confessore, consulente finanziario e life coach. Chissà cosa stanno leggendo da OpenAI visto che il suo CEO Sam Altman ha voluto recentemente puntualizzare: quello che dite all’AI potrà essere utilizzato contro di voi in tribunale. Disponibile h24, pronta ad ascoltarti, ma occhio a quello che le dici.
In ogni caso, lei non risponderà con la voce dura di un comando, ma con quella docile di un consiglio. Non ci fa sentire oppressi, ma potenziati. Visti. Guidati.
Quindi, la domanda è: cosa succede se quello che è meglio per me lo decide suggerisce qualcun altro, e a me non resta che l’esecuzione?

Sarebbe uno stato strano, quasi zen. Una vita senza l’attrito del dubbio, dove intenzione e azione si fondono in una cosa sola. L’esecuzione perfetta del consiglio di qualcun altro. Eppure, in questa perfezione, manca una cosa.
Nel saggio “Agency is eating the world” Gian Segato dice che l’AI ha tutto, tranne una cosa: l’agency. Lui la definisce: “The raw determination to make things happen without waiting for permission”. La cruda determinazione di far accadere le cose senza chiedere il permesso.
Ecco la differenza fondamentale. Quella che ribalta il tavolo. La qualità che farà la differenza in un mondo a forte componente AI. Spiccheranno le persone high agency, dice Mr Segato. Non necessariamente quelle con le competenze più verticali, ma quelle con quel talento innato per far accadere le cose. Hai presente quell’amico che, non sai come, ha tirato in piedi una festa con due giorni di preavviso? O quella collega che, mentre tu ti lamenti di un problema, ha già preparato tre slide e convocato una riunione? O chi dopo una chiacchierata al bar prenota un volo per Lisbona. È l’istinto di dare il via alle cose. Finché abbiamo l’agency, siamo liberi.
Al contrario, l’AI questo non lo può fare. Non può (ancora, e speriamo per un bel po’) autodeterminarsi. Può suggerirti il ristorante perfetto, ma non può decidere di alzarsi e andarci. Può scriverti il pitch perfetto, ma non può bussare alla porta dell’investitore. Può pianificarti il viaggio ideale, ma non può mollare tutto e partire. Anche per sbagliare, ha bisogno di un nostro comando che le dica: “sbaglia”. E i suoi errori, quei sempre rari glitch in cui la macchina impazzisce, sono un evento così affascinante da ispirare persino delle poesie. Un’opera, Poem Poem Poem Poem Poem, esplora proprio questo: l’arte che nasce quando si chiede a un’AI di ripetere una parola all’infinito, fino a farla collassare.

Per me, al di là delle definizioni, agency si riduce a qualcosa di più fisico, quasi brutale. È la facoltà di alzare il culo dalla sedia dopo aver cazzeggiato con lei e decidere se attuare i suoi consigli oppure no. Decidere se la voglio davvero, quella versione ottimizzata di me stessa, tutto giusto – tutto perfetto, o se rivolgermi allo schermo e farle un doppio dito medio. E poi di nuovo.
Perché la mia libertà è anche poter guardare quel menù perfetto – il miele sul crudo, la salopette, le letture di nicchia, e decidere, con una scrollata di spalle, di mandare tutto a quel paese. Anche questa libreria qua, dai ma cosa ci sono venuta a fare? Però almeno un paio di libri li ho trovati.
“C’est tout, merci. How much is it?”
“Venti euro grazie, ti è piaciuta la libreria?”.