Durante tutti gli anni ’10 per qualcuno, anzi, per molti, Shablo è stato una delle eminenze grigie dietro all’ascesa della musica urban in Italia: produttore e manager dallo sguardo affilato e dal piglio che non ammette dubbi o esitazioni, ha accompagnato per mano un sacco di ascese. Artefice – con Don Joe dei Dogo – di quell’album-monumento che è Thori e Rocce, fondatore di Thaurus Management prima e di Roccia Music assieme a Marracash poi, per successivamente dare vita assieme a Sfera a BHMG, non c’è momento “potente” del rap in Italia negli ultimi quindici anni in cui Shablo non sia stato protagonista.
L’ultimo anno ha segnato un po’ una svolta: Shablo è tornato al primo amore, all’essere artista molto più che manager. Un album, “Manifesto”, una partecipazione a Sanremo dove ha portato più di chiunque altro e senza mediazioni pop il vero hip hop e la vera black all’Ariston, poi un tour. Il prossimo 12 novembre questo tour vive il suo vertice, un evento speciale, a Milano, in un contesto prestigioso – ed inusuale – che è il Teatro Arcimboldi: è da questo che partiamo per una lunga chiacchierata in cui Shablo si confessa e non si nasconde.
Shablo, partiamo dal fondo, partiamo da questo concerto a Milano il 12 novembre, al Teatro Arcimboldi: non credo che per te sia un concerto come tanti…
Assolutamente no, non lo è. È una chiusura di un cerchio, un momento molto importante. È l’atto finale di un percorso iniziato a Sanremo, proseguito con l’album “Manifesto” prima, col tour estivo poi. Ma è un atto finale particolare: perché per la prima volta mi esibisco in un teatro, e per la prima volta riesco a portare dal vivo “Manifesto” con praticamente tutti gli ospiti del disco, il tutto pure con una band allargata, rispetto ai concerti fatti quest’estate.
Sì, ed è una lista di ospiti in effetti notevole: leggo di Guè, Ernia, Nayt, Neffa, Inoki, Rkomi, Tormento, TY1, Irama, Joshua … e so che non li ho nemmeno nominati tutti.
Già. Capisci? Sono più di vent’anni che salgo sui palchi, ma questa sarà una cosa unica. Lo sarà per tutte queste persone attorno a me, ovviamente, ma anche perché un teatro ti porta a fare uno spettacolo diverso da quelli a cui puoi essere abituato, da quelli a cui sono abituato io.
Che poi, già il tuo tour – ho avuto modo di intercettarlo quest’estate – era ed è di suo una cosa particolare: un tour quasi “pedagogico”, passami l’aggettivo, in cui fai prima di tutto un sacco di reinterpretazioni dei grandi classici della musica black. Come mai hai scelto una impostazione di questo tipo, diversa da quella abituale per un tour che segue l’uscita di un album?
Guarda, non penso di essermi inventato nulla o di aver fatto alcunché di speciale, o di geniale. Semplicemente, volevo immergermi nella musica con cui sono cresciuto e che mi ha ispirato quando ho deciso di provare a fare il produttore. Se guardi alla scena rap degli anni ’90 c’era una grande attenzione alle radici, ai sample, a quali erano i dischi giusti da cui poter campionare. Oggi direi che questa cosa si è un po’ persa. È come se fosse venuta a mancare la connessione tra l’hip hop e le musiche che lo hanno generato – perché sì, ci sono musiche che lo hanno generato, accidenti se ci sono. Hai usato il termine “pedagogico”: io direi molto semplicemente che è un processo venuto naturale, spontaneo. Non è che volessi insegnare chissà cosa a chissà chi costruendo questo tour così come l’ho costruito, ma evidentemente siamo in una fase storica in cui sembra di stare in quel film in cui, visto che nella trama i personaggi sono quasi tutti dei mezzi dementi, anche a dire o fare una cosa banale passi per genio… Hai presente?
Perfettamente.
Io non ho assolutamente voluto ergermi a professore di nulla o nessuno, ma evidentemente siamo in un momento di decadenza culturale in cui, in musica e non solo in musica, è quasi assente la memoria storica. Io a dirla tutta non ho nemmeno fatto chissà quale lavoro di ricerca, lo dico molto onestamente: i brani che ripropongo sono dei grandi classici, nulla di ricercato, chiunque conosca un minimo la musica black sa che c’è un mondo amplissimo e spesso troppo poco celebrato da cui poter attingere, io invece non sono andato così in profondità – mi sono dedicato proprio ai classici, la base. Scelte quasi banali. Ma oggi anche a fare così evidentemente si fa qualcosa di strano, di inaspettato, di rivoluzionario… Ecco, magari sentendo i classici qualcuno può farsi venir voglia di approfondire la materia: sarebbe una grande soddisfazione questa. Anche e soprattutto perché scoprirebbe da dove arriva davvero molta musica che oggi si sente nel mainstream. Una musica che sembra provenire dal nulla, fatta e finita, subito pronta, senza un bagaglio storico dietro. Invece, ce l’ha. Ed è bellissimo. È incredibilmente ricco. Ed è divertente, questo bagaglio: per questo non vorrei insistere tanto sul lato “pedagogico”, capisci? Anche se è vero che abbiamo perso una connessione storica che andrebbe ricostruita, e che vorrei contribuire a ricostruire – su questo non mi nascondo. Ma il mio concerto non è una lezione di musica fatta cadere dall’alto: no, è prima di tutto un concerto in cui ci divertiamo molto noi sul palco e vogliamo divertire chi ci sta davanti. I grandi classici sono diventati tali anche perché conquistavano tutti, immediatamente, senza distinzioni. Era musica troppo bella per non essere amata subito, da tutti.
Mi affascina questa risposta. Perché di solito il ragionamento stile “Eh, oggi la gente non ha più cultura” lo fa chi è rimasto emarginato dal mercato, un po’ il discorso della volpe e dell’uva. E però di sicuro non è il tuo caso: tu hai passato gli ultimi quindici anni ad essere protagonista ed artefice, in un modo o nell’altro, dell’incredibile ascesa dell’hip hop a casa nostra.
Non mi nascondo: anche io ho fatto parte di quell’ondata che ad un certo punto ha distrutto tutto, ha voluto recidere i rapporti col passato, creando una frattura.
Ecco.
Anche io sono stato uno di quelli che s’è messo a dire “Basta con ‘sta cosa del funk, del soul, dell’ossessione sterile e maniacale per il passato e per regole che sembrano eterne ed immutabili – basta”. Questo perché avvertivo che in quel preciso momento storico c’era bisogno di portare qualcosa di nuovo, qualcosa che non fosse così legato al passato da farlo diventare zavorra e mancanza di innovazione. Il rap da noi aveva bisogno di rinnovarsi. Anche per conquistare finalmente il mainstream, che in Italia rispetto ad altri paesi era ancora clamorosamente indietro come sonorità, come attitudine, e che continuava ad escludere noi che arrivavamo da un certo tipo di cultura e di serenità che in mezzo mondo era invece il presente, la forza più viva e trainante. Ma il tempo è ciclico, le cose cambiano e poi ritornano, anche se sempre un po’ diverse rispetto al passato, e quello che va bene per un periodo storico specifico non è detto che vada bene per sempre. Non rinnego assolutamente nulla di quanto ho fatto e detto, sono orgoglioso di aver contribuito attivamente a rinnovare la scena italiana rompendo molti ponti col passato e lavorando per una nuova mentalità. Sono orgoglioso di essere visto come fra quelli che hanno preparato il terreno per la rivoluzione del 2016, che è stata un grado zero sotto molti punti di vista, anche nel non volere legami col passato. Ma adesso io per primo trovo che ci sia bisogno di riequilibrare, di tornare un po’ a considerare l’importanza delle radici.
Però diciamolo, ad un certo punto era stato necessario rompere con il passato, rompere con la old school – o, se preferisci, la true school – del rap in Italia.
Sì. Perché altrimenti la nostra musica non avrebbe avuto un futuro, oltre a non avere in quel momento un presente, se non di nicchia, ovvero residuale ed ininfluente, parliamo dei primi anni 2000. A furia di restare immobili, avremmo perso ogni contatto con ciò che è vitale, contemporaneo, moderno: assurdo, pensando alla forza della musica rap e di un certo tipo di cultura, no? Il problema insomma non è portare o non portare attenzione al passato, il problema è come la porti, questa attenzione… Ad un certo punto, nella scena rap italiana, questo passato era diventato un dogma immutabile: qualcosa a cui dovevi obbedire e basta, senza permetterti di fare domande o obiezioni.
Vero.
Così non si sarebbe andati da nessuna parte. Ma nel momento in cui siamo riusciti a creare una grande rottura e a liberare moltissime nuove energie, raccogliendone i frutti, adesso è tornato invece il tempo di guardare al passato: perché non ne siamo più soggiogati, non ne siamo più schiavi, possiamo tornare ad avvicinarci ad esso prendendone il lato migliore e più vivo. In qualche caso poi, per chi invece è molto giovane e si è avvicinato alla musica urban con l’idea che un passato non ce l’avesse ma fosse solo presente, e sono tanti, si tratta proprio di qualcosa di nuovo: qualcosa da raccontare da zero, partendo dalle basi. Alle cose però ci devi arrivare in modo naturale, e non perché ti viene imposto, perché “devi”. Valeva prima questo principio, vale pure adesso, a dinamiche invertite.
Ma senti, questa attitudine a pensare in maniera dinamica, a non “sederti”, ad essere molto pragmatico, ti è arrivata anche grazie al fatto che ad un certo punto hai lasciato l’Italia per andare a stare ad Amsterdam?
In parte sì. Ma non è Amsterdam che mi ha cambiato, sono io che ho lasciato l’Italia per andare ad Amsterdam perché in Italia non ci stavo bene, per l’attitudine che c’era. Un’attitudine appunto statica, chiusa, che non aveva vie d’uscita e neppure le cercava.
Poi però le cose sono cambiate, anche da noi.
È che ogni cosa ha il suo tempo. Negli anni ’90 ad un certo punto era sembrato che il rap e la musica urban potessero diventare una forza stabile anche da noi, poi è crollato tutto, e per qualche anno sembrava ci fossero solo macerie e non ci potesse essere altro. Lì sì è stato salutare spostarsi ad Amstedam, una città non grandissima ma molto internazionale, piena di concerti, di artisti che vengono in visita e si danno da fare. Ma appena ho percepito che in Italia le cose potessero cambiare, sono stato felicissimo di tornare.
Sei tornato però con un ruolo diverso, o meglio, progressivamente ti sei buttato su quello: non più solo artista, ma promoter prima, manager poi.
Perché non c’era nessuno che lo facesse, in quel periodo storico, ecco perché. O meglio, eravamo in pochissimi: Paola Zukar, per dire. Quando lei ha iniziato a fare la manager, era l’unica che arrivasse direttamente dalla nostra scena, dal nostro background hip hop. L’unica. Se ci pensi infatti in quella fase storica tutti i manager degli artisti rap arrivavano dal rock, dal pop, comunque da scene che non erano la nostra. C’era un gap da colmare. Ma non sarebbe cambiato nulla, se ad un certo punto non avessimo avuto i numeri dalla nostra. Puoi avere le idee e le visioni migliori del mondo, ma per lasciare davvero il segno devi avere dalla tua anche i numeri. C’è poco da fare.
Tu lo hai lasciato, il segno. È oggettivo. Ma evidentemente per farlo hai dovuto mettere un bel po’ tra parentesi il tuo ruolo da artista, per concentrarti su quello di produttore e manager. Però mi sembra che le cose siano cambiate: ora stai di nuovo riscoprendo il gusto del palco, dell’esporti in prima persona… Ti eri stufato, del ruolo e delle responsabilità dietro le quinte? O semplicemente, avevi voglia di tornare a farti vedere in prima persona?
Un po’ entrambe, in realtà. Io di questa scena, di questa musica, di questa cultura sono innamorato. Innamorato sul serio. E sì, è vero, per fare bene da manager ho dovuto lasciare molto da parte il mio essere artista, ovvero la parte più pura e creativa, quella che mi ha fatto appassionare ed avvicinare a tutto questo mondo. Una parte che è anche terapeutica: perché il rischio sennò è quello di razionalizzare troppo, di pensare troppo, e spesso quando pensi troppo finisci dopo un po’ col pensare anche male. Ad un certo punto avevo esagerato, ero finito troppo a pensare solo ai numeri, ai risultati nello streaming, a cose così: sono importanti, attenzione, sono quelle che ti danno i risultati e riconoscimenti più solidi, a partire da quelli materiali, e come ti dicevo prima dei numeri c’è bisogno, sennò resta tutto campato per aria. Ma se sei innamorato veramente di una musica e di una cultura, dopo un po’ tutto questo inizia a starti stretto. E hai bisogno di riequilibrare, senti nel profondo il bisogno di farlo.









