La verità è che in giro non ci sono molti rapper come Dave, anzi forse non ce ne sono proprio. La verità è che The Boy Who Played The Harp, il suo terzo disco ufficiale – rilasciato dopo 4 anni di silenzio se si esclude la fortunata parentesi del mini EP con Central Cee – è forse il miglior disco rap uscito nel 2025. Ma la verità è anche un’altra: che la verità spesso non la vogliamo ascoltare.
È comprensibile, ci vuole un grosso sforzo per mettere da parte le proprie certezze. Ed è esattamente quello che fa il rapper di South London – Streatham per la precisione – come tiene a ribadire più volte nel disco uscito la scorsa settimana. The Boy Who Played The Harp è un album di 10 tracce, compatto e godibile certo, ma anche decisamente fuori dalle logiche di mercato. Basta ascoltare My 27th Birthday per rendersene conto, traccia di 8 minuti, no hook, dove Dave si apre fino al midollo toccando tematiche politiche, sociali e personali con un’onestà intellettuale che quasi spaventa.
«Sono autodistruttivo? Sto facendo il meglio per me stesso?
So di amare la musica, ma metto in dubbio il resto di me stesso».
Dave
in “My 27th birthday”
L’album ha un sound scarno ed essenziale, delicati pianoforti e sample vocali fanno la loro apparizione con un tempismo perfetto per lasciare spazio alle vere protagoniste del disco: le parole. Barre con un doppio o triplo layer di significato si alternano a punchline più dirette per accompagnarci in un’autoanalisi brutalmente autentica, campionato nel quale la penna di Dave ha pochi eguali. Ma questo era già evidente a tutti quelli che avevano ascoltato Psychodrama, il suo primo album ufficiale pubblicato nel 2019.



Chiaramente non è un trattato di filosofia, è un disco rap dove non mancano le barre più autocelebrative o gli episodi più aperti – per quanto sempre velati da una certa malinconia – come No Weapons con l’astro nascente Jim Legxacy e l’attesa collaborazione con Tems in Raindance. Gli ospiti sono pochi e ben calibrati: oltre ai già citati c’è Nicole Blakk in una traccia straziante (Fairchild) che racconta di uno strupro visto da diverse prospettive, c’è Kano – leggenda del grime Made in UK – in un brano (Chapter 16) ai confini con la meta-narrazione e, infine, c’è la splendida voce di James Blake in due episodi fondamentali per il disco (History e The Boy Who Played the Harp) che raccontano dell’evidente contrasto tra l’ego e l’insicurezza di Dave.
Il disco si muove agilmente in un continuo alternarsi di registri linguistici e contraddizioni apparentemente inestricabili come solamente il rap, quando è ben fatto, riesce a fare. Tra sacro e profano, riferimenti biblici e materialismo spicciolo, gang culture e ristoranti lussuosi. Si apre con una traccia in cui ci sono barre come “Now the garden same size as Adam and Eve” (History) e si chiude con un’altra in cui il rapper di South London s’interroga su cosa significhi prendere una posizione in un momento storico in cui non ci è più concesso di restare a guardare (The Boy Who Played The Harp), declinandola in vari paragoni con il passato.
Le citazioni ai rapper inglesi e internazionali sono moltissime. La più significativa, che spiega il concept del disco, è nella traccia iniziale. Dave riprende la barra della leggenda inglese Skepta in Bullet From a Gun: “I was a young boy, my mum told me what my name really means/ And the power just kicks is”. Non è un caso, vista l’importanza che ha il nome di Dave all’interno della narrazione del disco. O meglio David, come il giovane pastore che, in un racconto della Bibbia, viene convocato dal re Saul per allietarlo e calmarlo dalla presenza di uno spirito maligno. Nelle sacre scritture David suona proprio l’arpa, strumento attraverso cui, con l’evolversi della storia, finirà per ottenere il regno di Israele. La metafora è chiara: Dave paragona il racconto della Bibbia alla sua ascesa nella scena. Ascesa che passa attraverso il potere curativo della musica, e non attraverso la ricerca superficiale di status e potere.
«Perché stiamo contando i numeri e non come ti fa sentire la musica? Non abbiamo bisogno di commentatori, possiamo lasciarli allo sport».
Dave
in “My 27th birthday”
L’incoronazione avviene in Chapter 16, traccia in cui Dave si confronta con la old-head per eccellenza che si è ormai ritirata dall’industria musicale: Kano. I due, che hanno recitato insieme nella serie Top Boy, dialogano seduti a tavola al GONG, un ristorante di lusso situato al 52esimo piano dello Shard, famoso grattacielo londinese. Il pioniere e il prescelto si scambiano idee, consigli e opinioni. Kano lo mette in guardia sulla caducità dell’industria, sulle insidie che incontrerà durante il percorso e su come, col passare degli anni, cambieranno irrimediabilmente le sue priorità. Chapter 16 è proprio il capitolo in cui nella Bibbia David viene incoronato Re, come esplicitato in modo geniale nelle ultime barre del pezzo: “Let’s make a track about this dinner and this stamp you gave me/ And base it on the Book of Samuel, call it ‘Chapter 16’ if you’re down”.
Da quel momento Dave è ufficialmente re e, di fatti, gli oneri si fanno sentire. La corona pesa proprio come si dice. Ma il rapper inglese dimostra di meritarsela dalla prima all’ultima traccia del disco. Ci sarebbero moltissime altre cose da approfondire di questo album: gli splendidi storytelling di Marvellous – che racconta del potenziale sprecato dai giovani seguendo le vicende del suo amico Josiah verso la spirale della criminalità – e della già citata Fairchild, dipinto iper realistico di uno stupro che prende spunto da fatti reali accaduti alla sua amica Tamah. Ma non solo, ci sarebbe molto da dire anche su 175 Months – che deve il titolo ai mesi di prigione scontati da Cristopher, suo fratello maggiore, ed esplora il rapporto con la fede – oppure su Selfish, spietata autoanalisi dove tutte le debolezze del rapper vengono messe in scena.
Insomma, ci sarebbe ancora tantissimo da dire ma, credeteci, la cosa migliore da fare è questa: ascoltatevi il disco. E, soprattutto, dedicategli il tempo che merita.