Ci salverà lo sport

Nonostante un gigantesco amore per ogni sport, al punto da sviluppare una memoria storica sull’argomento, da ragazzino non sono mai stato il più sportivo del gruppo. Eppure, al di là della scarsa predisposizione, ripensando a quegli anni non posso fare a meno di notare quanto spesso facessimo sport nel tempo libero. Crescendo nella provincia lombarda nel pieno degli anni ’90, fare sport era un’ottima alternativa alla noia tipica di cittadine che avevano davvero poco da offrire, specialmente a ragazzi molto giovani. Per questo, da ragazzini, eravamo sempre a fare qualche sport in giro. D’altronde non avevamo mezzi, né la possibilità di iscriverci a circoli, centri sportivi o palestre, così bloccavamo sempre qualche marciapiede, qualche strada, qualche ingresso o il portone di un garage per ritrovarci. E quando nella caldissima e insopportabile estate centropadana mi sono messo a guardare con più attenzione ciò che mi circondava, eccezion fatta per una strada di un quartiere estremamente popolare, mi ha stupito non trovare nessun ragazzo giocare per strada. Se vedevo qualcuno correre, andare in bici, fare qualche trazione al parco o giocare a basket al campetto, era una persona decisamente più adulta.

Così ho iniziato a farmi domande su come viene approcciato lo sport dai giovani e soprattutto su dove questo viene praticato, ma anche sull’impatto che lo sport ha nella crescita. I ragazzi non sono più abituati a giocare per strada, è un dato di fatto. E non è solo importante chiedersi perché, ma anche capire il modo in cui le nuove generazioni vivono lo sport soprattutto rispetto agli adulti che, oggi, sembrano aver riscoperto l’attività fisica più di quanto non avessero mai fatto in passato. Per questo motivo ho parlato con Loris Brunello, psicologo specializzato in psicologia dello sport, del benessere e della performance, e membro del gruppo Performind.

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«Il COVID ha cambiato l’approccio allo sport in relazione all’età, su questo non si discute». L’assunto di partenza di Brunello è chiaro quanto condivisibile. «Se parliamo di giovani adulti (quindi di ragazzi che vanno dalla maggiore età in poi), quel periodo è responsabile dell’interruzione dell’esperienza sociale che però già conoscevano. Ha generato quindi una sensazione di rivalsa, un desiderio di riprendere qualcosa che è stato tolto, andando a creare un vuoto. Ci ha anche fatto capire l’importanza di qualcosa che abbiamo dato per scontato. Ai ragazzi in età di sviluppo, invece, ha tolto un’esperienza fondamentale: sport e gioco servono infatti a conoscere noi stessi in relazione con gli altri e con l’ambiente. Per le persone e per molte altre specie animali, il gioco serve a generare skill necessarie durante il corso di tutta la vita, impattando il nostro aspetto sociale.

Molti ragazzi hanno quindi sopperito a questi bisogni con alternative virtuali che, peraltro, sono magnetiche, studiate apposta per essere immediatamente gratificanti. Quando ci si lega a certe dinamiche è poi difficile allontanarsi, perché viene persa la finestra in cui si familiarizza con il concetto di adattamento. In un contesto virtuale, sei tu il capo: non devi aspettare di entrare in campo, detti tu le regole, la difficoltà dell’esperienza, il modo e i tempi di interazione e di sfida. Tornare in un contesto in cui questo controllo viene meno, è difficile». Familiarizzare con il concetto di controllo accennato da Brunello diventa di vitale importanza dal momento che si tratta di un principio fondamentale per capire l’approccio allo sport. Un elemento a cui non avevo mai fatto caso ma che, applicato a diversi periodi della vita, specie quelli più adulti, diventa ancora più importante.

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«Nelle nostre vite abbiamo un po’ perso il sentimento di controllo dal momento che spesso sono i nostri ritmi di lavoro a scandire le giornate». Per avvalorare le parole di Brunello troviamo i dati della ricerca portata avanti da Ipsos, commissionata da Cisalfa Sport, che ha coinvolto un vasto gruppo di ragazzi dai 18 ai 35 anni. Un’indagine sul rapporto tra sport e giovani che affianca la campagna presentata da Cisalfa Sport “Ascolta solo la tua voglia di sport”, dove il concept creativo si basa sulla contrapposizione tra blocchi interiori e desiderio di benessere, perché, dietro ogni proposito di tornare a fare sport, c’è sempre una vocina. A volte demotivante – quella che dice “Lascia stare”, “Non ce la farai”; a volte positiva, incoraggiante, che sussurra “Vai, ricomincia”, “Pensa a quanto ti farà bene”, “Dopo starai meglio”. Una narrazione che tocca corde interiori e universali, incentrata su quel dialogo silenzioso, ma potente, che ciascuno intrattiene con sé stesso ogni volta che deve (ri)cominciare, ideata per restituire centralità allo sport che non è solo performance, ma esperienza personale rigenerante.

Ebbene, dalla ricerca è emerso che solo il 38% pratica sport con continuità, mentre il 25% lo fa saltuariamente e un significativo 21% non lo pratica affatto. Il 41% di chi non ha praticato sport nell’ultimo anno, dichiara di non averlo fatto per motivi di tempo, poiché schiacciato dallo studio e dal lavoro. «Lo sport ci fa quindi tornare in controllo del nostro tempo e del nostro corpo. Per questo la corsa e la palestra sono così di moda tra i più grandi: non sono solo accessibili e ci permettono di allenarci con orari molto flessibili, ma sono anche forme di controllo verso i limiti e verso noi stessi, ben più di tanti sport di squadra in cui il nostro successo dipende anche da altri. Non a caso, sono anche gli sport che più di tutti impattano sul nostro aspetto fisico in una fascia di tempo limitata. Queste attività ci permettono quindi di tagliare dei traguardi, di identificare facilmente degli obiettivi che nella vita quotidiana non vediamo». Non è un caso nemmeno che, secondo il report di Ipsos e Cisalfa Sport, proprio sport come palestra, fitness, yoga, pilates e corsa siano i più gettonati dai giovani adulti di oggi (il 31% degli intervistati che pratica sport ha detto di andare in palestra, il 20% di correre).

Nella semplicità della comunicazione sportiva, mai come oggi vediamo diffondersi la palestra, un luogo da odi et amo per molti, ma la cui popolarità non è mai stata così grande. Questo grazie anche alla presenza di content creator che aggiungono una forte componente emozionale al loro messaggio, ben di più rispetto a chi fa la stessa attività con gli sport di squadra. Brunello però aiuta a dare contesto a questo racconto. «La palestra ha preso valore non solo per la facilità di accesso data dalla flessibilità di costi e orari, come detto inizialmente, ma anche perché è facile entrare in contatto con un personal trainer, una persona che mi segue in tutto e per tutto, ogni volta che ho voglia o bisogno: concettualmente è una persona che si preoccupa per il mio benessere».

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Brunello ha menzionato l’importanza di un luogo sportivo a cui accedere facilmente, un fatto che non va sottovalutato. Considerando quanto detto prima, non bisogna scordarsi quanti si possano frequentare per una cifra modica. O addirittura si può citare la corsa, portata avanti autonomamente negli spazi pubblici. D’altronde, secondo i dati di Ipsos e Cisalfa Sport, il 27% di chi non pratica sport, lo fa per motivi economici: in questo panorama, spendere centinaia di euro al mese per giocare a tennis non è certamente la priorità.

Ma torniamo alla considerazione con cui si era aperto l’articolo: dove giocano i ragazzi più piccoli? Come e dove iniziano a fare sport e come ciò impatta la loro vita atletica adulta? Al nord il primo approccio allo sport collettivo all’aria aperta è spesso l’oratorio, tipologia di struttura che, a partire dagli anni ’20, ha avuto un grande focus dall’Emilia-Romagna in su. Al centro e al sud la situazione è diversa ma per certi versi parallela: al sud gli impianti sportivi pubblici sono pochissimi, solo il 37,5%, con un picco negativo del 10% in Sicilia; molti meno rispetto alle altre parti d’Italia, motivo per cui può essere disincentivante per un ragazzo iniziare a fare sport, indipendentemente dall’età. Non è un caso che, come riporta la ricerca di Cisalfa Sport e Ipsos, chi vive nei grandi centri o proviene da famiglie in cui la madre è stata o è sportiva, è più propenso a praticare attività fisica.

In altri casi si sviluppano barriere che, alimentate dalla mancanza di infrastrutture che ritardano l’inizio della pratica atletica, sfociano nel dialogo interiore e in pensieri ricorrenti. Il 70% dei giovani ritiene di sentirsi spesso bloccato da pensieri come “non ho tempo”, “non sono abbastanza allenato”, “mi sentirei a disagio da solo”, “non ce la farò mai”. Sono parole che bloccano, che scoraggiano ancor prima di iniziare. Un piccolo stimolo può fare la differenza.

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È in questo caso che semplici incoraggiamenti come “ce la puoi fare” o “dopo starai meglio” possono riattivare la motivazione, elemento particolarmente importante dal momento che incide per il 46% sulla pratica sportiva secondo il report di Cisalfa Sport e Ipsos. Questi messaggi, strumenti di automotivazione e convincimento, diventano un’arma fondamentale per trovare l’energia anche quando, come accennato precedentemente, le infrastrutture (e la mancanza di esse) sembrano amplificare il grido secondo il quale dovremmo rimanere sul divano.

Se già i luoghi per praticare sport in collettività mancano, perché non torniamo quindi realmente in strada, come si era detto essere comune a inizio articolo? Perché le città contemporanee sono incentrate sull’auto. Strade senza ciclabili, piene di parcheggi, la velocità limitata solo in aree ristrette del centro storico: condizioni che, negli anni, hanno eroso gli spazi pubblici dedicati alla vita delle comunità-quartiere tanto nei grandi centri, dove il traffico è costante, quanto nei piccoli paesi, dove invece il problema è spesso la mancanza di mezzi pubblici, ed è difficile che ci sia più di un’auto per famiglia per andare a colmare questa lacuna. Se associamo la mancanza di infrastrutture, le difficoltà nel raggiungerle e la storica condizione in cui si trovano le palestre scolastiche, che talvolta sono soltanto stanze create decine o centinaia di anni fa in cui l’attrezzatura più moderna si rivede nel quadro svedese, non stupisce quindi vedere come gli adulti di oggi possano avere un rapporto conflittuale con l’attività sportiva.

Il tema delle poche infrastrutture e della difficoltà nel raggiungerle prende un ruolo particolarmente rilevante nell’età adulta, momento in cui instaurare una dinamica di “gruppo” è più complesso. Quindi se i più piccoli riescono a improvvisare partitelle semplicemente avvicinandosi a coetanei sconosciuti, per i più grandi non è così immediato, ed è per questo motivo che, se determinati luoghi in cui possiamo praticare sport in autonomia, sono troppo impegnativi da raggiungere, possiamo essere scoraggiati dal praticare l’attività che amiamo e ci fa sentire bene, a maggior ragione se si è nel meno flessibile mondo del lavoro. Non scordiamoci che secondo il campione, come riportato, il 41% di chi dichiara di non aver praticato sport nell’ultimo anno non lo fa per motivi di tempo.

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Brunello aiuta a comprendere, però, come gli spazi non siano l’unico problema: «Oggi molti adulti finiscono per allontanarsi dallo sport in quanto sono stati eccessivamente professionalizzati quando lo praticavano in tenera età, cosa che si è particolarmente sviluppata negli ultimi anni. In quegli anni formativi hanno infatti iniziato a concepire quel determinato sport non come una passione, ma piuttosto come un impegno, finendo per allontanarsene». Una cattiva gestione dello sport da piccoli quindi rischia di generare stress e pressione mentale, ironicamente i due aspetti che i giovani adulti tendono a limitare praticando attività sportiva. Secondo il 29% degli intervistati da Ipsos e Cisalfa Sport, fare sport aiuta a combattere lo stress e a gestire l’ansia. «Gli agenti esterni sono tanti, per questo motivo, gli allenatori di oggi non devono solo formare i ragazzi, ma anche spiegare loro che non devono guardare gli altri, ma proseguire per la loro strada. Prima, infatti, l’unico paragone era dato dagli amici del tuo paesino, ora sono ragazzi fuori categoria che rappresentano lo 0.1% degli atleti, e la differenza è che li incontri quotidianamente in reel o tiktok. Sia chiaro, queste dinamiche non toccano solo i ragazzi, ma anche i più grandi. Alcuni creator che vediamo sui social possono infatti ispirarci a fare attività sportiva ma altri che appaiono sempre perfetti, scolpiti e performanti possono generare pensieri bloccanti.

Oggi le persone sovrastimolate sono di più rispetto al passato, cosa che le porta a iniziare prima i processi di autosabotaggio: se non arrivano a un punto che le soddisfa, possono dare la colpa a qualcos’altro, preservando la loro identità». Il principale fattore responsabile diventa quindi psicologico. Come precedentemente ripreso dal report di Cisalfa Sport e Ipsos, infatti, l’idea della mancanza di tempo – principale fattore a bloccare la maggioranza delle persone coinvolte – non è una problematica tangibile, bensì mentale.

Dove sia la risposta per riportare le persone, giovani o meno, a praticare sport negli spazi pubblici in maniera serena è difficile dirlo, incominciare ad aprire un dialogo è spesso e volentieri un ottimo punto di partenza. Magari non ci saranno più ragazzi che giocano nelle piazze, magari non ci saranno più saracinesche con i segni dei palloni, ma l’importante è sapere che lo sport rimarrà, anche col passare del tempo e con l’evoluzione delle dinamiche sociali, un modo per crescere e arricchire il nostro modo di vivere in società.

Production
Outpump Studio
Coordinatore Editoriale
Greta Scarselli
Art Director
Alessandro Pellegrino
Creative Director
Leonardo Brini
Fotografo
Andrea Casagrande
Assistente fotografo
Antonio Sanasi
Stylist
Sofia Spini
MUAH
Paola Barbera