Uscire dalla bolla, entrare nella Ballroom

È la mia prima ball e il mio outfit è decisamente inadeguato. 

Ho annusato l’odore della serata già per strada: l’acqua di colonia e il sudore si mescolano all’aroma etnico del quartiere, rendendo l’atmosfera gravida di adrenalina. Non sto parlando di Harlem, quartiere newyorkese storicamente associato alla Ballroom: mi trovo in via Padova, a Milano, e il magma emotivo che ribolle dentro la mia pancia sta cercando di dirmi qualcosa.

Foto: Niccolò Maria Vergara Caffarelli

“Da dove vengo io, tutto questo non esiste”, continuavo a ripetermi nella testa mentre percorrevo gli ultimi passi del lastricato grigio che mi separavano dalle transenne. Vengo da una provincia anonima, fatta di routine, familiari asfissianti e rapporti amicali affogati nella birra. Non è solo che da dove vengo io non esiste alcuna comunità queer riconosciuta: è che non c’è proprio niente. Quello che mi conforta della provincia — e che contemporaneamente detesto — è il fatto che il cambiamento avviene in maniera impercettibile. Così, ogni volta che torno, nulla sembra cambiato, eppure tutto è naturalmente diverso: un’insegna, un nuovo supermercato, la rotonda al posto di quel semaforo lentissimo sulla via principale. C’è una frase del Gattopardo che dice “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Bene, io penso che sia vero l’esatto opposto quando parliamo di radici che affondano lontano dalla città: affinché tutto cambi, bisogna che tutto rimanga uguale, almeno in provincia. Un po’ come la tettonica delle placche, anche le zolle relazionali alla base del microcosmo provinciale si muovono così lentamente che sembrano quasi rimanere immobili, tanto che solo alla fine del movimento ci si rende conto che i nostri punti cardinali, seppur rimasti gli stessi, hanno cambiato posizione, evolvendosi insieme a noi. Per essere accettato, quindi, il cambiamento deve essere lento, ma è proprio questa pretesa di staticità a costringermi alla fuga: mentre la provincia mi impone forme e legami che non mi rappresentano più, qui, nella città, sembrano tutti a proprio agio con la loro espressione di sé. Sto per assistere a uno spettacolo che mai avrei pensato di poter osservare: corpi lucidi che si sfidano in un’arena elettrica, gomiti affilati che tagliano l’aria seguendo il ritmo di una musica che non riesco nemmeno a immaginare. Dentro c’è una battaglia, e io sono qua fuori a sentirne l’eco.

A dire il vero, ho scoperto la scena Ballroom poco tempo fa, ma da allora non ho più smesso di approfondire i vari aspetti che caratterizzano questo mondo sotterraneo – letteralmente, underground – che si sviluppa in parallelo alle nostre vite quotidiane ma attraversando spazi completamente diversi: luoghi che, dal margine periferico delle città, si sono fatti via via più centrali, rendendosi gradualmente visibili e manifesti. Tutto comincia alla fine degli anni ’70 a New York. Siamo nel quartiere di Harlem, nonché centro nevralgico di contaminazione artistica e culturale in cui varie comunità marginalizzate potevano incontrarsi e resistere, insieme, a un clima politico sempre più opprimente. È qui che la comunità LGBTQIA+ nera e latina iniziò a ritrovarsi, organizzando i primi eventi in strada – performance e sfide di ballo, ma non solo – per riconquistare con il corpo quello spazio che pubblicamente le veniva negato. Col tempo, la scena Ballroom ha acquisito una solida infrastruttura, caratterizzandosi come una vera e propria subcultura dotata di suoi codici condivisi. 

Foto: Carolina di Lazzaro

All’improvviso, delle grida mi riportano a contatto con la realtà. Senza rendermene conto, mi ritrovo circondata da gruppi di persone che si incitano a vicenda. “Cosa succede?” chiedo a una di loro: “Questi sono i nostri motti”, mi risponde pacatamente. “Li facciamo anche durante la competizione per spronare gli sfidanti che appartengono alla nostra house”. Il termine che utilizza non mi è affatto nuovo. Lo scheletro strutturale della Ballroom, infatti, si fonda sulle house, cioè casate o famiglie, costituite da componenti che si sfidano tra loro partecipando a delle competizioni, ovvero le ball, come quella di stasera. 

Le house sono vere e proprie famiglie d’elezione, cioè istituti sia fisici che relazionali in cui si riunivano e trovavano supporto le persone cacciate dalle loro famiglie di sangue o, più in generale, discriminate dal loro contesto sociale in quanto persone queer o razzializzate. In un periodo storico in cui omofobia e xenofobia erano all’ordine del giorno – ma forse non molto più di adesso –, essere diversi significava essere soli, ed essere soli voleva dire contare solo su sé stessi in un sistema – quello americano – dove il welfare praticamente non esisteva. Ed è proprio qui che intervengono le house: luoghi di raccoglimento e di aggregazione in grado di offrire uno spazio sicuro. Le house diventarono quindi una rete sociale underground da e per la stessa comunità LGBTQIA+, dove chiedere e darsi sostegno reciproco. A livello organizzativo, la gerarchia interna ad ogni house è ben definita e prevede la presenza di figure di riferimento chiamate parents (genitori), ovvero mothers e fathers. I parents avevano il compito di fornire supporto ai propri kids (figli), con l’obiettivo di educarli e inserirli nel mondo delle ball, contribuendo così alla costruzione di un senso di appartenenza e di identità comunitaria all’interno della Ballroom. Le house si dividono in major, cioè le house più grandi e importanti, e kiki house, rivolte alla sperimentazione di categorie e all’informazione sulle malattie sessualmente trasmissibili.

«Nel 2022 ho fondato la mia Kiki House of Utopia e di conseguenza ne sono diventata Mother. Inizialmente eravamo solo 5 membri, ad oggi ho kids provenienti da diverse parti d’Italia. […] Far parte della Ballroom è come essere cresciuta in un microcosmo alternativo, fatto di regole, valori e schemi sociali a sé stanti. Da un punto di vista personale, è un mondo che può aiutarti a conoscerti meglio e a giocare con più versioni di te […] ma ti insegna anche un grande senso di responsabilità verso le altre persone che la attraversano».
Legendary Nemesi Utopia Ninja

Mentre mi trovo nel maremoto di queste mie elucubrazioni, la fiumana di gente – di cui anch’io faccio parte – attorno a me inizia a dirigersi velocemente verso l’ingresso per entrare in scena: la ball sta per cominciare. Nell’aria rimangono a svolazzare brillantini e piume, tracce di costumi sgargianti ed eccentrici che caratterizzano queste serate. Le ball sono eventi competitivi divisi in varie categorie in cui performano molti talenti differenti, in modo tale da consentire alle categorie marginalizzate di esprimersi a 360°. Alcune di queste riguardano la danza e sono raggruppate sotto il termine voguing, mentre altre riguardano il corpo (body), il sex appeal (sex siren), la realness e la creazione di look (designer’s delight). In una prima fase, chi partecipa alle categorie deve sfilare singolarmente di fronte a una giuria per ottenere l’approvazione completa di tutti i giudici, un riconoscimento noto come “ricevere i tuoi 10” (receiving your 10s). I concorrenti vengono valutati in base all’esecuzione degli elements specifici di quella categoria (cioè dei movimenti tecnici), all’effetto (costumi, aspetto, teatralità, presentazione) e alla realness percepita (credibilità, autenticità, somiglianza con la realtà a livello visivo o corporeo). Chi ottiene i 10 passa alla fase successiva, dove i partecipanti selezionati competono tra di loro performando contemporaneamente. La sfida continua finché non rimane una sola persona che vince la categoria, per poi passare alla successiva. 

Foto: Chiara Rigato

Camminando piano, con le mani in tasca e scandendo i passi al ritmo dei miei pensieri, raggiungo anch’io l’entrata del locale, dove solo la security è rimasta a fare la veglia. Dalla porta accostata, posso sentire chiaramente le presentazioni iniziali che danno inizio alla serata. Le persone all’interno urlano entusiaste, accompagnando le loro voci a scrosci di applausi. Nonostante l’euforia, c’è qualcosa che ancora non torna. Come è nata la Ballroom in Italia? E soprattutto, come si entra a farne parte? 

In Italia, la Ballroom arriva con un certo ritardo, ma questo certamente non ci stupisce. Barbara Pedrazzi, conosciuta come La B. Fujiko, è considerata pioniera della scena Ballroom italiana. È grazie a lei che io oggi mi trovo qui. Il riconoscimento di Pioneer è arrivato nel 2019 insieme a quello di Legend. In particolare, il titolo di Legend viene assegnato a chi ha vinto molte ball (in generale almeno dopo dieci anni dall’ingresso), mentre il titolo di Pioneer le riconosce di aver fondato la scena Ballroom in Italia. La B. Fujiko è oggi anche Mother dell’Iconic House of Ninja, una delle house più famose. Attraverso il progetto BBallroom, di cui è fondatrice, La B. Fujiko organizza molti eventi per la sua comunità, tra cui “Milan is Burning” e “The Scandalous Ball”, la ball più importante d’Italia di cui quest’anno si terrà il decimo anniversario, il 15 novembre a Milano. 

«Far parte della Ballroom significa vivere una cultura che mi permette di essere valorizzata per come realmente merito; significa attraversare un luogo in cui mi è concesso di essere me stessa al 100% senza pregiudizio e in cui le persone Femme Queen, come me, hanno uno spazio per esprimersi ed essere supportate, a differenza di quello che generalmente accade nel resto della società».
Kimora, House of Balenciaga

A distanza di anni, quello che resta invariato è sicuramente il cuore di questa subcultura: per chi la vive e la attraversa, la Ballroom è una modalità di approccio alla vita, una chiave di lettura attraverso cui è possibile ridefinire le relazioni, gli spazi e la propria gerarchia di valori fuori dalle logiche capitaliste e discriminatorie di una società che rigetta i suoi figli. Più che un palcoscenico abitato da personaggi stereotipati, la scena Ballroom è un vero e proprio laboratorio di sperimentazione. A questo proposito, è la stessa La B. Fujiko a raccontare il suo percorso di messa in discussione della sua identità di genere e di come il confronto con altre soggettività queer, trans e non-binary all’interno della scena Ballroom abbia contribuito ad aiutarla nell’elaborazione del suo magma emotivo e identitario. Attraverso il voguing e la partecipazione alle ball, ha gradualmente iniziato ad abbracciare queste tematiche, comprendendo gradualmente il loro essere sfaccettature che coesistono dentro di lei e che, inevitabilmente, si collegano anche alla sua performance. 

Se, quindi, le Ball possono essere considerate un importante spazio di autodeterminazione per chi vi partecipa, è anche vero che il confine tra la creazione di uno spazio safe che tuteli chi ne fa parte e l’esclusione da esso è molto sottile. Se è vero – e naturale – che la Ballroom nasce dall’underground, rivendicando il suo essere una rete sotterranea di dissenso e resistenza, è altrettanto vero che questo mondo sta lentamente emergendo dal sottosuolo in cui finora si è sviluppato in modo tentacolare, riappropriandosi non solo degli spazi pubblici ma anche di quelli commerciali. La Ballroom si sta rendendo sempre più manifesta, mescolando le rivendicazioni iniziali – l’occupazione di uno spazio pubblico e politico per opporsi alla marginalizzazione delle persone che ne fanno parte – con interessi pubblicitari ed economici. È ovvio che per sopravvivere nella società attuale sia necessario anche scendere a compromessi, a patto che però questi non svuotino i principi alla base del progetto. La maggiore visibilità degli ultimi anni ha reso necessario tutelare maggiormente l’ambiente e chi ne fa parte, il che vuol dire rendere l’accesso alla Ballroom – in qualche modo – controllato, un po’ come ricorda il famoso paradosso della tolleranza di Popper. Il filosofo sosteneva infatti che la tolleranza illimitata porti alla scomparsa della tolleranza: se, infatti, estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. Tradotto: permettere a chiunque – anche chi è contrario o intollerante – di accedere a uno spazio sicuro significa esporre questo stesso spazio al rischio che possa essere distrutto dall’interno. In qualche modo, quindi, ogni ambiente safe deve essere regolato per garantirne il mantenimento. Questo, però, significa limitarlo, definirne i confini, deliberare su chi sta fuori e chi sta dentro a questo spazio e, quindi, renderlo per sua stessa natura esclusivo – e non inclusivo. Se, quindi, l’aumento di visibilità degli ultimi anni ha portato a nuove adesioni e a un’attenzione mediatica maggiore, questo ha anche reso necessario controllare l’accesso all’ambiente, riducendo – almeno in principio – le sue prerogative di inclusione anche verso la stessa comunità queer.

Mentre penso questo, raggiungo la security che mi osserva attraverso gli occhiali scuri di fronte alla porta rimasta semichiusa.

Foto: Alice Ambrogio

Secondo La B. Fujiko, questo apparente paradosso si risolve nella stessa definizione di Ballroom in quanto subcultura composta da un insieme di persone che condividono valori, codici e spazi precisi, trovando la loro consistenza altrove rispetto alla norma. «La scena Ballroom nasce da un contesto underground perché chi ne faceva parte non poteva essere manifesto e aveva bisogno di un contesto safe per proteggersi da discriminazione e pregiudizio», mi ha raccontato La B. Fujiko in una lunga chiacchierata che abbiamo fatto al telefono. «Certo, queste problematiche esistono ancora, ma oggi c’è anche più apertura e contemporaneamente molta cura nel volerlo mantenere uno spazio sicuro». Se, quindi, la diffusione della Ballroom ha portato popolarità, nuove adesioni e visibilità dal lato commerciale, dall’altro ha anche richiamato l’attenzione di persone esterne al mondo queer: «Lo spazio è accessibile a tutte e tutti ma chi ne vuole far parte davvero deve essere riconosciuto al suo interno, assorbendo dei codici che si imparano camminando nella scena». 

In una città – Milano – sempre più inaccessibile, messa in ginocchio da una gentrificazione a tappeto che ha reso l’esclusività la sua cifra stilistica, la Ballroom si propone come l’alternativa sicura e accessibile – almeno in una fase iniziale. La domanda ora è: riuscirà a mantenere l’autenticità della sua visione? Ovviamente, non ho una risposta. In qualità di persona queer e non-binary, posso solo augurarmi che non vega intaccata dalle logiche economiche del mercato, riconoscendo la sua forza nell’intersezionalità, cioè nella creazione di una rete in grado di intersecare e unire varie battaglie diverse – prime tra tutte omofobia e razzismo – più che nella ben più appetibile (ma limitante) creazione di una nicchia trendy e ristretta

“Entri?” sento improvvisamente pronunciare con tono deciso da una figura appena affacciata alla porta. Non le rispondo, lascio la domanda rimbalzare tra le mura dell’antro ormai vuoto. 

Lei se ne va, mentre io rimango sulla soglia a osservare la battaglia che si sta combattendo all’interno, consapevole del fatto che i suoi effetti investiranno anche il mondo qua fuori. 

Stasera non entro, mi basta esserne testimone per sentirmi parte di qualcosa di grande.

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Niccolò Maria Vergara Caffarelli
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Carolina di Lazzaro
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Chiara Rigato