Per approcciarmi all’incontro con Danno mi ero dato una regola semplice: evitare di presentarlo come il rapper underground della vecchia scuola che, assieme al suo collettivo, i Colle der Fomento, ha rappresentato una parte essenziale della storia del rap italiano. E di non ancorare quindi tutta la nostra chiacchierata al passato, a ciò che già è stato.
Non tanto perché tutto ciò sia falso. Anzi, tutto parte da lì e il confronto in questione è con un artista a trecentosessanta gradi, un punto di riferimento per chiunque abbia incrociato il rap in Italia dagli anni ’90 a oggi. Piuttosto perché una simile narrazione ero convinto avrebbe lasciato da parte un pezzo della storia.
Un pezzo di storia che invece è raccontato benissimo dall’ultimo Red Bull 64 Bars, che, a sorpresa un po’ di tutti, ha come protagonista proprio Simone Eleuteri, in arte Danno. In un format ormai consolidato, che ha visto passare artisti come Tony Boy, Kid Yugi o Ele A, solo per citare esempi recenti, trovarci oggi Danno, cinquant’anni tra qualche settimana, assume un significato speciale.
Lo incontriamo in uno studio di registrazione di Milano sud in un assolato pomeriggio di fine luglio. Al contrario di quanti molti potrebbero ipotizzare, parlare a lungo con lui, di rap, di freestyle, di nuove generazioni ma più in generale della musica e della sua recente evoluzione, è stata la cosa più attuale fatta negli ultimi tempi.
Dopo anni in cui Danno ha preferito rimanere sottotraccia, dedicandosi a progetti personali e a rare collaborazioni esterne – l’ultima delle quali lo ha visto, su invito di Shocca, prendere parte a 60 HZ II duettando con Inoki –, ha sorpreso molti ritrovarlo in un esercizio di freestyle come il Red Bull 64 Bars.
Quindi parto proprio da lì e gli chiedo subito perché, a suo avviso, il freestyle continua oggi a rimanere così centrale e a non perdere interesse anche tra il pubblico più giovane. «Il freestyle è una magia. Secondo me è la cosa più facile per far avvicinare qualcuno al rap: anche se non ti piace la musica, se non ti piacciono le basi sempre uguali, se non ti piace il fatto che nell’hip hop non ci sia melodia ma solo parlato, davanti all’improvvisazione spontanea anche una signora di sessant’anni può rimanere affascinata. È intrattenimento, e ha una spontaneità e un’immediatezza unica, che ha sempre avuto una presa fortissima, anche su chi di rap non ci capiva o voleva capire niente. E continua oggi ad averla».
Simone è prima di tutto un appassionato di musica, dotato di una capacità retorica non scontata e di una sincera modestia. Quando parla tutto ciò è evidente. Pochi conoscono ad esempio le direzioni che ha intrapreso negli ultimi anni, al di là dell’hip hop. Come la canzone che Simone ha composto per Max Gazzè (“L’animale guida”) o il singolo scritto a quattro mani con Motta, “Anime perse”. «Sono un onnivoro di musica, ascolto veramente di tutto, dalla cumbia ai corridos messicani, che sono la mia fissa più recente, passando per il blues o per la musica italiana, che ascolto di ogni annata. Chi mi sta intorno spesso mi attribuisce l’aggettivo di “musicopatico”, perché veramente la musica mi cambia la giornata».
«Non è detto che prima o poi non proverò nuovi generi musicali, anche se per ora resto orgogliosamente l’MC con il microfono in mano».
Un MC che si è avvicinato alla musica nel lontano 1987 – «mi ricordo che era appena “esploso” il fenomeno di Jovanotti, di cui da ragazzino ero fan» –, in un’epoca in cui gli esempi rap in Italia erano pochissimi: c’erano gli Onda Rossa Posse, gli Assalti Frontali, l’Isola Posse e pochi altri. Era un periodo in cui nessuno aveva realmente l’idea di poterci campare con il rap o di fare successo. «Fuori dal liceo ho iniziato a conoscere gente simile a me, fra cui Piotta e Masito. Il vero hip hop però lo conobbi verso il ’90/’91, quando con Masito ci spostammo dal nostro quartiere e iniziammo a frequentare zone come Piazza di Spagna e Piazzale Flaminio, dove c’erano alcuni raduni. Sto parlando di aggregazioni da 40/50 persone al massimo, con ragazzi che però arrivavano da un po’ tutti i quartieri della città per condividere questa strana passione. Io all’inizio mi avvicinai allo scratch, dopo aver visto qualche DJ farlo in tv. Poi ho provato a cimentarmi in tutte e quattro le discipline, arrivando solo alla fine al rap».
Anni in cui non c’era un vero tornaconto, in cui l’unico scopo era fare quella musica e sentirsi parte di quel mondo, un po’ affascinante, ma anche un po’ ignoto. Parlare oggi, nel 2025, di rap in questi termini , per alcuni può risultare bizzarro. La gran parte del pubblico non approvava tutto ciò, o semplicemente non lo capiva. «Noi ce ne stavamo per conto nostro. La gente ci considerava un po’ come degli alieni, strani tipi con i pantaloni larghi o con il cappellino storto messo di lato. Mi ricordo che quando indossai le mie prime Ewing rosse, che mi avevano portato dall’America, certa gente mi fermava con il motorino per chiedermi se stessi andando a sciare. A noi tutto ciò però piaceva. Eravamo contenti di essere un po’ i reietti, quelli non tanto graditi dalla società».
Il contesto che fa da sfondo ai racconti di quel periodo è sempre Roma, città dove è nato, cresciuto e dove tuttora vive. Una città difficile, anche per il rap. «Roma è sempre più grossa di te che ci sei nato. Roma è una città che un po’ subisci. Che se tu dici “vorrei cambiare questa città” è in realtà lei che cambierà te. Io sono cambiato e parallelamente Roma cambiava con me. Un tempo Roma mi piaceva molto di più, la vivevo praticamente solo di notte, quando Roma è stupenda. Quando poi sono cresciuto e ho iniziato a viverla di giorno mi sono reso conto di quanto non funzionano le cose, di quanto è sempre paralizzata dal traffico, di quanto a volte è sporca, di quanto è antipatica la gente. E ho iniziato a non sentirla più così tanto mia».
Hai mai pensato di andartene? Magari per salire a Milano, che oggi sembra il centro nevralgico per la musica.
«Ho sempre pensato di lasciare Roma. Sia di andarmene in un altro paese lontano dall’Italia – una nazione che oggi un po’ mi spaventa –, come tanti amici che ho che si sono trasferiti ad Amsterdam, sia di andarmene a vivere su un’isola, a volte penso a Ponza. Ma poi la verità è che Roma non la lasci mai. Siamo romani e siamo pure pigri con il culo un po’ pesante».
Da quei racconti sono passati più di trent’anni. Nella musica – e nel suo pubblico – è cambiato un po’ tutto: oggi i rapper riempiono gli stadi, la trap domina le classifiche e anche Roma è piuttosto diversa. «Prima il rap era una musica da maschi con la felpa e il cappuccio tirato su, che non si doveva neanche ballare, che ascoltavi un po’ con la faccia imbruttita. Eravamo una piccola famiglia, dove il pubblico spesso erano gli altri artisti. Era una musica per una nicchia, quasi tribale, nel senso di destinata a una tribù: se ne facevi parte ti arrivava, altrimenti non ci venivi neanche in contatto. Oggi mi fermano sotto casa. Quello odierno è un pubblico di massa, molto più eterogeneo, e tu devi metterlo in conto. Forse è anche un pubblico meno preparato. Che può essere un bene, in un certo senso, perché magari non riconosce nemmeno un errore tecnico o vocale. Mentre prima il nostro era un pubblico ostico: dovevi spaccare, e se una sera eri un po’ fiacco qualcun altro ti rubava il posto sul palco».
In questo arco temporale i Colle hanno pubblicato quattro album, di cui gli ultimi tre a distanza di quasi dieci anni l’uno dall’altro, dando vita a un caso unico non soltanto all’interno del rap italiano, ma più in generale nella musica del nostro Paese. Pensateci: quale altro artista può permettersi di pubblicare un disco ogni dieci anni senza mai incrinare il legame con il proprio pubblico, anzi rafforzandolo e ampliandolo con nuove generazioni di ascoltatori?
Seppur intorno tutto si trasformava, Danno invece non è cambiato più di tanto: non gli interessa la moda – «non mi è mai interessata, perché è qualcosa che cambia, a seconda dei trend o di qualcuno che decide come cambiarla. A me piace lo stile, che non varia e infatti mi vesto uguale a trent’anni fa» – e nemmeno ciò che la gente pensa di lui e della sua musica: «Non leggo i commenti e fino a oggi non avevo neanche Instagram. Questo mi aiuta a non farmi influenzare più di tanto. Non so se la gente abbia realmente capito tutto di me, forse qualche fraintendimento in tutti questi anni c’è stato, altre volte la gente mi ha fatto più complimenti di quelli che meritavo. Anche se non è stato capito tutto di me, forse va bene così. La musica è libera interpretazione».
Chi lo considera fermo agli anni ’90, non idoneo a dialogare con le nuove generazioni, o semplicemente superfluo nel panorama rap odierno, probabilmente non si è mai fermato a parlare cinque minuti con lui. «Non so bene se noi possiamo davvero insegnare qualcosa ai più giovani; bisogna innanzitutto capire se sono disposti a imparare. Forse l’impegno maggiore deve mettercelo chi c’era prima, nel non chiudersi alle nuove generazioni, ricordando come anche noi all’inizio fossimo piuttosto critici nei confronti di chi ci aveva preceduti».
«Qualunque esperienza è sempre un bagaglio in più: conoscere meglio la storia e la musica di altri artisti non può che arricchirti, anche solo per capire che una determinata roba magari non ti piace. Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere il rap in un’epoca in cui ogni canzone che ascoltavi ti apriva un mondo. La primissima domanda che ci ponevamo era: ma cosa hanno campionato per fare questa base? Jazz? Rock? E così scoprivamo nuovi generi e nuovi artisti. Dal momento in cui la musica si fa più con i sintetizzatori in studio, forse c’è un po’ meno da scoprire. Però molto dipende ancora dalla curiosità individuale – e anche dalla capacità di chi viene prima di stabilire un punto di contatto, e non di chiusura, con il nuovo».
Perché, nonostante nelle sue 64 barre rappi di «star fuori dal tuo gioco e dalla tua competizione» e ammetta che della scena rap attuale non conosce «più nessuno, manco un nome», la maturità artistica che trapela da questa lunghissima conversazione rende oggi Danno un osservatore privilegiato della scena, in grado di leggere il presente dell’hip hop con una lucidità e consapevolezza superiori a quelle di molti colleghi più giovani.
«Cosa posso dare io alla scena di oggi? Lo deve dire la scena, se vuole prendere qualcosa. Forse la mia visione del mondo attraverso le rime. Forse il flow. Forse niente. Lo lascio decidere agli altri. Io oggi dalla scena guadagno un forte senso di apparenza, ancora vivo. Chi arriva dopo vuol sempre fare fuori chi c’era prima, è fisiologico. Musicalmente l’arrivo del rap in Italia negli anni ’90 ha sovvertito tutte le regole che c’erano in quel momento. Per poi autosovvertirsi a tal punto da diventare persino un po’ conservatore: la gente che pensa di avere la verità in bocca e viene a dirti “no, il vero rap si fa in questo modo”. La realtà è che mentre tu rimani bloccato con le tue convinzioni, una nuova generazione di ragazzini se ne frega di come il rap si dovrebbe fare secondo i canoni e ti propone subito un’alternativa nuova. Questa è anche la salvezza di questo genere: il fatto che sia in continuo e costante mutamento».


