Dovresti conoscere entrambe le storie di The Smashing Machine 

Nel 2002 HBO manda in onda il documentario The Smashing Machine: The Life and Times of Extreme Fighter Mark Kerr, diretto da John Hyams, un film che oggi definiremmo quasi cult dove la storia del lottatore viene raccontata senza edulcorazioni o abbellimenti e dove “l’eroe” è invece umano e completamente fedele alla realtà.

Kerr viene mostrato nella sua interezza, allo stesso tempo campione e vittima di uno sport agonistico e delle sue difficoltà. Da una parte la potenza devastante nei ring del PRIDE in Giappone e nelle gabbie UFC negli Stati Uniti, dall’altra la dipendenza da oppioidi che lo divora dall’interno, i conflitti con la compagna e le molteplici cadute emotive.

Chiunque lo abbia visto ricorderà i momenti di verità assoluta, un Kerr sudato e tremante nello spogliatoio, un’amarezza palpabile e la storia di un uomo che lotta ogni giorno non solo con i suoi avversari, ma con la sua stessa persona. Non è solo un documentario di sport, ma una finestra cruda su cosa significhi davvero vivere sotto una pressione costante, in un contesto dove la vittoria resta il punto focale di tutto, anche al costo di perdere se stessi.

Con un salto in avanti di ben ventitré anni, in concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, The Smashing Machine, diretto da Benny Safdie (già co-firmatario di Uncut Gems), porta sugli schermi un Dwayne “The Rock” Johnson spezzato, vulnerabile e lontano anni luce dagli eroi erculei con cui ha conquistato tutta Hollywood.

In sala, una standing ovation di 15 minuti ha visto lo stesso Johnson in lacrime e Mark Kerr, presente tra il pubblico, commosso e scosso per la rappresentazione della sua storia nel film.

Girato in 16 mm e IMAX 70 mm, con la fotografia a cura di Maceo Bishop, la quale richiama quella di capolavori come Toro Scatenato e The Wrestler oltre che un’estetica viscerale e “ferita”, molto vicina anche a quella del  documentario originale, il film racconta la storia dietro il mito, mostrando le vulnerabilità che si celano nello sportivo in un dramma intenso e impattante.

Emily Blunt, nei panni di Dawn Staples, compagna di Kerr, porta in scena la dimensione relazionale, spesso accennata ma mai esplorata davvero nel documentario. La loro chimica è stata definita “il cuore pulsante del film”.

Johnson, spogliato del suo carisma da action hero, mostra un Kerr fatto di silenzi, tremori e sguardi persi in camera. L’attore ha dichiarato infatti che, dopo una carriera fatta di blockbuster, voleva “un ruolo che contasse”, un personaggio che gli permettesse di mostrare vulnerabilità, non semplicemente i muscoli. 

Il film di Benny Safdie rappresenta la trasfigurazione cinematografica del documentario HBO, ricavando dalla verità cruda, in qualche modo grezza, un chiave che rende la storia accessibile anche a chi non sa davvero cosa significhi essere un atleta di MMA ma che abbia comunque voglia di conoscere qualcosa in più sulla storia di Kerr e sulle sue fragilità, senza passare da una testimonianza diretta.

L’autenticità pura del documentario non si perde all’interno della film, incrociando attraverso parallelismi e interpretazioni coerenti una storia che non presenta una linea netta di finzione,  ma permette allo spettatore di conoscere la vicenda di Kerr senza – letteralmente – esserne colpito allo stomaco.Il documentario, grazie ad una camera che segue l’atleta dentro e fuori dal ring, è un’opera di cinema verità, senza “ricostruzioni”, concepito come un insieme di imprevisti e inclemenze, come vuole anche il genere cinematografico in sé per sé. Mostra la gloria sportiva (Kerr era un campione imbattibile in UFC e PRIDE) insieme alle sue cadute e, soprattutto, la dipendenza da antidolorifici e oppiacei e ciò che ne ha comportato: una logorante difficoltà psicologica e fisica.

Il film biografico di Safdie prende spunto dal documentario e ne costruisce una narrazione più universale, fatta non solo di sport e dipendenze, ma anche i rapporti umani e di persone con cui Kerr ha condiviso la sua vita – tra cui la compagna Dawn Staples, interpretata da Emily Blunt – fornendoci una grande parentesi su tutta la sua dimensione intima e interiore.

The Smashing Machine diventa quindi un ponte tra due generi, due modi di raccontare la stessa storia in due periodi storici diversi. Dal Kerr in carne e ossa che si confessa in una stanza d’albergo al Kerr interpretato da Dwayne Johnson, tutti e due in qualche modo ci ricordano quanto spesso le lotte si combattano contro se stessi prima che sul ring.

Il film diventa un commento su quanto la cultura sportiva (e quella dello spettacolo) esiga dai suoi campioni una resa perfetta, spesso nascondendo quelle che sono le ferite reali.
Il progetto cinematografico del regista diventa molto più di una semplice trasposizione biografica, non solo attraverso i riferimenti diretti che il Safdie ha inserito nella sua sceneggiatura.

Da un documentario crudo e autentico (quello del 2002) a un racconto che cerca di rendere universali la fragilità e la grandezza dell’uomo Mark Kerr, non è solo un film su un lottatore, ma un’opera che intreccia sport, psiche, amore, dipendenza, identità.

Recuperare il documentario HBO potrebbe offrirvi quindi uno sguardo in più sulla vicenda di Mark Kerr e sull’MMA.