Questo articolo è uscito per la prima volta sul sesto numero cartaceo di Outpump Magazine.
Mohammedia è una cittadina costiera schiacciata tra le due principali città del Marocco, Casablanca e Rabat. Appena uscito dalla piccola stazione dei treni, mi incammino per quindici minuti nella direzione della spiaggia. Attorno a me famiglie in gita, bambini scalmanati che rincorrono il pallone, donne indaffarate che trasportano borse frigo piene di cibo.
L’immagine che mi dà Mohammedia è quella di una sorta di appendice balneare dei centri urbani vicini, un luogo più comodo da raggiungere che gradevole sul piano estetico. Io, però, non sono lì per godermi il mare, ma per assistere a un contest di skate organizzato dalla Federazione Marocchina degli Sport Urbani.
In gara ci sarà anche Amin Berouyel, un ragazzo che ho conosciuto pochi giorni prima a Casablanca. Amin è nato a Laâyoune, nel sud del paese, ha diciannove anni e si è trasferito da pochi mesi nella grande città con l’obiettivo di diventare uno skater professionista. Insieme a lui c’è Yassine Sellame, il fotografo che mi ha guidato nella scoperta della scena skate marocchina durante il mio soggiorno nel paese. Yassine è di Marrakech e ha vissuto diverse vite prima di convincersi che raccontare la sua passione sarebbe potuto essere effettivamente un lavoro. Oggi è una delle figure chiave nello sviluppo di questo sport in Marocco, grazie al suo ruolo di narratore e divulgatore della scena.
Lo skatepark di Mohammedia ha l’aspetto di un centro sportivo chiuso. Una recinzione circonda l’area che ha al suo interno anche due campi da basket e uno da calcio. La Federazione ha provveduto all’allestimento dello spazio. Un mixer con due casse, diverse bandiere e banner con il logo della Federazione, una tensostruttura con le sedie riservate ai giudici delimitano le rampe. Nell’aria si respira scetticismo. Il rapporto tra gli skater e la Federazione è infatti teso: i primi accusano la seconda di incompetenza e pressapochismo. Creata nel 2017, questa ha rappresentato indubbiamente una forma di riconoscimento da parte delle istituzioni nei confronti degli sport urbani, ma il mancato coinvolgimento diretto di figure attive nella scena nell’organizzazione ha lasciato l’impressione di una iniziativa calata dall’alto. Gli skater in gara se la ridono quando lo speaker della Federazione sbaglia il nome di alcuni trick. Un clima di scherno nemmeno troppo velato che provoca l’interruzione della musica e il richiamo all’ordine da parte dello speaker stesso, che passa velocemente dall’inglese all’arabo per redarguire i partecipanti indisciplinati.

Yassine mi aveva preannunciato che la situazione sarebbe stata questa. «Qui in Marocco siamo ancora in una fase di crescita per questo sport e dobbiamo cercare di trarre il meglio possibile dalla nostra realtà attuale. Capisco però la frustrazione di molti ragazzi che vorrebbero vedere maggiore maturità e ascolto da parte delle istituzioni», mi racconta mentre sorseggiamo un caffè al bar La Rosette di Casablanca. Questo è uno dei punti di riferimento della scena artistica alternativa della città, nonché uno spazio di ritrovo per molti skater, vista la sua vicinanza con il Nevada Skatepark, il più importante skatepark della città. Yassine vive a Casablanca dal 2019, secondo lui è questo il luogo più attivo economicamente e interessante culturalmente in Marocco. Il suo ruolo nella scena è centrale soprattutto grazie ai numerosi viaggi che ha fatto nel paese. Per motivi di studio, lavoro e passione, è riuscito a creare connessioni con tanti skater in diverse città. Ed è durante un periodo vissuto a Fès, nel nord, che nasce il suo interesse per la fotografia.
«Era il 2014, più o meno. Ho iniziato a scattare in analogico per motivi economici: all’epoca non potevo permettermi una fotocamera digitale. Così ho fatto tutto in modalità do it yourself, con materiale comprato al mercato. Non facevo solo foto, ma anche video. Questi ultimi sono fondamentali al giorno d’oggi. Essere in grado di avere delle riprese di qualità è utile a produrre uno storytelling attono allo skate e a chi lo pratica. Mi sono subito reso conto del potenziale di quello che stavo facendo. Per gli skater, soprattutto con l’avvento dei social, raccontarsi è fondamentale: non solo per provare a diventare professionisti, ma anche per documentare ed espandere questa cultura. Bisogna raccontare che esistiamo».


Yassine è, a tutti gli effetti, un archivio vivente dello skate marocchino. Negli ultimi dieci anni ha documentato con costanza la crescita e l’evoluzione di questa scena, attraversando un periodo che ha segnato una vera e propria metamorfosi per gli sport urbani in Marocco, di cui la nascita della Federazione è stato solo un tassello. La cultura dello skate comincia a diffondersi nel paese negli anni Novanta, come fenomeno di nicchia, legato alla popolarità crescente delle coste marocchine tra gli appassionati di surf.
È proprio all’ombra di quest’ultimo che lo skate si sviluppa lentamente, dal basso, al di fuori di qualsivoglia logica commerciale. Bisognerà aspettare gli anni Dieci per veder sorgere i primi skatepark di grandi dimensioni, grazie al finanziamento di fondazioni private in collaborazione con le autorità locali, con l’obiettivo di riqualificare alcuni spazi urbani. Lo sviluppo delle infrastrutture non si è mosso, però, di pari passo con la professionalizzazione della disciplina, un processo molto più lento e farraginoso.
È soltanto nel 2020 che Nassim Lachhab, leggenda dello skate marocchino, riesce a diventare il primo skater professionista del paese, e di tutto il continente africano. Attorno agli sport e alle culture urbane continua, dunque, a ruotare una questione tanto economica quanto culturale: lo skate, in Marocco, gode oggi di una popolarità ampia, ma resta in gran parte invisibile per i media e poco sostenibile per chi sogna di praticarlo a livello professionale.
Spesso, per chi sogna di vivere di skate, la realtà è fatta di lavori saltuari e di tempo strappato alla quotidianità per potersi allenare. È il caso di Amin, il ragazzo ventenne che ho conosciuto grazie a Yassine. «Venivo a Casablanca tutte le estati per skatare», mi racconta, «finché un mio amico non mi ha detto che forse avrebbe potuto trovarmi un lavoro. Lui faceva l’istruttore di skate, e il suo manager cercava un secondo coach. Così hanno preso me. Ti dico la verità: far quadrare i conti è complicato, perché mi resta solo il 40% del guadagno delle lezioni. Di solito insegno a ragazzini francesi, magari turisti o figli di famiglie che vivono qui. Ci troviamo allo skatepark e li faccio giocare un po’, imparano qualche trick». Secondo Yassine, Amin è tra i migliori skater della scena, soprattutto considerando la sua giovane età. Eppure, anche per lui è difficile trovare una via che gli permetta di dedicarsi interamente allo sport. «Sono alla ricerca di uno sponsor», continua Amin. «Finora ho collaborato solo con Decathlon, ma servirebbe molto di più per pensare seriamente di lasciare il lavoro. Per adesso preferisco concentrarmi sullo skate e divertirmi. Poi si vedrà».
La sostenibilità economica, come abbiamo visto, è strettamente legata alla visibilità mediatica che questo sport riesce a ottenere. Il momento di massima attenzione per lo skate in Marocco si è registrato in occasione delle Olimpiadi di Parigi 2024, quando il paese è stato l’unico rappresentante africano a qualificarsi nella disciplina dello skateboarding, alla sua prima apparizione olimpica. Un traguardo significativo, raggiunto peraltro nella categoria femminile. Con Yassine ci spostiamo a Rabat per conoscere la protagonista di questa storia: Aya Asaqas, l’atleta che ha rappresentato il Marocco in questa occasione. La incontriamo in un parco frequentato da giovani skater della città. Aya, al momento, è ferma per un infortunio al ginocchio, ma dall’estate del 2024 la sua vita ha cambiato ritmo. «Ti dico la verità, è stato un anno sulle montagne russe: sono passata dall’anonimato ai titoli dei giornali in pochissimi giorni. Quando mi sono qualificata ero al settimo cielo, e a Parigi è stato tutto bellissimo, ma anche difficile. Gareggiare a quel livello è un onore, ma ti fa anche realizzare quanto siano distanti le condizioni dei paesi in cui viviamo. Ti faccio un esempio: io ho partecipato a una gara su rampe che non avevo mai provato prima, perché in Marocco semplicemente non ci sono strutture così. È frustrante. E poi c’è lo sguardo degli altri, le aspettative che ricadono su di te. Non è facile. Ma sono contenta: ora sento che il mio compito è trasmettere questa esperienza, sfruttare l’attenzione mediatica che ho ricevuto per far crescere davvero lo skate nel mio paese».
L’esperienza di Aya riflette una dimensione culturale complessa, spesso difficile da affrontare. Il suo successo come atleta in uno sport emergente, legato alla cultura urbana e tradizionalmente praticato da figure maschili, ha suscitato non poche polemiche in Marocco. «Sai, è da quando ho cominciato che mi scontro con certe difficoltà», racconta Aya. «Da ragazzina ho iniziato a girare da sola con gruppi di skater, quasi tutti ragazzi. Già solo questo, nella nostra società, è visto con sospetto.
Poi c’è lo sport in sé: ti fai male, ti sporchi, indossi abiti sportivi, magari pantaloni corti. Tutte cose che stonano con l’immagine tradizionale della ragazza “perbene” in Marocco. Ma è proprio quello sguardo giudicante che mi ha sempre motivata. E penso che valga anche oltre la questione di genere: per molti di noi che hanno iniziato prima che lo skate diventasse popolare, è stato un atto di ribellione, una ricerca di libertà e di alternative». Aya sottolinea poi un nodo ancora più profondo: «Credo che una parte del rifiuto verso lo skate venga dal fatto che è percepito come uno sport occidentale. E per carità, sicuramente non fa parte del patrimonio culturale tradizionale marocchino. Ma siamo nel 2025: esistono tanti modi di essere marocchini, e lo skate può essere uno di questi».

Rientrando da Rabat verso Casablanca, prendo lo stesso treno che mi aveva portato a Mohammedia. È sera, il convoglio è affollato. Dal finestrino scorrono distese di palazzi in costruzione, mentre entrando in città si possono vedere interi quartieri di case popolari, anonimi edifici di dieci piani che si allontanano dall’immagine esotica che spesso, da europei, abbiamo del Marocco. Sono perlopiù di nuova costruzione, pensati per accogliere le famiglie che abbandonano i vecchi quartieri popolari del centro. Dietro questa trasformazione c’è un progetto politico preciso. Re Muhammad VI punta a sfruttare i Mondiali di calcio del 2030 – che il Marocco ospiterà insieme a Spagna e Portogallo – come leva per accelerare un processo di modernizzazione del paese. Un cambiamento profondo, rapido, che ha inevitabili ricadute sociali e culturali.
L’emersione dello skate in questo contesto non è affatto casuale: riflette e amplifica i nodi irrisolti della società marocchina, sospesa tra la spinta verso il futuro e il desiderio di preservare la propria identità. È uno sport che nasce dai nuovi interessi di una generazione urbana e connessa, ma che resta schiacciato tra dinamiche economiche fragili e politiche istituzionali poco lungimiranti. Gli investimenti dall’alto costruiscono gli skatepark, ma non garantiscono un ecosistema sostenibile per chi sogna di diventare professionista. La Federazione esiste, ma fatica a rappresentare realmente la scena, perché costruita senza coinvolgere chi quello sport lo vive ogni giorno. Aya, in questo senso, è un simbolo perfetto: acclamata e criticata al tempo stesso, incarna un modello ambivalente in una società che fatica a riconoscersi nei suoi stessi cambiamenti. Lo skate, in fondo, è lo specchio di un paese in trasformazione.










